Italia, calcio da rifare: l’esempio di Germania e Belgio

Abbiamo affrontato qualche giorno fa il problema degli italiani nel campionato italiano. I primi risultati di questa stagione sembrano confortare: sta venendo fuori una discreta generazione (Domenico Berardi, Andrea Belotti, Daniele Baselli, Gianluca Caprari, Marco Benassi ed altri) a cui si affiancano i non più giovanissimi e più conosciuti Mattia Destro, Leonardo Pavoletti e altri. Tanti tra centrocampisti e attaccanti, meno tra i difensori.

Carlo TavecchioMa il semplice esprimersi di buone individualità non risolve il problema di un calcio italiano incapace di costruire e puntare davvero sui giovani: il caso di Domenico Berardi e della Nazionale è emblematico, ma ci ritorneremo a parte.

Per affrontare la questione sollevata nell’articolo precedente abbiamo visto quali sono  le “ricette all’italiana”: controllo sugli ingressi degli stranieri e squadre di B. Punto. Il problema è che non si riesce ad andare al di là del proprio naso e dei tanti “sentito dire”, come se la preoccupazione della nostra Federazione fosse solo quella di tenere buoni i club e nulla più.

Cosa succede “dopo” non ce lo dice nessuno.

Il problema è che l’Italia ha una storia di giovani straordinari, molti dei quali anche del recente passato, anche se non vinciamo un europeo dal 2004: nel 2013 abbiamo perso la finale con la Spagna ma sembra essere stato un fuoco fatuo.

I giovani calciatori (italiani) in Italia non sono visti come una risorsa, ma come un problema. Vengono lasciati in balia di tante società, la maggior parte delle quali non legate a realtà professionistiche, che non hanno sistemi, mezzi, conoscenze e competenza per valorizzarli: con l’aggravante che già a partire dai pulcini vivono con l’ansia da prestazione, con la vittoria a tutti i costi come dogma, col risultato che si vedono risse anche tra genitori (che sono i peggiori accompagnatori possibili).

Tutto lasciato all’improvvisazione e al caso, in cui l’unica cosa che riesce a prevalere è il campanilismo delle singole società a scapito della crescita dei piccoli. Quando, poi, qualche fortunato riesce a emergere, si trova davanti a mura invalicabili. Da una parte c’è una eccessiva esposizione dei procuratori, che alzano i prezzi dei giovani a livelli improponibili, mentre dall’altra gli allenatori italiani sono poco propensi a dare spazio e minuti ai giovani talenti: il problema è che, sì, sbagliano, ma sono giovani ed è naturale che lo facciano.

inter nextgenIn Italia ci sono settori giovanili di altissimo livello: Inter, Roma, Empoli, Atalanta, Sampdoria e altri, ma è rarissimo che trovino spazio i giovani del vivaio. Il caso dell’Inter è emblematico, e ne parleremo a parte, con un un numero notevole di calciatori lanciati nel professionismo ma pochissimi rimasti in nerazzurro.

In Italia ci provò Roberto Baggio: un progetto di riforma che snobbarono tutti. Un progetto che si basava sull’esperienza tedesca, la più riuscita in Europa. Ma era troppo ambizioso e avrebbe avuto l’effetto di rendere la Lega Nazionale Dilettanti un mero contorno del calcio italiano: oggi Carlo Tavecchio non sarebbe presidente della FIGC senza i voti della LND. Il risultato è che in Italia stiamo perdendo tempo, talenti e terreno nei confronti delle altre, e quando smetterà il blocco più “anziano” della nazionale sarà un problema serio.

L’anno scorso fu avviato un investimento di 9 milioni di euro (sai che roba…) sui futuri CFT, Centri Federali Territoriali, che dovrebbero essere 200 e che coinvolgeranno 10mila arbitri e 1200 allenatori qualificati. Il tutto entro il 2020 (in Germania ci sono voluti solo due anni). Non sappiamo cosa ne verrà fuori, ma l’impressione è che non basti e che sia una riforma improvvisata e monca, soprattutto se paragonata agli esempi più riusciti e meglio realizzati, quelli di Germania e Belgio.

QUI GERMANIA

Borussia Dortmund JuventusLo stereotipo dei tedeschi maestri di un calcio meccanico e privo di fantasia è morto già da qualche anno. Il percorso dell’ultima Germania con quelle stimmate cominciò a Italia 90 e si concluse tra Euro 1996 con la nazionale di Berti Vogts e il dominio internazionale nel 1996-1997 con Borussia Dortmund vincitore della Champions e Schalke 04 vincitore della Coppa Uefa.

Ma qualcosa stava cambiando, l’afflusso di calciatori stranieri era più che raddoppiato dal 1992 (dal 17% al 34%), avevano aperto la porta ad affari e soldi facili: stranieri importati senza criterio e picco del 60% nel 2002-2003. I fasti della grande Germania, pur fredda e senza appagamento estetico, andarono perduti prima nel 1998 (battuti dalla Croazia ai quarti) e poi con la debacle a Euro 2000: pareggio con la Romania e sconfitte, brucianti, con Inghilterra e Portogallo, 1 punto, 1 gol fatto e 5 subiti.

Un’intera nazione pose le basi di un rinnovamento, con il pieno sostegno di istituzioni politiche e sportive: un progetto pluriennale il cui sponsor, non solo di facciata, era Franz Beckenbauer. Non era un progetto “all’italiana”, ci son voluti solo un paio di anni per la realizzazione completa, oltre 15 milioni di euro (cifre ufficiose parlano anche di 25 milioni) e uno sforzo complessivo che per l’Italia è un sogno: tutto programmato nei minimi dettagli. In più, cosa fondamentale, l’obbligo per le 36 squadre professionistiche tedesche di metter su la propria “accademia” con le stesse regole.

ANCHE PROBLEMI ECONOMICI E SOCIALI

franz-beckenbauer-watchesI lati della medaglia sono tre, stavolta, e non può mancare il lato economico. I proventi dei diritti tv crollarono improvvisamente per i problemi di Kirch TV lasciando molte squadre con debiti enormi, rischi di insolvenza e un parco giocatori, per lo più stranieri, costosi ma mediocri. Fu l’ultima spinta: alcuni team non poterono fare mercato per 12-18 mesi e puntarono tutto sui settori giovanili.

Oggi la Bundesliga è un campionato sano, con club sani, produttivi, con bilanci umani e spesso in attivo, con proventi certi e investimenti produttivi a lungo termine. Il mondiale di Germania 2006 fu utile a raddoppiare lo sforzo economico a livello globale e non fu un boomerang come il nostro Italia 90.

C’è da considerare anche l’aspetto sociale. Nelle scuole, nelle accademie e nei centri sportivi fu avviata un’opera di integrazione importante. La Germania ha protagonisti calciatori di estrazione turca, ghanese, tunisina etc…, tutti nati in Germania e integrati perfettamente. Oggi è impossibile vedere da quelle parti quello che succede da anni in Italia, dove Balotelli è stato fischiato dai suoi stessi tifosi, ed in passato siamo arrivati all’assurdo di sentire fischi per Liverani solo perché “scuro” di pelle, mentre oggi ancora ci chiediamo se Motta o Eder “sono degni” di vestire l’azzurro.

ORGANIZZAZIONE

Il sistema è articolato, ma tutto si basa sulla sinergia tra Federazione e Club. Sono 390 i centri in tutta la Germania, oltre 14mila bambini coinvolti, e tra questi anche non tesserati: il che apre le porte a una miriade di fattori imprevedibili. In Italia sei costretto sin da piccolo a legarti a un club, con tutti i risvolti: se non rientri nella categoria, sei praticamente fuori. Questi centri non potrebbero operare senza coordinamento, la cui fase più “dal vivo” si estrinseca nell’azione di una 30ina di coordinatori che verificano le procedure e le uniformano, oltre che tenere sempre contatti e legami con i club.

dfbLa cosa fondamentale da osservare (succede anche il Belgio, come leggerete) è che a questo livello è quasi assente la dimensione dell’agonismo a tutti i costi, della vittoria a prescindere: quella del risultato “sopra tutto” già da giovanissimi è una pressione che conosciamo praticamente solo in Italia.

Lo stadio successivo è composto dalle scuole di elite: 28 scuole, e anche queste forniscono allenamenti aggiuntivi a ragazzi (stavolta tra gli 11 e i 20 anni). Un gradino su e troviamo 45 centri di eccellenza, il concetto di calcio viene approfondito anche negli aspetti più delicati del professionismo, dei comportamenti, del concetto di squadra, gestione della pressione. Si fanno passi avanti anche con la tattica: il programma è standardizzato per educare i ragazzi ad un modulo di gioco preciso e unico  per tutti. Qui ci sono già i futuri calciatori.

A corollario, ogni club di prima e seconda divisione deve avere un settore accreditato: in assenza, si perde la licenza, con costanti verifiche da parte degli ispettori federali.

Inoltre, i club hanno le cosiddette “squadre B”: in Italia e in Belgio ci sono le cosiddette “Primavere”, in Germania (così come in Spagna), le squadre B partecipano ai campionati professionistici e affrontano altre squadre. Qui il vantaggio è enorme: nonostante si parli talvolta di livelli tecnici molto diversi, visto che i giovani sono spesso più bravi, affrontare giocatori più anziani e più esperienti li mette a confronto con una realtà che è certamente più dura e formativa rispetto alle Primavera italiane.

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È da questa rivoluzione che nasce il sogno lunghissimo di una Germania bella, giovane, intraprendente, eclettica e multietnica:  quello che vediamo oggi, ormai da qualche anno, è solo il frutto naturale di quello che è un progetto intelligente e a lungo termine. Un progetto che ha visto protagonisti tutti i settori, dal governo alle federazioni, tutti uniti per raggiungere un obiettivo.

La Germania nell’Europeo ci ha (finalmente, per loro) sconfitto in una partita che contava: ma possiamo dire che a livello di sistema, con la storia, chi ha posto le basi per un futuro importante i tedeschi sono e saranno “in finale” per molti anni ancora rispetto a noi, e c’è da scommetterci che saranno protagonisti ancora a lungo ed è già pronta per i prossimi anni: 24 anni di media nel 2012, 26 due anni dopo. A Euro 2016 l’Italia si è presentata con una età media di 28,57, il Belgio di 25,91, la Germania 25,39, la più giovane assieme all’Inghilterra. Insomma, memorizzate quei nomi perché li rivedremo ancora a lungo.

QUI BELGIO

Il Belgio è una nazione particolare: raramente si è visto tanto talento in così poco territorio. Per quanto riguarda il calcio, qualcuno può pensare che siano dei “sopravvalutati”, mentre io sono dell’opinione che si tratti di una squadra molto bella da vedere e che ha pagato l’insipienza e talvola anche la “stupidità” di Wilmots.

Ma è chiaro che si tratta di una nazionale giovane e di grande prospettiva, e ciò è dovuto a un sistema non calato dall’alto, come succede in Italia, dove un’istituzione decide a prescindere da club, territori, scuole etc… No, in Belgio hanno integrato le varie forze (dal governo alle scuole, dalla Federazione ai club) e hanno creato un sistema piramidale.

Il progetto nasce dopo una lunga parentesi di cattivi risultati, tra il 2000 e il 2001: Michel Sablon si fa promotore di questa rivoluzione che parte dalla struttura giovanile e di riflesso arriva in alto, là dove i club arrivano a investire nei giovani anche 4-5 volte ciò che fa un club italiano.

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La base più larga è composta dalle selezioni regionali (fino a 17 anni) che sono visionati costantemente da oltre 200 scout: questi ragazzi sono “lanciati” nel mondo dello sport con l’aiuto delle scuole, visto che arrivano a fare in meno di due mesi più educazione fisica di quanto un corrispettivo italiano faccia in un anno intero.

Al livello successivo ci sono le Topsport Schools, ovvero otto centri distribuiti in tutta la nazione: qui i giovani più promettenti lavorano con i tecnici federali (anche qui, tecnici specializzati, non improvvisati: istruiti a dovere anche loro), che non esauriscono il loro ruolo solo dentro il campo. Il concetto di base è semplice: mentre in Italia ogni allenatore della più piccola e sperduta provincia della nazione allena instillando nei ragazzi l’ansia di vincere a tutti i costi (c’è qualche rara, impercettibile realtà che si differenzia), in Belgio l’idea è quella di crescere, migliorare, imparare i fondamentali, sia della tattica che della tecnica. E non perché non ne hanno voglia: questi allenamenti sono aggiuntivi, i ragazzi hanno i loro club di appartenenza e si allenano con loro. Questo sistema, però, ha la straordinaria capacità di creare un “sistema Belgio” che è identico in ogni angolo del paese.

belgio-kit-euro2016Il “sistema Belgio” si basa anche su un unico modulo di gioco: il 4-3-3, difesa a zona, pressing alto, occupazione degli spazi e tutti i concetti del calcio moderno. A molti potrà sembrare limitante, in realtà crea consapevolezza: in Germania si fa allo stesso modo, unico modulo. Quando fanno poi il salto in nazionale, i ragazzi sono già pronti, adatti al modulo, spesso si conoscono tra loro: il passaggio è indolore e già da giovanissimi si è più squadra.

L’ultimo livello sono proprio le nove selezioni giovanili nazionali (3 femminili). Il sistema non è “chiuso”: il bello di questa organizzazione è che Federazione e Club sono sempre in contatto, non per questioni economiche, ma perché parlano anche e soprattutto di giovani.

La rivoluzione è stata certamente agevolata dalla capacità belga di integrare anche gli immigrati: la seconda generazione ha fornito una inattesa varietà dal punto di vista fisico e tecnico. Basti pensare a Lukaku, Dembélé, Origi, Fellaini, Witsel per dirne alcuni.

LA PRESENTAZIONE DEL 2011 DA PARTE DELLA FEDERAZIONE TEDESCA

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