Javier Pastore è il “10” giusto per l’Inter?

Il 10 giusto?

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Qualche settimana fa, intervistato in Francia, si è espresso chiaramente: “non sto chiedendo di essere ceduto. Non è solo questione di giocare: voglio partecipare ai mondiali del 2018. Ma se il CT vede che qui non gioco, sarà dura essere convocato. Ci sto pensando ma non ho ancora preso una decisione“.

Parole dette forse con troppa leggerezza (conoscendo Al Khelaifi poi…) e che forse hanno avuto l’effetto di rallentare le trattative successive.

La vicenda Pastore-Inter si innesta in questo quadro e a rendere possibile un trasferimento in nerazzurro sono due aspetti specifici: è, appunto, l’anno del mondiale e da questa parte c’è Sabatini, con cui ha un rapporto speciale.

Mancando una delle due condizioni mancherebbe qualcosa ad una attrazione che, sponda nerazzurra, esiste da molto tempo.

Pastore è il numero 10 giusto per Spalletti?

A occhio e croce il primo responso potrebbe propendere per il “no”. Spalletti ha più volte parlato di “equilibrio da mantenere” e per questa ragione la seconda punta alle spalle di Icardi la schiera solo in caso di necessità. E non è solo perché si chiama Eder, visto che a contendergli il posto sono stati anche Joao Mario e Brozovic.

Seguendo la storia di Spalletti ne abbiamo una traccia: un centrocampista dinamico, bravo negli inserimenti, magari dotato di buon tiro ma certamente capace di guidare il pressing alto e tenere questo fantomatico equilibrio.

Il “secondo Pastore”, però, quello che è cresciuto come mezz’ala, è un giocatore diverso da quello visto in Italia e da quello che in molti ricorderanno: è un calciatore totale capace di fare le due fasi.

Se Pastore sta bene, se ha gamba e forma fisica, è un giocatore che non ha perso la sua intrinseca bellezza, ma che ha anche imparato a rendersi utile.

Di quel calciatore che i parigini reputavano troppo spesso irritante non sembra esserci traccia, anche se quest’anno ha manifestato nuovamente alcuni momenti di indolenza, ma l’ambiente a Parigi non sembra essere dei migliori e lui non pare essere a suo agio: la vicenda pubblica con Thiago Silva ne è un chiaro esempio.

Il gruppo è tenuto con lo sputo (scusate il… francesismo) nonostante le parole di facciata. Il PSG non ha gradito la questione del “ritardo”, ma soprattutto la risposta pubblica a Thiago Silva: è un club che ama avere controllo sulla comunicazione, hanno l’abitudine a far passare un’immagine “pulita” del club.

Un paio di anni fa, Eric Cantona ha detto di lui: “per me il miglior calciatore del mondo è Javier Pastore […] per me è il più creativo del momento, il più entusiasmante […] “Ha qualcosa di speciale […] Pastore può fare cose che altri calciatori non sanno neanche […] Pastore è pieno di sorprese […] e per me è il miglior calciatore del mondo perché io amo questo genere di calciatore.

(si ringrazia  per il video)

Che giocatore sarebbe all’Inter?

Come in tutta la sua carriera, dipenderebbe da lui, da che voglia ha e che forma ha. Potrebbe giocare ovunque, da trequartista o da esterno, magari anche da interno di un centrocampo a 3 se c’è bisogno.

Detto che questo genere di statistiche soffre di possibili inesattezze, la riportiamo così come Sky l’ha estrapolata da Opta.

In Francia ha giocato ovunque. 248 match riassunti così: trequartista per 71 gare (15 gol e 14 assist), anche esterno mancino con licenza di offendere (66 gare, 13 gol e 12 assist). […] Tuttavia, Pastore ha giocato anche da mezz’ala, fornendo 21 assist in 59 partite (con 11 gol). Eventualmente potrebbe essere schierato anche sulla destra (5 gol e 9 assist in 27 gare). 

Ma mentre Sky vede la soluzione da trequartista/ala sinistra, i 32 eventi determinanti (goal+assist) in 59 partite da mezz’ala non lasciano dubbi sul fatto che potrebbe giocare ovunque.

All’Inter potrebbe permettersi tutto, anche se questa duttilità gli è costata qualcosa nel PSG, come ha dichiarato qualche settimana fa alla domanda “dove preferisci giocare?”:

Dipende dalle partite. In partite come quelle di oggi è bello giocare nel mezzo. Quando le partite sono più chiuse, è meglio fare l’attaccante. L’allenatore spesso mi dice che sono versatile. Ma quando sei troppo versatile a volte non fai parte dei titolari (ride).

Sulla classe, sul talento, sulla bellezza e l’eleganza del calciatore non ci possono essere dubbi.

Sulla sua utilità potremmo dibattere ancora e chi lo fa, a dire il vero, non ha in assoluto tutti i torti, ma potrebbe essergli sfuggita l’evoluzione e il fatto che ha dato prova e dimostrazione di essere cresciuto e potere avere un’altra testa.

Perché Pastore ha la stoffa del numero 1… anzi, del numero “10”, il numero più affascinante di tutti, e se non è riuscito a imporsi a livello globale è stato solo per la sua incapacità di essere ruffiano pubblicamente, oltre alla sfortuna di malanni fisici nel periodo migliore della carriera.

E se malauguratamente anche la testa non fosse sintonizzata al 100%, l’upgrade rispetto al duo Joao Mario/Brozovic sarebbe talmente enorme da fargli perdonare qualunque leggerezza, qualche palla persa di troppo, qualche rientro in meno: l’avrei preso da 10 puro, attaccante, senza rientri, figuriamoci oggi.

Solo che, se dovessi scommettere qualcosa, punterei il mio obolo sulla voglia di mettersi in mostra e, se necessario, sacrificarsi.

Perchè, è vero, ha promesso a El Khelaifi che sarebbe rimasto finché non avesse vinto la Champions col PSG. Quest’anno, però, c’è un mondiale da giocare e lui vuole assolutamente esserci: ha dimostrato di poterci stare, di poter guidare l’albiceleste, e il prossimo arriva con Pastore 32enne. E forse mai come quest’anno c’è tempo, modo e spazio per essere determinante in nazionale.

Per poterlo fare, però, deve giocare.

Magari in una squadra che gli dia fiducia costantemente, che abbia bisogno di lui, che lo metta al centro dell’azione; con davanti un cecchino infallibile e laterali di corsa e qualità; magari in un campionato che, sebbene in calando, rimane uno dei più visti al mondo.

E magari in una squadra che ha sempre avuto un buon rapporto con gli argentini.

In una squadra e con una tifoseria che hanno bisogno di talento, di un giocatore che sappia, sì, essere risolutivo, ma che sappia anche divertire.

Uno di quelli che ti fanno alzare in piedi per la giocata.  Un artista vero, di quelli che a San Siro non se ne vedono da troppo tempo.

 

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