Javier Pastore è il “10” giusto per l’Inter?

Pastore al PSG

Inevitabile suscitare l’interesse dei grandi club d’Europa, ma quello che si prospetta nell’estate successiva è ai limiti del pensabile.

Il PSG viene ufficialmente acquistato dal Qatar Investment Authority e cambia, di fatto, la prospettiva del calcio europeo.

Mentre in quella estate l’Inter prova ad accaparrarsi il giovanissimo Neymar e Ganso (facendo arrabbiare quelli del Santos), i proprietari del PSG, ancora inconsapevoli di quel che accadrà 6 anni dopo, fanno la prima mossa: Leonardo, ex allenatore dell’Inter, come Direttore Sportivo.

Il PSG fa razzia in Italia: Sirigu, Menez, Sissoko, Thiago Motta per rifondare la squadra. Ma il colpo da più di 40 milioni è un altro: Javier Pastore, l’acquisto dall’estero più costoso della storia di Francia fino a quel momento.

Proprio per questo in terra francese non era visto granché bene, i tifosi parigini erano piuttosto scontenti del mercato: si aspettavano fuochi d’artificio e invece si trovavano una squadra lontana dalle loro logiche. In realtà avrebbero dovuto solo avere un altro po’ di pazienza  (mi ricorda qualcosa…).

L’impatto di Pastore, però, è devastante: 6 gol e 2 assist in due mesi circa, brilla e segna anche in Champions League, giocate superbe, intensità elevatissima: il salto di campionato e di aspettative non sembravano avere cambiato nulla nella testa e nel talento.

Poi, però, improvviso e inatteso un calo di intensità, forse un certo appagamento, fino al primo di una lunga lista di infortuni che ne hanno limitato la carriera.

Pastore chiuderà con 13 gol e 6 assist in campionato, 16 e 8 in totale, uno score che sarebbe da consacrazione, soprattutto in una squadra dal gioco scadente e mai convincente, ma nella realtà non è stato così.

Perché i giudizi sono contrastanti, perché sa essere tanto sublime, l’unico giocatore capace di eccellenze in quella formazione, quanto irritante: per ogni assist delizioso ci sono almeno 10 incomprensibili palle perse, per ogni gol segnato c’è almeno una mezza dozzina di atteggiamenti che gli valgono, udite udite, persino i fischi del Parco dei Principi che  non perdonava i picchi di bassi nelle sue prestazioni.

Soprattutto non perdona l’avere perso lo scudetto nelle ultime giornate: facile vedere in lui il capro espiatorio, visto che l’allenatore era già saltato a Natale e il nuovo, Ancelotti, aveva un curriculum degno di rispetto.

L’anno successivo (è il 2012-13) il PSG comincia a fare sul serio perché già una stagione fallita sembra un dramma, e acquista Thiago Silva e Ibrahimovic: i riflettori si spostano da Pastore che sembra soffrirne un po’, soprattutto perché il centro della trequarti, la sua casa, non è più sua esclusiva proprietà.

I picchi di basso vanno ancora più a fondo, ma anche se gli “alti” diminuiscono, la sua produzione rimane degna di attenzione: in stagione totalizza 9 gol e 14 assist, entra un po’ più nel vivo dell’azione ma il numero dei palloni persi aumenta, così come la distanza tra chi ne ama l’eleganza, l’intelligenza e il talento, e chi ne odia l’indisponente flemma di troppe occasioni.

Lui ci mette anche del suo: nella Parigi che si appresta a conquistare il mondo, lui è l’anti-divo per eccellenza, l’esatto contrario caratteriale di Ibrahimovic che diventa il centro catalizzatore di tutte le attenzioni. E poi il PSG comincia il ciclo bulimico dei talenti: Lucas e Beckham (di ritorno dai Los Angeles Galaxy) a gennaio dopo aver preso Lavezzi, Ibra e Thiago Silva in estate.

Ancelotti, da sempre uno molto aziendalista, prova sempre a metterne tanti in campo, per un po’ prova con Pastore la stessa mossa riuscita con Pirlo, anche se non proprio da regista basso, più da mezz’ala.

In quel momento non sembra andare e Javier comincia a frequentare con più assiduità la fascia, prima a destra e poi a sinistra. No, che dico “fascia”, proprio sulla linea laterale perché spesso quel PSG giocherà col 4-2-4 purissimo, 4 attaccanti in campo.

In quella stagione emerge molto chiaramente, per i parigini, che Pastore rischia di essere uno di quei calciatori che esprimono il loro enorme talento solo quando l’impegno è massimo, quando l’avversario è di livello superiore, quando la sfida per molti si fa impossibile e qualcosa dentro l’argentino lo scuote per mostrare al mondo che, sì, lui ne è capace.

Maradona ha detto di lui “È un maleducato del calcio, tocca la palla come se avesse giocato 4-5 Mondiali“: solo che quella maleducazione si manifesta pienamente, nella sua barbara e al tempo stesso elegante bellezza, quando la luna è quella giusta e i riflettori accesi.

La partita clou è ai quarti di finale di Champions League, contro il Barcellona: dopo il 2-2 dell’andata, i parigini affrontano a viso aperto il Barcellona, forse come nessuno ha mai fatto prima e dopo.

Per capire che squadra avesse Ancelotti, dalla metà campo in su si recita così: Motta, Verratti, Lucas, Pastore, Lavezzi, Ibrahimovic.

Pastore segna dopo una prestazione brillante sulla fascia sinistra, il gol è un piccolo gioiello in contropiede dopo uno scambio con Ibrahimovic.

Solo che il PSG è talmente sbilanciato, nonostante il vantaggio, da regalare al Barcellona il gol del pareggio, decisivo per la qualificazione blaugrana: quando Messi accelera sulla trequarti, i 4 attaccanti del PSG sono tutti fermi e giocare in 6 contro 4 contro il Barcellona di Messi e Iniesta (una partita gigantesca la sua) è un suicidio.

Dopo quel pareggio a Parigi hanno maturato una certezza: Pastore sembra essere uno “solo” da grandi occasioni, c’è da perdonarne l’indolenza in tutte le altre.

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