Genoa-Inter 2-0: chissà se il cuore batte ancora

Seconda parte

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Quando la palla colpisce lo sfortunato Andrea, sia lui che Skriniar sono… come sono? Non lo so come sono, basta guardarli mentre Handanovic è impalato:

Un autogol così non me lo ricordo e per un attimo penso che, in quel preciso momento, potrei trovare persino più dignità in un pareggio di Perin di testa all’ultimo minuto.

Quando la palla accarezza la rete di Handanovic, l’orologio segna 44:29: non c’è neanche tempo per tornare a metà campo e far ripartire l’azione, perché si va tutti negli spogliatoi.

Subire un gol del genere proprio poco prima di andare negli spogliatoi è la classica mazzata sulle gambe, tant’è che l’Inter che rientra in campo somiglia più a un pugile suonato che a un toro in una arena.

Anche qui, non è che il Genoa faccia chissà cosa, ma gli basta rinculare subito dopo aver provato l’offensiva per disinnescare l’Inter, che produce una sola azione pericolosa (cross di Cancelo per Eder che non ci arriva, Rosi mette in angolo).

Più passano i minuti e più credi che possa migliorare qualcosa, perché effettivamente l’Inter cresce pian piano e c’è ancora la carta Rafinha da pescare dal mazzo.

Ma che Inter sarebbe se non si facesse male da sola?

Da un calcio d’angolo deviato, la palla arriva a Laxalt che tira di sinistro ma viene fuori un tiraccio che è diretto fuori, se non che nella traiettoria c’è Goran Pandev, giocatore di categoria superiore: là dove in molti avrebbero provato chissà cosa, lui d’istinto controlla benissimo di destro, poi la sposta un attimo col sinistro per far perdere tempo all’avversario diretto e al portiere, infine tira in porta trafiggendo Handanovic.

Nel lasso di tempo tra il tiro di Laxalt e quello di Pandev, c’è da registrare il non-movimento di Gagliardini che guarda come se la cosa non gli appartenesse. Il marcatore di Pandev sul calcio d’angolo era Eder che però esce in pressing, forse con troppa foga, forse senza necessità, ma quella roba lì di Gagliardini è inaccettabile.

Interessante, però, notare che anche questo angolo viene fuori da una situazione in cui un giocatore (Borja Valero) la mette fuori perché non si fida della (non) uscita del portiere.

La partita nella sostanza finisce lì, anche se poi entra Rafinha, anche se l’Inter ci prova (due parate importanti di Perin e un salvataggio sulla linea a portiere battuto), anche se i nerazzurri schiacciano il Genoa nella sua metà campo (più di 15 minuti di possesso effettivo su 30 di cronometro!): ma l’impressione è che, anche rimanendo in campo per altre 30 ore, l’Inter non avrebbe segnato comunque.

Se il lato razionale della vicenda porta con sé qualche rimpianto, la parte emotiva li spazza tutti.

Vada per il fallo che non viene fischiato poco prima del cross che porta all’autogollonzo.

Vada per l’autogollonzo.

Vada per il secondo gol fortunoso e casuale.

Ma quello che non va è l’atteggiamento dell’ultima mezz’ora: nonostante la pressione sull’avversario, non c’era mai l’evidenza di crederci, la dimostrazione della voglia, lo sforzo di volersi aggrappare al risultato. Li guardavi in faccia e capivi che si erano rassegnati pure loro e, di riflesso, ti rassegnavi pure tu.

Forse è l’aspetto più preoccupante, perché si innesta in un periodo in cui si gioca male e in cui ci si aggiungono anche gli episodi che ti girano dal lato sbagliato, oltre che ad un ambiente che tutto fa tranne che proteggere la squadra e consentirle di arrivare alla partita di fine settimana con la massima serenità possibile.

Anzi.

Anche nel dopo-partita Spalletti ha ripreso il discorso fatto nella conferenza stampa del venerdì: “se parlate di rivoluzione a febbraio… è una sentenza […] probabilmente hanno bisogno di essere difesi, per cui io lo faccio per difendere i miei calciatori […] è sempre la stessa cosa, in maniera ripetuta. Lo dicon tutti lì dentro, è la stessa cosa, i calciatori lo dicono.

L’Inter si fa male da sola, dentro e fuori dal campo. Il linguaggio del corpo dei calciatori non lascia spazio a molto ottimismo.

Le assenze sono una attenuante? Solo in parte, in minima parte, anche se il peso specifico delle assenze è importante nell’economia di una squadra come l’Inter: si è giocato contro “una delle squadre più ermetiche della Serie A senza 25 dei 40 gol fin qui segnati, ma si perdono anche 28 degli 84 potenziali assist fin qui prodotti, 101 occasioni da gol su 213 totali, 125 tiri in porta su un totale di 299.

Insomma, non poco.

Prospettive? I numeri raccontano di un’Inter ancora in corsa, ma la classifica si fa sempre più corta… tutti a parlare di Inter, Roma, Lazio, Milan, ma se domani da San Siro la Sampdoria uscisse vincente si porterebbe a 44 punti, ovvero -4 dall’Inter. Il che riaprirebbe molto più che un “semplice” discorso Champions League.

Ora arriva il Benevento e non si può proprio sbagliare, perché a seguire ci sono Derby, Napoli e Sampdoria: in anticipo di due mesi rispetto alla fine della stagione, il 19 marzo avremo una risposta definitiva su come ricorderemo quest’annata.

Ci sono degli aspetti in cui sembra esserci ancora un piccolo vantaggio, come le coppe che potrebbero portare strascichi, soprattutto alla Roma.

Ma i vantaggi hanno senso se c’è testa e voglia di sfruttarli. Qui subentra, con più prepotenza, il ruolo di Spalletti: al di là degli errori in campo, il grosso dovrà darlo fuori dal campo, provando a scuotere i calciatori: l’esile filo sul quale è attaccata la stagione nerazzurra è tutto qui, nella possibilità che questi qui trovino una motivazione extra per rivedersi ancora squadra, unita, come a inizio campionato.

Anche se forse c’è bisogno di un aiuto esterno, di una scossa forte, di un intervento dall’alto. E che vada nella direzione giusta e ci faccia sapere se il cuore di questa squadra batte ancora oppure se dobbiamo staccare la spina già a febbraio.

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