I mal di pancia di Mancini e le voci di rescissione: “porqué, porqué?”

- il comico Giacomo Poretti del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, nel ruolo del personaggio sig.Tafazzi - The comic Giacomo Poretti, of the trio Aldo, Giovanni e Giacomo, in the role of the character sig.Tafazzi

All’Inter, troppo spesso, c’è un certo professionismo nelle cose che contano di meno, soprattutto in un certo “tafazzismo” esasperato che coglie calciatori, dirigenza, allenatori e limitrofi. Ne avevamo parlato già in occasione della querelle “Wanda Nara”, ma la nostra storia è costellata di casi simili: come potremo mai dimenticare le parole del tanto amato e osannato Diego Milito mentre ancora stappavamo champagne a Madrid e in campo era caldo il sudore di quella vittoria?

Chiariamo una cosa: da questo punto di vista, tutte le squadre sono uguali, tutte hanno calciatori e allenatori col mal di pancia, tutte hanno casi di “tafazzismo” diffusi. Nessuna esclusa, quale che sia il livello o la nazione. Quello che, invece, contraddistingue l’Inter è il rapporto che i nerazzurri hanno con i media, soprattutto (e direi anche “ovviamente”) con quelli italiani: tutto quello che si dice, interviste, dichiarazioni, sparate, post su facebook o cinguettii vari, va interpretato alla luce di quel rapporto malato e condizionato.

È una mia personale, vecchia “battaglia” sulla comunicazione: il latore della notizia condiziona la notizia stessa, così come fa il destinatario. Per estremizzare il concetto faccio sempre un esempio: il famoso discorso di Martin Luther King (“I have a dream”) non avrebbe avuto lo stesso valore storico che ha avuto se a pronunciarlo fosse stato Alberto Di Vita; ovviamente avrebbe avuto una valenza diversa se fosse stato pronunciato a Roccafiorita piuttosto che al Lincoln Memorial di Washington e, di più, se in quell’occasione ci fossero stati meno “bianchi” di quelli che effettivamente c’erano (una numerosissima presenza sui 300mila partecipanti).
Per molti sembreranno delle banalità, ma in realtà non è mai davvero chiaro che il “messaggio” non esiste fine a sé stesso, ma è somma di tutti i suoi fattori: contenuto, forma del contenuto, esposizione del contenuto, contesto storico e sociale, latore, ricevente. E se ci sono di mezzo altri soggetti, come nel caso dei giornalisti, il “messaggio” può diventare davvero un’altra cosa rispetto alle cosiddette “intenzioni”.

comunicazioneChiunque sia all’Inter sa, o dovrebbe sapere, che il messaggio “A” detto nella maniera “B” in un contesto “C” passato al giornalista “D” facilmente passa da “A” a “Z” con una facilità impressionante. Le acrobazie mediatiche italiane consentono anche alla più banale delle espressioni di diventare un messaggio potenzialmente dannoso per squadra e società: se poi volete credere che i calciatori vivano in una campana di vetro e che non siano condizionati o condizionabili dalle chiacchiere che circondano la squadra, allora potete smettere di leggere l’articolo e andare oltre.

Lo stesso concetto (al temo rivoluzionario) di Marshall Mcluhan è ormai superato: “il medium è il messaggio”, diceva. Ora il messaggio è una cosa più complicata, pur essendo condizionata fortissimamente dal medium.
E Mancini, in questo contesto, non è il “medium”, il suo messaggio è filtrato anche nel caso di intervista video: la struttura comunicativa del tramite tra Mancini e i tifosi crea, a prescindere da ciò che dice l’allenatore interista, una “forma mentis”.  Figuriamoci: conta molto persino ciò che si dice prima e dopo il servizio.
Per fare un esempio, lo stesso identico articolo pubblicato da “L’Unità” o da “Il Giornale” avrebbe effetti diversi (sullo stesso lettore) per il semplice fatto di cambiare testata.

Roberto Mancini è un uomo intelligente: che possa piacerci o meno il suo pensiero, il suo gioco, come allena etc… è cosa distinta dalle qualità umane. Mancini conosce a menadito il pistolotto che vi ho scritto poco sopra, e sa con perfetta lucidità che ogni sua parola, e il modo in cui la dice, sarà analizzata, vivisezionata, manipolata, adulterata senza ritegno dai giornali. E anche quando non fosse per una naturale antipatia o cattiva predisposizione verso l’Inter, talvolta basta essere un po’ frustrati per non potersi esprimere in libertà su altre situazioni.

Pertanto, alcune dichiarazioni di Mancini, che gli piaccia o meno, che ci piaccia o meno, saranno oggetto di trattamento particolare, soprattutto se si prestano anche ad interpretazioni più estese, se sono pronunciate con evidente fastidio facciale non represso, se sembrano volute, cercate, deliberate: come nel caso degli ultimi giorni. Perché sembra abbastanza chiaro che ci sia un malcontento diffuso, che l’espressione facciale non camuffa nulla, in un contesto in cui il più semplice “Icardi sta bene” può diventare facilmente “Perché Icardi dovrebbe stare male?”.

Questo, ripeto, che a Mancini piaccia o meno, che ci piaccia o meno.

Sui presenti:Io faccio l'allenatore, alleno i calciatori che sono qua, aspetto i nazionali. Questo è il mio lavoro.
Sulle relazioni con la società 1:Ho parlato con nuovi proprietari due settimana fa quando c'è stata la presentazione a Milano.

Sulle relazioni con la società 2:Li ho visti solo una volta.

Su Joao Mario e probabili arrivi:Joao Mario è un calciatore tipo Brozovic, può giocare anche sull'esterno anche se non è esterno di ruolo. Se dovessero arrivare ci vuole un po' di tempo per farli ambientare.

In difesa del suo lavoro:L’anno scorso abbiamo fatto un ottimo campionato anche senza aver centrato la Champions.

Sul ruolo di Banega:Non è vero che preferisco calciatori muscolari, metto i calciatori che ho. Banega ha un ruolo indefinito, ama svariare ovunque, parte da seconda punta e poi si muove molto. E' un calciatore più anarchico ma con grande carattere e carisma.

Sulle relazioni con la società 3:Per me i calciatori base sono incedibili, poi cosa pensa la società non lo so, non sono cose a cui posso rispondere io

Su Touré 1:Chi critica Yaya Touré non capisce niente di calcio, è un centrocampista top al mondo e in Italia un giocatore così non l'avete mai visto

Sulle relazioni con la società 4 e Touré 2:Qualcuno in societa' decidera' che giocatori comprare. Toure'? Uno dei piu' grandi centrocampisti al mondo ma inutile parlarne, è definitivamente sfumato

Oggettivamente c’è troppo spazio per le interpretazioni, anche e soprattutto nel modo e nella tempistica con cui ha espresso questi pensieri, che in parte potrebbero essere pure condivisibili. La storia dei calciatori giovani e dei calciatori con esperienza è, francamente, stucchevole. Anche su Touré, che motivo hai oggi di sottolineare che una critica all’ivoriano significa non capirne di calcio? A chi stai rispondendo? A chi ti riferisci? Contesto+messaggio+medium+manipolazione = interpretazione libera, la società che non vuole prenderlo?
Cosa diamine avresti perso nel dire “Siamo già forti, ma Touré sarebbe fantastico perché un giocatore così, mai visto in Italia, ci completerebbe, ci renderebbe fortissimi”.

Foto LaPresse

L’impressione è che Mancini abbia deliberatamente cavalcato l’onda mediatica, lasciandosi a inflessioni di facile interpretazione negativa, non nascondendo la stizza soprattutto quando si è parlato di mercato. Osservandolo, solo chi sente l’assoluta necessità di difenderlo può omettere che Mancini sia scazzato (consentiteci l’espressione) e non faccia nulla per nasconderlo. Chi usa chi? Mancini i media, o i media Mancini?
Non vogliamo dare nulla per scontato e azzardare che sia fatto di proposito per lasciare un incarico che probabilmente reputava più di prospettiva immediata che “di progetto”, ma sembra abbastanza chiaro che Mancini è in una di quelle fasi della vita di un allenatore (di quel calibro) in cui forse è meglio provare l’avventura in una nazionale che in un club.
D’altra parte, i tentativi (sempre che ci siano stati) di dare un vero gioco a Manchester City e Inter sono più o meno falliti, con quelli nerazzurri falliti più clamorosamente: scelte tattiche sbagliate, formazioni spesso incompresibili, letture della partita lontane dalla realtà del match stesso. Insomma, sarà vero che i giovani hanno bisogno di calciatori di esperienza, ma è pur vero che se l’allenatore si preoccupasse più di fare l’allenatore e meno il manager ne avrebbero guadagnato tutti.

Infine, ha sottovalutato gli aspetti psicologici. Ne discutevamo con Stefano Massaron: Mancini ricorda quel Benitez che, appena arrivato blaterò di pallone d’oro a Iniesta (no, Ciccio, il pallone d’oro per te doveva essere Wesley Sneijder, della tua squadra); lontani anni luce da quel Mourinho che sosteneva di avere i migliori del mondo. L’effetto sulla squadra è inevitabile, così come la perdita di fiducia reciperoca.

Mancini dovrebbe anche capire il momento storico: quello che trapela è una straordinaria confusione, perché mai aggiungere pure la complicazione di non sapere chi allenerà questa squadra? Porqué? Porqué?

Loading Disqus Comments ...