Conte, Simeone o Pioli: i pro e i contro del prossimo allenatore dell’Inter (pt. 1)

Introduzione

Il dibattito è deflagrato in maniera inequivocabile e rumorosa proprio nel periodo della pausa per gli impegni delle nazionali, forse perché non c’era molto su cui scrivere, forse perché c’è sempre voglia di mettere zizzania in casa Inter o forse semplicemente perché c’è qualcosa di vero nelle voci che vorrebbero Pioli con un piede fuori dall’Inter.

Ci siamo già esposti in passato (recente e meno recente) su come sono state gestite queste informazioni dalla stampa, da quale parte sembrano provenire e essere indirizzate. Per quanto riguarda Conte ci è sembrato chiaro, sin dall’inizio, che le voci fossero eccessivamente vicine al suo entourage: la cassa di risonanza è sempre stata Tuttosport, tra l’altro con una singolarità, ovvero più forte all’approssimarsi di partite importanti della Juventus. Ne abbiamo parlato a inizio marzo qui:

Perché Conte non sarà allenatore dell’Inter

Nell’ultima settimana abbiamo avuto, però, alcune evoluzioni.

Temporalmente la sequenza è piuttosto chiara. Il Corriere dello Sport è il giornale che, quest’anno, si è rivelato il più informato dei fatti in casa Inter, al punto di essere anche il primo a lanciarsi violentemente contro Frank De Boer: ricorderete certamente il titolo “Frank di Burro”, ed era solo il 29 Agosto. Inoltre è stato il primo a dare per certo l’arrivo di Pioli (forse persino troppo presto!), oltre ad essere stato il giornale che ha rivelato l’ingresso di Zola nel lotto degli allenatori che l’Inter stava valutando per il post FDB.

Insomma, sembra che i rapporti tra la dirigenza Inter e il Corriere siano ottimi e tutto quello che dice il Corriere sull’Inter deve essere tenuto più in considerazione che da altre parti. E il CdS, il 30 marzo, va in prima pagina con Pioli confermato dall’Inter:

Ovviamente il tempo è fondamentale in queste cose e, piuttosto che aspettare l’indomani con Tuttosport, ci ha pensato ESPN a parlare di un rinnovo di Conte a rischio. Il motivo del contendere non sarebbe il mancato rinnovo, che non sarebbe una priorità per Conte, bensì la messa in discussione dell’attuale parco tecnico della squadra. Conte sa benissimo che l’anno prossimo sarà un anno completamente diverso: se non ci saranno cataclismi in Premier, ci sarà la Champions da giocare e tanti impegni. Una qualunque cessione importante potrebbe far perdere gli attuali equilibri a questa squadra.

In gioco ci sono le posizioni di Courtois, fortemente cercato dal Real Madrid (in parte anche dall’Atletico, ma sono cifre inarrivabili per i colchoneros), quella di Eden Hazard, anch’egli corteggiato dal Real Madrid, e soprattutto di Diego Costa. Il brasiliano (naturalizzato spagnolo) ha confessato di essere stato vicino al ritorno in Spagna l’estate scorsa e, pochi giorni dopo, Simeone ha detto pubblicamente che l’importanza Diego Costa per l’Atletico era paragonabile a quella di Messi per il Barcellona: i due, a quanto pare, si continuano a corteggiare e in molti scommettono che tornerà all’Atletico.

Per la prima volta, però, non è stato Tuttosport a diffondere una notizia dell’insoddisfazione di Conte: finora erano tutte partite da lì. Ed è un passaggio importante, perché anche le parole a ESPN sembrano provenire sempre direttamente dall’entourage di Conte: il linguaggio è abbastanza chiaro, così come i dettagli e il tipo di richieste. E sembra proprio una risposta all’articolo di ESPN.

Tuttosport, ovviamente, non poteva rimanere estraneo, così per due giorni ribatte la notizia: prima replicando la notizia di ESPN (aggiungendo qualche pepato dettaglio):

Tuttosport

Il giorno dopo affondando con le parole del manager di Conte, Andrea Pastorello: Se vinci un campionato – dice il procuratore – e apri il ciclo l’obiettivo è dare continuità. Ma se arrivano offerte da club di livello possono capitare nuove opportunità, soprattutto con i club storici”:

Insomma, a Londra non devono aver preso sul serio Tuttosport fino ad ora e sembra sia stato necessario mettere il carico pesante.

Il primo effetto è stato quello di una larga spaccatura all’interno della tifoseria interista. Con Simeone ormai più defilato (ha praticamente detto che resta anche l’anno prossimo, benché le parole nel calcio non è che contino poi così tanto…), Pioli ancora sotto esame, la figura di Conte si erge pericolosa all’orizzonte.

Ma quale dei tre tecnici fa davvero al caso dell’Inter? Oggi affrontiamo l’argomento parlando di Stefano Pioli, domani e dopodomani affronteremo le questioni legate a Diego Pablo Simeone e Antonio Conte. Non tratteremo di altre opzioni fantasiose, così come non parleremo di Spalletti, perché ci sembra al momento l’ipotesi meno probabile (ma non del tutto improbabile ma che è, probabilmente, quella più indicata in un momento di ricostruzione in cui non è obbligatorio vincere: se arrivasse, ne riparliamo), né di Capello, perché sarebbe lo scenario peggiore.

Questo articolo nasceva per trattare di tutt’e tre, ma parlare di Conte e Simeone ha preso sin troppo spazio…

STEFANO PIOLI

Su Pioli mi sono espresso più e più volte: chi ha voglia di approfondire potrà trovare una sorta di riepilogo nell’articolo di un mese fa:

I perché delle nostre critiche (e degli elogi) a Pioli

Per chi ha meno voglia, faccio un riassunto. Pioli ha vissuto la sua esperienza all’Inter in un momento molto particolare del calcio italiano, in cui la Serie A ha mostrato tutta la sua straordinaria debolezza, con una dozzina di squadre che hanno ricevuto il responso, o quasi, già a inizio novembre.

Chi si spella le mani nel plaudire Pioli per la strabiliante media punti deve anche fare la tara a questa media punti. L’Inter del Triplete vince con 82 punti, alla media di 2,157 a partita: per gran parte della sua avventura all’Inter, Pioli ha viaggiato a medie più alte. Liberi di pensare che questa squadra e questo tecnico siano migliori di quelli che abbiamo visto nel 2009-2010.

Oppure, liberi di pensare che questo campionato sia oggettivamente più facile. A darne la riprova è la straordinaria media punti delle 6 squadre di testa… almeno considerando il periodo che va dall’insediamento di Pioli a oggi:

La media punti dice:

Juventus 2,44
Napoli 2,389
Roma 2,33
Inter 2,111
Lazio 2,11
Atalanta 2

Riportate a 38 partite significherebbero ben cinque squadre sopra gli 80 punti! Con l’Atalanta che finirebbe a 76 e la deludente Fiorentina che sarebbe ad un soffio da quota 70 nonostante il 7° posto.

Fatta questa tara, non si può comunque negare il discreto lavoro svolto, anche merito di una società evidentemente più presente e una squadra più responsabilizzata e più vicina al tecnico, indipendentemente se questi sono meriti diretti di Pioli o meno. Almeno fino ad un certo punto, ovvero finché Pioli ha mantenuto la barra dritta e seguito un percorso preciso: a partire dalla Juventus in poi, con gli esperimenti della difesa a 3, con Medel difensore, con cambi cervellotici, Pioli ha realizzato 13 punti in 8 partite, 7 nelle ultime 5.

Ma la tara va fatta, perché il vero banco di prova per Pioli erano e saranno le grandi sfide, al netto degli inciampi tipo Sampdoria. Tre le ha già perse, tutte piuttosto malamente: contro la Juventus ha giocato solo 20 minuti alla pari (e anche meglio) salvo poi sparire definitivamente nel secondo tempo, anche se qui c’è la scusante dell’eccesso di nervosismo a causa della direzione di Rizzoli; contro la Roma, una delle partite peggiori della stagione con un inguardabile e improponibile 3-6-1; e contro la Lazio in Coppa Italia, partita che probabilmente ha generato quella paura che poi ha costretto la squadra a schierarsi in maniera innaturale nel quartetto di sfide contro Juventus, Empoli, Bologna e Roma.

Ci sono ancora Napoli, Milan, Lazio e Fiorentina da giocare, di cui solo il Napoli sembra ancora fuori portata per maturità e completezza dell’organico: e sarà in queste 4 partite che Pioli dovrà anche dimostrare coraggio, tenacia, convinzione e soprattutto identità.

Inoltre va detto che, nel novero delle peggiori prestazioni stagionali, alcune sono proprio sotto l’egida di Pioli: Genoa, Napoli, Roma, Bologna, che si affiancano a Atalanta e Hapoel della prima parte. Oltre a una serie di parziali letteralmente regalati all’avversario che, in condizioni diverse, non avrebbero lasciato indenne l’Inter: penso alle partite contro Udinese o Sassuolo, Fiorentina o Lazio di campionato.

Qual è la vera dimensione di Pioli? L’idea, condivisa con molti lettori, è che a Pioli manchi quel quid in più per fare il gran salto di qualità, come dimostra anche la sua storia nella Lazio, come scrivevamo al suo arrivo all’Inter:

Vero, l’anno prossimo sarà un campionato diverso: la Fiorentina e il Milan saranno probabilmente ancora fuori dai giochi, la Roma e la Juventus probabilmente con un nuovo allenatore, e solo il Napoli sembra sia in grado di garantire continuità tecnica e tattica. Pioli potrebbe bastare, nonostante brutte prove come Genoa o Sampdoria, a patto di un mercato di qualità: per la serie “non puoi fallire”, contando anche sulla continuità in panchina. D’altra parte, cambiare per cambiare non ha mai portato nulla di buono.

Ma cosa significa farsi bastare un allenatore? L’Inter ha rinunciato a gennaio a Miangue, che con De Boer aveva visto il campo e sembrava potersi giocare un posto ad armi pari con Nagatomo, Santon e Ansaldi, quest’ultimo prima sacrificato all’altare della centralità difensiva di Medel, poi recuperato per sopraggiunta impraticabilità della difesa a 3. Joao Mario e Barbosa sembrano decisamente spariti dai radar, con il portoghese protagonista di soli 46 minuti nelle ultime partite: un ostracismo difficilmente spiegabile.

Così come lo è la mancata convivenza tra Banega e lo stesso portoghese: all’arrivo di Pioli ci eravamo espressi chiaramente su questo punto, difficile che li avremmo visti insieme in campo. Ma da qui a non provarci sostanzialmente mai ce ne passa… e invece è successo. Murillo (24 anni) messo da parte (e sul mercato) per fare spazio all’adattato Medel (30 ad agosto), a prescindere dall’avversario.

La domanda è spontanea: con la Champions fuori portata, cosa si è costruito per il futuro? Ce lo chiedevamo già dopo la partita contro il Genoa, in un discorso inficiato, nei numeri, dall’imprevedibilità di un campionato improvvisamente spento, ma non nella sostanza:

Si è recuperato Kondogbia alla causa, ma si è riperso (stavolta, credo, definitivamente) Brozovic; si è rimasti impantanati con Icardi isolato al centro; si è insistito su Candreva (soprattutto) e Perisic nonostante la necessità di entrambi di rifiatare.

Ecco, l’impressione è che l’anno prossimo sarà ancora un anno zero, e la cosa che la rende ancora più terribile è che lo sarà anche con Pioli in panchina. E sarà l’ottavo anno zero.

Il buon Stefano sembra inadeguato a prescindere: lo è se si vuole costruire, perché è chiaro già da questi mesi che le prospettive e i pensieri dell’allenatore vanno in direzioni opposte; lo è se l’obiettivo è vincere qualcosa o essere competitivi, maledettamente subito, a meno di una campagna acquisti di grandissimo livello. Ma a quel punto sarebbe competitivo praticamente chiunque, e c’è chi darebbe maggiori garanzie di Pioli.

L’unica vera àncora di salvezza per l’attuale allenatore? Un posto in Champions League, per quanto inarrivabile al momento.

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