Ping Pong: Europa League, un obbligo morale

Nota: Questo articolo è stato scritto 12 giorni fa, con l’obiettivo di essere pubblicato prima della partita col Southampton di domani (3 novembre). Purtroppo le vicissitudini delle ultime due settimane sono tali che l’articolo ne esce monco e malmesso perché era persino stupido tenere tanti riferimenti a Frank De Boer.

L’articolo è il “pong” all’altra faccia della medaglia: Europa League, che scocciatura! Di Francesco Santavenere

Ping Pong: Europa League, che scocciatura!

La premessa è doverosa. La situazione dell’Inter di quest’anno non è affatto normale… non che esistano, in assoluto, situazioni “normali”, ma di certo cambiare allenatore ad agosto, con una manciata di allenamenti a precedere il primo incontro stagionale, non dispone alla serenità dell’ambiente né alle scelte tattiche “felici”. Sarebbe stato difficile per chiunque, anche per i sapientoni di Coverciano, là-dove-nascono-soltanto-fuoriclasse della panchina. Se poi ci mettiamo anche il cambio d’allenatore, comprendiamo che se le prime tre partite sono state difficili, la quarta lo sarà ancora di più: anche se, come sempre, la differenza la faranno i calciatori, la loro voglia e il loro impegno.

Altre due considerazioni rendono l’annata particolare. I due innesti più importanti, Joao Mario e Gabriel Barbosa, sono arrivati tardissimo: Joao Mario ha saltato il Chievo, mentre Gabigol sembra abbia bisogno di mettersi in linea con la forma, ma soprattutto con la testa.

Inoltre, il mercato non ha colmato tutte le lacune di questa squadra, né per la qualità (manca uno in mezzo migliore di Medel e né Joao Mario né Banega hanno espresso il desiderio di fare quel ruolo, in più manca un terzino) né per la quantità (mancano una seconda punta vera, un sostituto affidabile dei centrali, almeno un centrocampista in sostituzione di Felipe Melo).

Anzi, se possibile, il mercato ha acuito alcuni problemi e reso la squadra di difficile interpretazione.

Aggiungiamoci anche la crisi mistico-emotiva di due dei protagonisti preventivati (Kondogbia e Brozovic) e ci ritroviamo il quadro di una squadra attaccata con lo scotch di carta, col coraggio persino di chiedere al tecnico, che si chiami De Boer o Vecchi, improbabili miracoli.

Insomma, se dovessi pensare solo a questa stagione, l’istinto mi dice che l’Europa League potrebbe tranquillamente sfumare già al quarto appuntamento e non ne soffrirebbe nessuno, anzi: si potrebbe usare come rampa di lancio per tutti i ragazzi della Primavera. Una Coppa Italia più remunerativa, ecco.

TUTTI I PERÒ

Il problema è che ci sono tanti però, tanti ma e tanti se. È che io la vedo esattamente come Mourinho: le partite sono tutte importanti.

Vincere aiuta a vincere e questo vale per tutte le squadre: è una questione non soltanto di morale, inteso come coadiuvante per un ambiente più sereno e competitivo, ma si tratta anche della possibilità di affinare le scelte tattiche, i reparti, la conoscenza tra i calciatori, di dare responsabilità a ciascuno di loro. Provi a fare le giocate, trovi confidenza: vincere aiuta anche a trovare energie nuove.

La scelta di De Boer contro l’Hapoel Beer Sheva aveva una logica, che ho condiviso: essendo nuovo, era giusto dare una chance a chi non aveva avuto modo di giocare fino a quel momento. Ma la scelta ha avuto il suo contrappeso psicologico: quelli in campo si sono sentiti delle riserve, hanno sentito il peso di una scelta già fatta. O, come più probabile, sono stati i primi a scaricare l’allenatore e condurlo sul baratro dell’addio… poi la spinta finale l’hanno data i titolari a Genova.

Inutile girarci troppo attorno: la componente psicologica è fondamentale nel calcio. Essere determinato, sereno e propositivo ti consente di essere più concentrato, di correre meglio, di stare attento ai dettagli, di arrivare per primo sulla palla: tutte cose che sono venute a mancare nei primi due impegni di Europa League (anche se nel secondo c’erano più titolari, il segnale era già stato dato nel primo). Non è soltanto questione di “voglia”, per cui basterebbe il minaccioso “andate a lavorare” curvaiolo per far capire ai ragazzi che, oh, meglio darsi una svegliata: gli stimoli non vengono dalla fatica, ma dalla voglia di far bene se questo far bene ti dà chance di emergere, di distinguerti, di guadagnare nelle gerarchie.

Ecco uno dei tanti demeriti di chi ha remato contro: anche chi poteva non essere d’accordo con l’andazzo alle spalle del tecnico, non trovava alcun appiglio, alcuno stimolo.

Inoltre, anche qui cito Mourinho, giocare mette in forma. I momenti della stagione non sono tutti uguali e, soprattutto all’inizio, giocare aiuta a mettersi in forma anche presto: l’unico rischio vero che si corre è quello degli infortuni… ed è il motivo per cui contro l’Hapoel era necessario evitare gente come Banega, per esempio.

Insomma, l’ambiente è un risultato superiore alla semplice somma delle sue parti: vincere, per di più farlo in Europa, è un eccezionale moltiplicatore.

Non bastasse questo, c’è anche l’aspetto del prestigio internazionale. Il Chelsea di Di Matteo (fino a novembre, poi di Benitez, ndr) vinse l’Europa League, e Mourinho non ha mai nascosto che quel titolo è stato importante, sia per il prestigio che per il morale dei suoi uomini, che erano rimasti “vincenti” nella testa, nonostante il suo primo anno della seconda avventura fu di “zeru tituli”.

Perché le coppe sono un po’ anche questo: se vince un Porto qualunque è una cosa; ma se vincono squadre di maggior blasone, il darsi lustro è reciproco: la vincitrce lo riceve dalla Coppa e viceversa. Se l’Inter vincesse quest’anno avrebbe un valore maggiore della vittoria del Siviglia.

FPF E PARTE ECONOMICA

Anche qui, il cane che si morde la coda. Sull’argomento dedicheremo un approfondimento a parte, ma i problemi di fondo sono due. Il primo è composto dalle due maxi-rivoluzioni, prima del 1999 con Lennart Johansson come presidente dell’Uefa (anno in cui “morì” la Coppa delle Coppe) e la seconda è la riforma dei gironi e della composizione della Champions fortemente voluta da Platini: un disastro, uno peggio dell’altro, con il risultato di vedere la vecchia Coppa Uefa, una volta trofeo ambitissimo e con sfide di altissimo livello, essere relegata a “coppetta” di secondaria importanza.

Da quest’ultima riforma non andrebbe scisso il Fair Play Finanziario, probabilmente la cosa peggiore mai vista in termini di riforme nello sport, quale che sia il livello di competizione.

Johansson fece una riforma sbagliata per il timore della “Superlega” (di tipo americano a numero chiuso, sullo stile della NBA) sponsorizzata da Berlusconi-Galliani, da Agnelli, dal Real Madrid e dal Bayern Monaco che misero in piedi il fantomatico “G14”. Questo, però, lo mise in cattiva luce perché era chiaro a tutti già al tempo che gli incassi televisivi stavano aumentando vertiginosamente: immaginate cosa significava per una ventina di club spartirsi una torta che nella stagione scorsa è arrivata a 1,9 miliardi di euro. Da questo punto di vista, Johansson ha letteralmente salvato il calcio europeo.

Platini, invece, è stato una piaga. Ma ci torneremo a parte.

Se oggi ci poniamo il dubbio se sia meglio snobbare o meno una competizione europea, che dovrebbe dare prestigio e essere giocata ad altissimi livelli, è solo frutto di una serie di accordi politico-economici che hanno fatto vittima Johansson, mentre Platini (al tempo chiamato “Blattini” per il suo legame strettissimo con Blatter) è stato ideatore e esecutore materiale di tutto ciò che segue… oltre che essere il beneficiario principale di quel “sacrificio” fatto da Johansson (che, ricordiamolo, non fece neanche campagna elettorale per quell’elezione perché sapeva che non avrebbe vinto comunque).

È tutta una storia di paradossi, in cui il massimo è raggiunto da questa considerazione: per dare prestigio all’Europa League, la speranza è che ci siano, in questo e nei prossimi anni, finali come Inter o Roma contro Manchester United, nonostante la speranza sia ridotta al lumicino: se succede, è perché qualcosa è andato storto… a tanto è stato ridotto il torneo. Ed è questo uno dei motivi per cui snobbarla è un errore madornale.

Non che oggi, edizione 2016-2017, l’Europa League sia poverissima: il vincitore può arrivare a intascare una cifra tra i 25 e i 30 milioni complessivi. Il problema è che è la cifra potrebbe persino essere inferiore a quello che intascherà la Juventus, per dirne una, al passare del turno di qualificazione. Per fare degli esempi concreti:

Champions 2013: Bayern vincitore 55 milioni circa
Europa League 2013: Chelsea vincitore 11 milioni circa

Champions 2014: Real Madrid vincitore 58 milioni circa
Europa League 2014: Siviglia vincitore 14,5 milioni circa

Champions 2015: Barcellona vincitrice 61 milioni circa
Europa League 2015: Siviglia vincitore 19 milioni circa

Col paradosso che la Juventus finalista 2015, essendo l’unica qualificata tra le italiane (poi, mi raccomando eh: tutti a tifare per le italiane…), ha introitato di più del Barcellona (non meno di 20 in più!!!), perché i catalani hanno dovuto dividere il market pool con Real e Atletico Madrid.

Quindi, a conti fatti, uno potrebbe dire: l’Europa League non vale la pena. In realtà non è così, perché non è che puoi scegliere: se vai in Europa League è proprio perché non riesci ad arrivare terzo. La soluzione alternativa sarebbe quella di rinunciare o finire fuori: significa perdere soldi comunque, non sostituirli.

E più vinci, più incassi, anche se sono pochi, ma pochi e maledetti. Vincere in questa stagione non solo porterebbe un totale superiore certamente ai 20 milioni, ma si dovrebbero aggiungere 2 milioni (minimo) di Supercoppa nonché la qualificazione automatica agli spareggi di Champions League (nel caso di Juventus vincitrice, addirittura direttamente ai gironi). Cosa che renderebbe il cammino in campionato meno ansioso.

Ergo: l’Europa League o la giochi bene o non la giochi, perché l’obiettivo deve essere vincerla. Per il blasone, per l’aspetto economico, per la qualificazione in Champions.

E per il fatto etico: più si alza il livello delle finaliste, più si rende prestigiosa, e più sale la speranza che qualcuno si accorga degli errori di Johansson e di Platini, e vi ponga rimedio nel più breve tempo possibile.

Perché è davvero inaccettabile avere ridotto a questo livello una coppa che in alcuni anni del passato è arrivata persino ad avere partite, percorsi e finali più interessanti della coppa maggiore.

CONCLUSIONE

Sono questi solo alcuni degli argomenti (sportivi, tecnici, di morale, di prestigio, blasone e persino di politica sportiva) che mi fanno pensare che l’Europa League non può essere destinata ai primavera, alle riserve: va giocata con ogni mezzo e nel pieno dello sforzo per vincerla.

Non fosse altro che perdere, alla fine, diventa un’idea pericolosa, un tarlo che attanaglia il cervello dei calciatori, li rende vulnerabili, fallibili. L’esatto opposto della vittoria.

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