#RomaInter 2-2: pagelle, tattica e…

Introduzione

Questo articolo deve e vuole parlare di calcio e per la sua gran parte lo farà, ma quello che sta accadendo post Roma-Inter ha dell’incredibile e, pur parlando di Rocchi nel finale con un paio di appunti (e non di più, promessa), delle doverose precisazioni in apertura ci stanno. Eccome.

 

Perché se siamo al punto che persino il presidente dell’Aia si è sentito in dovere di entrare a gamba tesa sull’argomento con una dichiarazione unica nel suo genere vuol dire che c’è qualcosa che non va, soprattutto se quella dichiarazione ha un (poco) vago sentore di intimidazione nei confronti degli arbitri: di fronte a una quantità di errori piuttosto corposa e a situazioni incredibili, mani non visti, rigori non dati, espulsioni mancate e quant’altro in questo anno e mezzo di Var, decide di intervenire giusto oggi e con parole inequivocabili per chiunque.

 

Dopo l’esposizione al pubblico ludibrio di Rocchi e di Fabbri, immagino la serenità con cui si andrà ad arbitrare (e “var-are”) le partite dell’Inter: sai bene che se non dai un rigore come quello di Di Marco contro il Parma il tuo presidente non interviene; se sbagli dal lato inverso sei messo alla gogna pubblica.

Liberi di pensare, chiaramente, che sia tutto normale, che sentire la necessità di cambiare qualcosa intervenga solo oggi e solo dopo questo episodio, Gazzetta e Corriere dello Sport:

Liberi di pensare che sia tutto normale e che tutto questo circo possa tradursi, o riassumersi, nella parola “sport”. Io non lo penso, se non si era capito.

 

 

Di Roma-Inter, della partita in sé, è rimasto ben poco. D’altra parte mi insegnano che il calcio giocato interessa a pochissimi e, soprattutto, non vende: i giornali servono a questo, mi dicono, anche se credo che si entri sempre nel loop irresolubile tra scegliere di assecondare un pubblico oppure provare a “educarlo” a una visione dello sport diversa. Fortunatamente questo sito può attingere a lettori “più evoluti”, se mi passate il termine, e trattare il calcio in maniera diversa è diventata anche un’esigenza per rispondere alle necessità dei lettori, soprattutto di quella piccola ma intensa e preparatissima community che commenta direttamente sulla pagina, che non ringrazio a sufficienza (ne approfitto in questa occasione!) e con la quale non interagisco mai abbastanza.

Eppure Roma-Inter è una partita perfetta per parlare di calcio, perché di calcio se ne è visto tanto, con errori (tanti) dall’una e dall’altra parte, con cose pregevoli e meno pregevoli, aspetti tecnici e tattici.

Ci proviamo, analizzando giusto un paio di aspetti interessanti, dato che per analizzare una partita per intero non basterebbe una settimana di approfondimenti.

Come detto nell’approfondimento precedente (per chi se lo fosse perso lo trova qui) Spalletti va dritto sul 4-3-3 senza alcun accorgimento apparente (e sottolineo apparente perché più avanti analizzeremo un paio di accorgimenti), senza nessuna concessione al suo 4-2-3-1: chiaro sin dai primissimi secondi e chiarissimo da come l’Inter pressa la Roma.

 

Il disegno appare piuttosto evidente. La Roma (formalmente) gioca con il vertice del triangolo alto, con Zaniolo a galleggiare tra le linee: con questo schema, Spalletti può opporre gli uno contro uno, soprattutto quello costituito da Brozovic-Zaniolo per togliere spazio al trequartista della Roma.

Entrambe le squadre, però, hanno la tendenza a incunearsi verso il centro, con l’Inter che ha provato cose diverse rispetto al passato, soprattutto per via della presenza di tre palleggiatori dalla buona tecnica, come vedremo più avanti: la loro presenza e la richiesta esplicita a Keita e Perisic di accentrarsi molto (non sono casuali 4 occasioni centrali da parte dei due esterni), porta due conseguenze.

La prima è una maggiore concentrazione in mezzo con non perfette chiusure sull’esterno, soprattutto da parte di Keita; la seconda è di ritrovarsi sin troppo sbilanciati nelle ripartenze della Roma, che ha spesso accelerato il defluire della palla a metà campo, non trovando né in Cristante né in Nzonzi uomini dalle geometrie importanti.

Anzi, il franco-congolese è stato una delle armi preferite nell’uscita rapida della palla, avendo qualità eccelse di testa e facendo da riferimento molto avanzato.

 

Non sono poche le occasioni in cui l’Inter si è ritrovata, sì, in vantaggio numerico ma comunque sbilanciata: in questo caso recuperano solo Brozovic e Perisic, eppure siamo a neanche un minuto di gioco. Merito soprattutto della Roma e del suo gioco senza fronzoli e molto verticale.

I giallorossi devono fare di necessità virtù: Di Francesco sa che, non avendo grande qualità in mezzo, l’unica strada per provare a far del male all’Inter è quella di giocare più veloci e di provare a recuperare palla più in alto possibile.

Il pressing di Di Francesco è un marchio di fabbrica ma è anche, probabilmente, il più grande limite dell’allenatore giallorosso: trattandosi di pressing molto alto, molto spinto e molto aggressivo, basta un solo errore per lasciare all’avversario troppo campo alle spalle dei centrocampisti.

 

Spalletti lo sa ed è per questo che ha scelto i tre palleggiatori, rinunciando a un “colpitore” di testa in mezzo al campo: lavorando sulle geometrie è riuscito a disinnescare praticamente sempre la pressione romanista, spesso portata uomo su uomo, in parità numerica:

Tattica ai limiti della comprensione e parossistica al punto di trovare, in frangenti di gioco, più uomini giallorossi nella metà campo interista che non nerazzurri. A possesso palla Inter, attenzione.

L’Inter, però, negli ultimi mesi (in realtà a partire dalla sfida contro il Napoli dell’anno scorso) ha sviluppato un buonissimo possesso palla basso che coinvolge spesso Handanovic: nonostante le uscite dal pressing siano state tante e buone sin dall’inizio, Di Francesco ha insistito sull’argomento per tutta la partita.

Loading Disqus Comments ...