Javier Pastore è il “10” giusto per l’Inter?

La svolta, in positivo e in negativo...

Nel 2013-14 cambio di allenatore in panchina (c’è Blanc al posto di Ancelotti che va al Real Madrid) e arriva Edinson Cavani, che finalmente toglie dalle spalle di Pastore l’etichetta di “acquisto più costoso” (Thiago Silva era costato 42 milioni, 1 in meno dell’argentino).

Tra qualche malanno fisico e alcune incomprensioni con l’allenatore, El Flaco comincia la sua girandola per il campo giocando talvolta trequartista, talvolta esterno d’attacco o di centrocampo, in diversi casi anche da mezz’ala, avendo corsa e potenziale per farlo, ma anche un allenatore testardo, testardissimo, che sa anche imporglielo.

Quello che cambia, anche se ancora troppo sotto traccia per molti, è che Pastore comincia a sbagliare meno palloni, è più sicuro, soprattutto quando sta in mezzo: dal 75% di precisione passa all’85%.

Al tempo stesso, però, gioca meno, molto meno, perdendo di colpo circa 1.000 minuti di Ligue 1, quasi 1.400 in stagione da un anno all’altro: ne risentirà parecchio anche la sua voglia.

Si tratta, però, di un artista che è capace di produrre capolavori quando meno te lo aspetti, anche se un indizio lo abbiamo chiaro, noi ma soprattutto i tifosi parigini: se ci sono i riflettori, dentro il calciatore c’è qualcosa che vibra in maniera speciale.

Quarti di finale di Champions League, Parco dei Principi, Aprile 2014. Il Paris Saint Germain sta vincendo 2-1 contro il Chelsea di José Mourinho con in campo il tridente Lavezzi, Cavani, Ibrahimovic, mentre in panchina ci sono Pastore e Lucas.

A 5 minuti dalla fine, Blanc toglie Lavezzi e mette Pastore.

All’argentino piace l’atmosfera della Champions, è come uno di quei gioielli rarissimi e costosissimi che brillano soprattutto nelle serate di gala.

E decide che quella sera, anche se in pochi minuti, è la sera giusta per brillare.

Quando si vince in una sfida del genere, a meno di due minuti dal termine, un qualunque calciatore si mette lì sulla bandierina, conquista il fallo o l’angolo e sorride soddisfatto perché ha fatto il suo dovere.

Ma Pastore, lo abbiamo detto, è un talento unico anche perché vede opportunità là dove altri vedrebbero solo difficoltà: quello che fa in mezzo a 3 uomini, poi 4, in un fazzoletto di terra è qualcosa di sublime, di ultraterrena bellezza:

Se c’è un momento preciso in cui si dipanano i dubbi del pubblico parigino su Pastore, quello in cui diventa davvero beniamino e si comincia a perdonarglisi tutto,  è proprio quello: il gol che farà urlare 40mila spettatori a squarciagola “Pastore! Pastore! Pastore!”.

La partita dopo non sarà titolare e il PSG perderà partita e qualificazione (Mourinho nel ritorno ha annientato Blanc, imbrigliando il PSG e costringendolo alla sconfitta 2-0), ma quella dell’andata è anche quella in cui El Flaco cresce, fa l’ultimo step mentale che gli serve per il salto definitivo.

Fino a quel momento c’era un grande rimprovero nella sua carriera, ovvero quello di essere come quei tanti talenti argentini, in cui il romanticismo dell’estetica calcistica travalica e vince inesorabilmente il concetto di utilità e, troppo spesso, anche quello dell’essere decisivo.

Pastore era, fino a lì, uno degli esempi più illuminanti di quel calcio fatto di pura emozione che si eleva sul dispotismo del risultato.

Fino a quel momento.

Perché nella stagione successiva, 2014-15, entra in campo un altro El Flaco, con l’espressione più seria, persino la postura sembra diversa.

Forse c’entra anche la delusione concentissima di non essere andato al mondiale del Brasile, vero cruccio della sua carriera assieme alla Champions League.

Fino alla stagione prima c’erano state partite di una bellezza a dir poco abbacinante, dominate, però, dall’intermittenza tipica di certo talento. Da quella stagione in poi Pastore smette di essere “solamente un 10” e diventa un giocatore completo.

Viene spesso spostato sulla trequarti o come esterno d’attacco, ma la maggior parte delle partite le gioca da interno di metà campo. Probabilmente il miglior Flaco della carriera: in stagione 16 assist, 6 gol, diventa il fulcro dell’azione parigina toccando quasi il doppio dei palloni del solito (73 a partita!) con una precisione piuttosto alta, lanci, aperture… e corsa, tantissima corsa.

Corsa all’indietro.

Contrasta, almeno 2 a partita gli vanno anche bene, per lunghi tratti di stagione si attesta addirittura a 6 palle recuperate per match. Intercetta come un mediano qualunque. Solo che poi l’azione cambia verso, arriva sui suoi piedi e fa cose che un mediano qualunque non sogna neanche da ubriaco.

Oltre 3.600 minuti di calcio maturo, bello, costante. Si sporca nei tackle e un istante dopo è dieci metri più avanti a cercare corridoi impossibili con l’esterno del piede, va a fare legna davanti all’area e nell’azione successiva a danzare tra avversari.

E se perde palla non si ferma, non più: rincorre.

Javier Pastore è maturo al punto che in Francia diventa pubblico il “pastorismo” che fin lì era stato di pochi eletto, Al Khelaifi in testa.

Non è un caso che torna anche in nazionale: ultima apparizione fine 2011 prima di tornare a ottobre 2014.

Nella Copa America del 2015 in Cile, l’Argentina dei tre tenori (Messi, Aguero, Di Maria), che può lasciare in panchina quantità debordante di talento (Lavezzi, Higuain, Banega, Tevez, Lamela), ha un cuore che pulsa. E, no, non è La Pulce e neanche El Kun: il ritmo albiceleste è dettato da Pastore.

E nel match contro il Paraguay il mondo intero lo applaude.

L’Argentina perderà quella Copa America, ma è chiaro che El Flaco è davvero un altro calciatore.

Solo che il calcio a volte sa essere terribile, perché la carriera di Pastore diventa un incubo: per tutta la stagione 2015-16 e metà della successiva sarà disponibile a singhiozzo, continuamente infortunato, mai per un mese continuativo.

11 apparizioni da titolare, in League 1 poco più di 900 minuti, circa 1.200 stagionali: un disastro con un magro bottino di 3 gol e 6 assist.

Nel 2016-17 va anche peggio fino a metà febbraio, giorno del ritorno anche se per pochi minuti.

Nel nuovo PSG di Emery continua a pellegrinare di ruolo in ruolo, ma almeno per quasi 3 mesi riesce a essere disponibile, anche se non lascia quasi mai davvero il segno.

La fabbrica degli assist funziona ancora (4 in totale) ma non realizza neanche un gol.

Poi quest’anno arrivano Neymar e Mbappe, a Settembre si infortuna di nuovo ma recupera presto. Ci sarebbe ancora posto a metà campo, da mezz’ala, per Pastore che gioca, segna (4 gol in campionato) e trova anche il tempo di fare assist: 752 minuti in 14 partite di campionato, poco più di 1.000 in stagione e 5 gol… non tantissimo per un calciatore che sa di meritare di più.

Troppo poco soprattutto per chi sembra avere scelto quale ossessione “curare” prima: per la Champions League c’è tempo…

Per il mondiale del 2018, invece, no.

Non c’è tempo e Pastore sembra non abbia proprio voglia di coltivare un altro enorme rimpianto.

 

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