Calcio: la regola degli under aiuta davvero gli under?

Continuiamo la nostra analisi sul mondo del calcio italiano, sistema che come abbiamo già visto, vive un periodo di profonda crisi dovuto soprattutto a una serie di contraddizioni che ne limitano ogni tipo di sviluppo. Per chi volesse consultarli:

  1. Fallimento del calcio italiano: l’Inter non è più una scusa plausibile
  2. Gli esempi di Belgio e Germania: un calcio vincente programmato dal basso

calcio-generica-nuova-610x400Oggi analizziamo un aspetto, sottolineando come anche una piccola regola improvvisata e buttata lì a casaccio possa creare dei danni irreparabili a lungo termine, allargheremo quindi il nostro occhio verso il mondo dilettantistico, un tempo bacino inesauribile di giovani talenti, mentre negli ultimi anni si è trasformato, anche grazie a ciò che vedremo in questo articolo, in un mondo a parte distante anni luce dal professionismo, sia in termini tecnico/tattici, sia dal punto di vista organizzativo/amministrativo.
Anni fa, nelle tre serie principali del calcio dilettante (Serie D, Eccellenza Regionale, Promozione, escludendo invece Prima, Seconda e Terza categoria), fu introdotta la regola degli under, accolta con grande entusiasmo dai fautori di un calcio giovane e innovativo, secondo la quale una squadra avrebbe dovuto schierare in campo, contemporaneamente, un determinato numero di calciatori giovani (il numero è poi variato negli anni: da 2 si è passati a 3, poi a 4, poi nuovamente a 3 ma con diverse limitazioni).

Diamo uno sguardo a cosa prevede la regola per la stagione 2016/17, che prenderà il via nei prossimi giorni (da notare che le norme che riporteremo sono quelle suggerite in maniera generale dalla Lega Nazionale Dilettanti, anche se qualsiasi consiglio direttivo regionale può apportare delle modifiche ai campionati di Eccellenza e Promozione):

SERIE D

Le Società partecipanti al Campionato Nazionale di Serie D hanno l’obbligo di impiegare – sin dall’inizio e per l’intera durata delle gare e, quindi, anche nel caso di sostituzioni successive di uno o più dei partecipanti – almeno quattro calciatori “giovani” così distinti in relazione alle seguenti fasce di età:
– 1 nato dall’ 1 gennaio 1996 in poi
– 2 nati dall’ 1 gennaio 1997 in poi
– 1 nato dall’ 1 gennaio 1998 in poi

ECCELLENZA

Almeno quattro calciatori così distinti in relazione alle seguenti fasce di età:
1 calciatore nato dall’1 Gennaio 1996 in poi
1 calciatore nato dall’1 gennaio 1997 in poi
1 calciatore nato dall’1 gennaio 1998 in poi
1 calciatore nato dall’1 gennaio 1999 in poi

PROMOZIONE

Almeno tre calciatori così distinti in relazione alle seguenti fasce di età:
1 calciatore nato dall’1 gennaio 1997 in poi
1 calciatore nato dall’1 gennaio 1998 in poi
1 calciatore nato dall’1 gennaio 1999 in poi

Introdotta per la prima volta sul finire degli anni 90 la regola fu accolta con entusiasmo da chi chiedeva più spazio e più garanzie per i giovani del vivaio, che potevano così sia mettere in mostra il loro potenziale sia attingere preziosi insegnamenti da allenatori della prima squadra e da compagni più esperti. Ma a quasi venti anni dalla sua prima interpretazione (variata nel corso dei tempi, come abbiamo detto) e con un sistema che non pare aver dato i suoi frutti, sorge spontanea una domanda: la regola sugli under aiuta davvero gli under?

La percentuale, quanto mai bassa, di elementi forniti alle serie superiori, farebbe già pensare a un fallimento del modello adottato, ma proviamo, in maniera analitica, ad analizzarne pregi e difetti.

PRO (se proprio possiamo definirli tali)

calcio palloneRITMO (arma a doppio taglio) – Io che ho potuto assistere a diversi campionati regionali posso affermare con certezza che una delle differenze maggiori tra i tornei senior e quelli giovanili è dettata non tanto dalle qualità tecniche (anzi, spesso mi è capitato di vedere giovani con piedi più educati dei colleghi più anzianotti) bensì dal ritmo gara; questo è un aspetto che riguarda non solo il livello dilettantistico, anzi, è molto più accentuato nei campionati professionistici, con squadre come l’Inter, la Roma, la Fiorentina ecc. che possono contare su vivai formati da una gran mole di talenti tecnicamente pronti ma che poi, lanciati in prima squadra, subiscono problemi di adattamento, non riuscendo a reggere le elevate velocità di gioco. Il campionato Primavera italiano rispecchia in termini esponenziali tale contraddizione: tecniche molto sviluppate ma con ritmi da Eccellenza (e per chi ha seguito con cognizione di causa gli ultimi campionati di Eccellenza, lavorando da addetto stampa, l’analogia appare palese).

Finchè si continuerà a insistere sui singoli campionati giovanili, senza mai provare soluzioni miste, come l’istituzione delle Squadre B che possano affrontare già squadre più adulte, questo aspetto non troverà facilmente una soluzione. I vari giovani che colgono l’opportunità di poter giocare titolari nelle serie dilettantistiche riescono anche ad acquisire un ritmo più consono a questo sport.

VISIBILITA’ (arma a doppio taglio) – Un calciatore che gioca titolare ha molte più opportunità di mettersi in mostra anche agli occhi di chi non è presente sui campi di calcio tutti i giorni della settimana, specialmente in un periodo di esplosione mediatica dovuto anche ai vari Social Network. Ovviamente questo aspetto nasconde una trappola mortale, che analizzeremo nel dettaglio quando parleremo dei contro.

ASPETTO PSICOLOGICO – Poter fin da giovani vivere a stretto contatto con calciatori adulti, alcuni dei quali provenienti anche da Serie superiori, aiuta (o, almeno, potrebbe aiutare) a migliorare l’aspetto psicologico del ragazzo, che potrebbe trovarne giovamento anche in aspetti che esulano il campo da gioco ma coinvolgono settori della propria vita più importanti.

CONTRO

calcio dilettantisticoRITMO (altra faccia della medaglia) – Confrontando, non solo grazie ai ricordi ma anche grazie al prezioso supporto concreto di video di partite importanti, le velocità di gioco nell’arco di un tempo medio-lungo, appare evidente che, soprattutto con l’aumentare del numero di giovani da schierare forzatamente, il ritmo gara si è notevolmente abbassato.

Non è capitato, dunque, che gli under siano stati trascinati dai senior verso una velocità sia di pensiero che di esecuzione maggiore, bensì, sono stati proprio i senior a farsi trascinare verso il basso, rallentando le loro giocate. Questo aspetto ha contribuito a creare quell’abisso tra Serie D e Lega Pro che soltanto 10 anni fa non era così marcato e che, invece, adesso appare insormontabile. Ciò non giova a calciatori già pronti che, magari, si confrontano con una categoria inferiore perché chiamati a trascinare alla vittoria del campionato (un solo anno a ritmi notevolmente più lenti potrebbe risultare fatale, soprattutto a una certa età) e, di conseguenza, non può far bene nemmeno ai giovani che si tenta di aiutare.

RUOLI – Gli allenatori chiamati a schierare un determinato numero di under, parecchi dei quali non ancora pronti ad affrontare avversari di alto lignaggio, preferiscono distribuirli in quelle zone di campo non in base a quanto possano essere effettivamente utili ma in base a quanti meno danni possano fare. Non è un caso che la maggior parte delle pedine giovani vengano adoperate come terzini, esterni di un centrocampo a 4 (perché il modulo più utilizzato resta ancora il 4-4-2) oppure esterni di un attacco a 3. Mosche bianche sono i centravanti mentre è quasi nulla la percentuale di difensori centrali. Ciò comporta tutta una serie di conseguenze catastrofiche come il rischio di porre fine alla carriera di chi gioca in altri ruoli (“Non ha mai giocato quando era under, figuriamoci adesso” è una delle frasi più citate) oppure snaturare completamente i vari talenti, schierandoli fuori-ruolo per non sovraccaricarli di responsabilità.

Inoltre il dover schierare in maniera precisa un determinato numero di ‘97, ‘98, ‘99 ecc. comporta difficoltà nello schierare la squadra in campo e nella ricerca di equilibri: se per esempio ho in rosa due calciatori classe ’99, ma uno difensore e l’altro attaccante, nel momento in cui sarò costretto a fare un cambio forzato dovrò stravolgere anche l’intero assetto del team, creando non poca confusione.

DELIRIO DI ONNIPOTENZA DEI PROCURATORI – In un contesto in cui ricercare under già pronti e forti diventa più facile rispetto a formarseli in casa (soprattutto per chi ha i mezzi per provare a vincere un campionato subito, senza dover attendere l’evoluzione di un progetto) iniziano a proliferare i vari procuratori con i loro interessi. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio e ci tengo a precisare che esistono anche persone che fanno con passione il loro mestiere, muovendosi anche in maniera eticamente impeccabile, ma sarebbe sciocco non citare i vari personaggi che, al fine di poter arraffare quanto più possibile, iniziano a viaggiare sulle spalle di ragazzini che dovrebbero vedere il calcio come un gioco e focalizzare la maggior parte dell’attenzione su cose più importanti, come la scuola.

rissaCACCIA ALL’UOMO – Il prototipo di pubblico calcistico in uno stadio qualsiasi è uno spaccato della società in cui viviamo. Così come in altri ambiti si cerca sempre di trovare un capro espiatorio su cui scaricare tutte le colpe, allo stesso modo si fa dopo una sconfitta. Il problema è che gli insulti e le urla di persone che poco hanno di sportivo e che scaldano il sediolino soltanto per sfogare le proprie frustrazioni sono sempre più indirizzate verso ragazzi che potrebbero essere loro figli o addirittura nipoti, dando un quadro drammatico e penoso della realtà italiana.

VISIBILITA’ (altra faccia della medaglia) – Ho lasciato per ultimo questo punto perché è quello che mi preme maggiormente sottolineare. Il fatto di dover giocare per forza tende a ILLUDERE i ragazzi di essere dei veri calciatori, anche se un buon numero di loro, una volta usciti dalla forchetta dei 3 anni di pacchia assoluta, non calcherà mai più un terreno da gioco.

Questo aspetto è il più controproducente non solo per i giovani calciatori, sedotti e abbandonati, ma soprattutto per un numero molto ampio di genitori che in 3 stagioni si sono convinti di avere in casa il nuovo fenomeno del calcio mondiale, dall’alto delle sue 30 presenze forzate. L’illusione porta quasi sempre alla delusione e le delusioni portano alla nascita di frustrazioni e sfoghi non opportuni; non di rado mi è capitato di assistere a vere e proprie invettive di padri e madri contro l’allenatore e contro i compagni di squadra del figlio (e quindi contro altri padri e altre madri), creando un clima teso e dispersivo, quando invece lo sport, anche nel suo lato più agonistico dovrebbe essere un momento di incontro e di aggregazione, che dovrebbe UNIRE anziché dividere.

CONCLUSIONI

Messe su un’ipotetica bilancia tutti i punti analizzati appare evidente che l’ago pende abbondantemente dalla parte dei CONTRO. Non è difficile capire che il futuro (non solo quello calcistico) appartiene ai giovani e quindi andrebbero sviluppate delle soluzioni, insegnando loro tutti i fondamentali, sia tecnici che tattici, lavorando singolarmente sui limiti, migliorando le loro performance fisiche e aumentando pian piano la loro dose di responsabilità. Ma se non si fa tutto questo e poi si pretende di risolvere il problema obbligando le squadre a far giocare calciatori non pronti allora non si sta facendo nient’altro che spostare la spazzatura sotto al tappeto.

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