Inter-Crotone 1-1: non meritate più nulla

La paura e la partita

 

Non è certo il periodo peggiore, visto che comunque si rimane aggrappati a qualcosa. L’anno scorso, per esempio, nel finale fu anche peggio: si perse con Sampdoria, Crotone, Fiorentina, Napoli, Genoa e Sassuolo, realizzando 1 solo punto in 7 partite, subendo ben 15 gol, anche se il conto dei gol fatti e subiti è dopato dal 5-4 di Fiorentina-Inter.

Quello che, però, cambia dall’anno scorso sono le premesse e le prospettive.

L’anno scorso, D’Ambrosio dixit, hanno “mollato” (il solo pensarci è già abominevole…) in un momento in cui si era frenata una rincorsa impossibile. Non giustificabile per dei professionisti ma comprensibile umanamente.

Ma oggi, nonostante la difesa tenga, nonostante i pareggi importanti con Juventus, Lazio e Roma, nonostante le prospettive siano ancora lì ancora apparecchiate, è troppo forte l’impressione di una squadra implosa mentalmente, incapace di metterci quel qualcosa in più che viene da dentro: atterrita da sé stessa, con la paura di giocare.

Paura.

Di.

Giocare.

Dirlo fa rabbrividire.

E qui subentra il contrappeso alla matematica che ancora ci tiene in gioco: perché l’impressione è che non se ne esca facilmente e che anche la fantomatica “miccia” accesa all’improvviso non possa bastare.

Da una parte è chiaro che in troppi sono bersaglio dello stadio, in qualche caso probabilmente con qualche eccesso: San Siro sa diventare indigesto, uno straordinario moltiplicatore di paure.

Dall’altra, c’è l’intima consapevolezza che questa squadra ha una fragilità interiore che anche si dovesse vincerne 4 o 5 di seguito, alla prima sconfitta si rischia d’essere punto e a capo.

Un incubo dal quale si può uscire probabilmente solo tranciando carne e ossa.

E a dircelo è proprio Spalletti, inizio luglio 2017:

Ci sono dei calciatori qui che hanno visto passare e ascoltato 5-6 allenatori di livello, di grandissimo livello e di grandissimo livello umano e calcistico. Non la raccontano più a nessuno: è colpa anche loro se non si fanno risultati. E quando si arriva in fondo… è l’ultima possibilità che abbiamo, questa stagione qui. Ma non solo per me, secondo me anche per molti dirigenti e per molta gente dell’Inter è l’ultima possibilità. E lo debbono sapere: quindi si dà tutto in questa stagione.

Non la raccontate più a nessuno, né voi né chi vi ha scelto né chi vi ha protetti fino ad ora.

La partita

In breve, qualcosa prima delle pagelle.

La premessa è che c’è una sola nota positiva in questa partita: la prestazione di Walter Zenga. Il suo Crotone ha giocato una buona partita, con concetti di gioco decisamente diversi rispetto all’andata: ha aspettato l’Inter e poi piano piano l’ha aggredita alzandosi sul campo, anche se questo è coinciso con il gol subito: ma è su angolo e non c’entra molto la tattica.

Poi, nel secondo tempo, tanti piccoli e grandi accorgimenti (anche la marcatura sostanzialmente a uomo su Rafinha è stata preziosa), ma soprattutto un segnale di discontinuità con tanti colleghi afflitti dal Covercianesimo di ritorno: 1-1 a Milano, invece che fare barricate e mettere un altro difensore, è rimasto fedele a sé stesso, al suo 4-3-3/4-5-1 che, pur concedendo fisiologicamente qualcosa all’Inter, è servito per portare a casa un risultato di prestigio con una gara di prestigio.

Una partita in cui ha costretto l’Inter a tenere buona parte del suo possesso palla nella sua (nerazzurra) metà campo: entrambe al 52% di possesso palla sulla metà campo avversaria. Per essere in una squadra che deve salvarsi è un dato statistico importante e che racconta molto della mentalità di un allenatore.

Purtroppo siamo in Italia e allenatori che hanno avuto esperienze in (presunti) campionati minori sembrano non poter godere della stessa pubblicità mediatica di tanti allenatori italiani decisamente mediocri: come se vincere un campionato romeno o serbo con la Steaua o la Stella Rossa sia una passeggiata.

Se rimane nel giro per qualche anno, presto o tardi qualche chance a un livello superiore gli arriva.

L’Inter ha pagato sé stessa, l’eccesso di individualismo (vedi Perisic nel finale), ma soprattutto tanti errori individuali: oltre 45 palle perse da metà campo in su, l’unico a salvarsi è Valero che ha anche il merito di recuperare più palloni dei suoi compagni di metà campo messi insieme.

Ha pagato in buona parte anche l’assenza di un uomo in area, soprattutto nel primo tempo: vero è che Eder ha partecipato molto all’azione, risultando anche utilissimo in molti frangenti, toccando nel primo tempo tanti palloni (18) quanti ne tocca spesso Icardi in 90, ma in 4 o 5 occasioni utili l’area era vuota e nessuno si è inserito.

Difficile far gol così, con una squadra troppo lunga e sfilacciata, che anzi nel primo tempo non era stata neanche malvagia e sembrava poter disputare una partita migliore dell’ultima… o forse è solo il gol fatto a migliorare l’umore e la visione.

Di fatto c’è che il tanto acclamato 4-3-3, soprattutto se fatto in questo modo, comporta l’isolamento di Borja Valero e la mancanza di alternative di passaggio: lo schema sembrerebbe volere che Vecino attacchi la profondità, Brozovic si allarghi mentre Candreva e Perisic si portino dentro il campo per creare la superiorità perduta: solo che gli ultimi due continuano a fare cose diverse, l’attaccante il croato e l’esterno l’italiano.

Così si rimane in costante inferiorità numerica.

Anche se, soprattutto dopo il gol, l’Inter ha provato a giocare una partita di maggior piglio e con un un possesso palla migliore: durato, però, per una decina di minuti dalla mezz’ora in poi.

Nel secondo tempo, sprofondo rosso, soprattutto mentalmente come dimostra il gol preso a squadra schierata ma con una dinamica che sembra quella di una transizione negativa: ne parleremo nell’analisi della partita.

Indice

Loading Disqus Comments ...