L’Inter e i suoi cavalieri senza macchia

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Limitandoci all’eufemismo, il quadro che ne esce è deficitario, deludente e su su fino al fallimentare, disastroso, inaccettabile a certi livelli.

Sarebbe bello se aveste notato una cosa: non gli ho attribuito una-virgola-una della gestione congiunta con Branca, alcune delle sconcezze più indescrivibili mai viste in un club di prestigio… come dimenticare quell’inverno in cui si cedettero Coutinho e Sneijder, compreso Livaja ultima punta rimasta, per poi affidarsi a Rocchi?

Non gliele imputiamo perché quella era un’Inter in disarmo e di quello il responsabile è, purtroppo per lui e per noi, Moratti.

Nonostante questo, anche oggi, il senso di impunità e protezione di cui gode Ausilio sfida qualunque senso logico: altri DS hanno pagato per molto meno, altri dirigenti sono stati divorati dalla stampa per molto meno.

L’anno scorso sulla stampa (purtroppo non riesco a ritrovare la fonte) si scriveva così a fine anno:

Fatemi capire, stiamo parlando della “area tecnica italiana” che ha prodotto il nulla cosmico con circa 400 milioni in 4 anni? La stessa? Parliamo della stessa fantomatica entità sovrannaturale?

Ancora oggi (in senso lato, visto che l’articolo è di qualche giorno fa), leggi la Gazzetta dello Sport che parla di “tifosi inferociti” per il periodo nero e viene oscurato, letteralmente, l’hashtag #AusilioOut (per quanto pessimo possa essere) mentre si indica la via della critica a dispetto della realtà di quello che succede sui social:

Che non è solo la Gazzetta dello Sport alla fine: sono tutti i media, nessuno escluso, si prende la Rosea come esempio anche perché è la più letta d’Italia in ambito sportivo.

Solo, mi auguro che la recente “caccia a Spalletti” non abbia nulla a che fare con la “dirigenza italiana”, non abbia nulla a che fare con i primi rimproveri alla “talpa” in casa, alle prime dichiarazioni di Spalletti infastidito (“Parli la società. Ausilio non è la società“): non ne ho gli elementi e non voglio spingermi dove non posso più sostenere una tesi ma un’illazione.

Me lo auguro, semplicemente, perché altrimenti sarebbe il colmo. Certo, però, che al tifoso la puzza di bruciato sale al naso con rapidità e tempismo sorprendente.

Spalletti, è chiaro, ha fatto i suoi errori ma era riuscito a creare un buon “impasto”, era riuscito a trovare le chiavi di lettura di uno spogliatoio che fino a un certo punto ha retto anche mentalmente. Quando, però, si sono sentiti i primi scricchiolii, la parte di società più vicina alla squadra, ovvero la dirigenza, dov’era?

Quando Spalletti ha avuto bisogno, perché era solo? Quando la squadra veniva massacrata sui giornali, quale voce italiana si è alzata a difesa e a protezione dello spogliatoio?

Quando i calciatori si sono sentiti in dovere “di mollare“, quando gli è mancata l’autostima, quando hanno avuto bisogno dello psicologo, la parte di società più vicina al campo dove era? Cosa faceva?

Tutte domande senza risposta.

La verità è che noi tifosi siamo stanchi, anche se siamo divisi negli indirizzi, anche se abbiamo visioni diverse, anche se oggi trovare una linea unica è un’utopia irrealizzabile, la verità che siamo tutti stanchi.

Stanchi di questi 7 anni vissuti così, tra un disarmo e una transizione, tra una ripartenza e una messa in folle. 7 anni che sono stati dominati da tre sole certezze: il contratto di Ranocchia, quello di Nagatomo e la permanenza di Ausilio.

Ma Nagatomo è andato (in prestito, resta lì Yuto: ti vogliamo ricordare con simpatia), Ranocchia è stato a corrente alternata… Ausilio è sempre stato saldo, saldissimo.

Chiedere “la sua testa” non è semplicemente volere un capro espiatorio, quello che paga per tutti solo perché “qualcuno deve pur pagare“: oggi tocca a De Boer, domani a Pioli, poi a Ausilio, l’anno prossimo a… no dai, l’anno prossimo nessuno, tanto non cambia niente e l’abbiamo visto.

Non può, però, passare il concetto di “intoccabilità“, di incolpevolezza, come se davvero esistesse qualcuno “fuori” da responsabilità che invece, dal lato del tifoso, sembrano oggettive e incontestabili.

Anche perché adesso c’è Sabatini, cosa altro serve di più in quel settore?

Il prossimo mercato potrebbe essere sia quello della svolta vera, sia quello dell’ultimo strattone alla cinghia: potrebbe essere necessario vendere, e vendere benissimo, e al tempo stesso necessario essere più che precisi, chirurgici in fase di acquisto, non sbagliare nulla. Significa non doverli aspettare, che si chiamino Coutinho o Dalbert, Kovacic o Joao Mario.

In quanti di noi hanno fiducia nell’idea che si debba affidarlo a Ausilio, dopo la cronistoria che avete appena scorso?

Si badi bene: la permanenza di Ausilio è un rimprovero, forte e inequivocabile, che faccio alla società.

Perché ci sono stati molti cambiamenti, l’organigramma è stato cambiato, la squadra è stata cambiata (quanti ne sono usciti in due sessioni?), dal punto di vista del bilancio il passo avanti è stato enorme anche se la fine di questa stagione richiede un’ulteriore verifica. Ma una società che deve svoltare definitivamente non può non passare da un riassetto dirigenziale forte.

Ovviamente cambiare Ausilio non significherebbe risolvere di colpo tutti i problemi: togli Ausilio, metti Sabatini e domani si vola. Magari fosse così semplice.

Cambiare, però, sarebbe un segnale inequivocabile, diretto anche ai calciatori. Ma sarebbe (dovrebbe essere) solo il primo passo del cambiamento che mi aspetto per questa estate, altrimenti il rischio è di trovarsi ancora a metà di qualche incomprensibile guado, soprattutto se a cambiare non sarà la sostanza della struttura, svolta che dovrà coinvolgere praticamente tutto, dalla presidenza in giù (sì, compreso vice-presidente) e l’inserimento di figure nuove ma di grande affidabilità.

Ma nessuna ricostruzione può iniziare se Ausilio rimane lì: perché nessuno è più grande dell’Inter, e nessuno è senza macchia, figuriamoci l’attuale DS dell’Inter, e soprattutto non questo DS.

Quello di tutti i mercati sbagliati; quello del tutoraggio di Sabatini; quello dei rinnovi senza senso; quello delle dichiarazioni improvvide contro la società; quello della comunicazione inefficace.

L’unica vera costante di questi ultimi 7 anni di merda e l’unico, a mia memoria, che non abbia mai fatto un mea culpa come si deve.

Altro che cavaliere senza macchia.

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