Cronaca di un post-partita surreale

Ultima parte

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Ci pensa lo stesso Allegri, comunque, a dare la sua versione in merito, affermando che con i supplementari alle porte non voleva spezzare il ritmo e l’inerzia della partita.

Perché, ovviamente, sappiamo tutti che fare un cambio al 92’, quando sei schiacciato nella tua area di rigore da svariati minuti e alcuni dei tuoi giocatori sono più vicini all’aldilà che non all’aldiquà, significa fare un favore agli avversari, mica a te stesso.

Ineccepibile.

Ma, come in ogni sceneggiatura che si rispetti, i colpi a sorpresa si susseguono.

E allora succede che, prima di congedare l’allenatore toscano, Sabatini gli chieda cosa si siano detti con Sergio Ramos e la risposta è spiazzante: “lui [Sergio Ramos] diceva che era rigore, io gli ho risposto di sì però anche quello su Cuadrado all’andata”.

Boom.

Ma come? Allora era rigore pure per gli juventini?

Comincio seriamente a vacillare, neanche avessi Marc Marquez col gambone di fianco alla carena della mia moto.

Ma il meglio deve ancora arrivare [cit.]. State con noi #FinoAllaFine… o almeno fino a 92 e 22 secondi.

È tardi, decido quindi di spostarmi dal divano al letto e di continuare da lì a gustarmi lo spettacolo. Il tempo di lavarmi i denti e infilarmi nel lettone che subito in TV appare il suo faccione.

Il capitano, il portiere più forte dell’intera storia dell’universo.

Il dio del calcio.

L’uomo tutto d’un pezzo (ciascuno gli canti “sei un pezzo di meeee, sei un pezzo di meeeee, sei un pezzo di meeeee” che è facilmente interpretabile in un senso e nell’altro), in campo come nella vita.

In realtà quando mi risintonizzo sta già parlando da qualche secondo.

Il “senso” del suo discorso, e mi si perdoni se uso questa parola totalmente fuori luogo, è un concentrato di arroganza, assurdità, offese, rosicamenti, falsità e obbrobri che, francamente, si fatica a comprendere come possa essere stato anche solo partorito dalla mente di un uomo, seppur deluso e arrabbiato ma pur sempre un campione avvezzo a contesti di altissimo livello come questo.

Il suo sproloquio si fonda sul quel concetto di mancanza di sensibilità di cui vi avevamo consigliato di prendere nota poc’anzi.

In sostanza, se a questi livelli tu, arbitro, non hai la sensibilità di capire il momento, se non hai visto la partita di andata, con tutto quello che è successo (???), e non sai regolare il tuo metro arbitrale di conseguenza (???), se non sai comprendere lo sforzo ed il sacrificio profuso da una squadra per compiere l’impresa che sta compiendo, se non conosci le squadre che si stanno affrontando e la loro storia, allora vuol dire che “al posto del cuore hai un bidone dell’immondizia” e non sei degno di stare a questi livelli bensì “dovresti stare in tribuna con tua moglie a mangiare patatine e a bere Coca-Cola e Sprite”.

“Se hai il cinismo di fischiare un rigore così al 93′ non sei un uomo, sei un animale. Questo arbitro non ha la personalità adeguata per calcare questi palcoscenici. “

Un bidone dell’immondizia.

Nel momento in cui pronuncia queste esatte parole, in studio parte, spontaneo, un ancor più agghiacciante applauso che il conduttore (l’applauso parte da tutto lo studio), in un rigurgito di professionalità e buonsenso, perlomeno blocca sul nascere.

Tutto ciò accade mentre la regia manda in onda le raccapriccianti immagini delle sue proteste, che definire veementi è davvero riduttivo: prima prova, con uno scatto di mano rabbioso, ad impedirgli di tirar fuori il cartellino, poi, ad espulsione avvenuta, gli sfila alle spalle colpendolo alla schiena.

Condendo il tutto con quelle che sembrano, dal labiale, bestemmie e parolacce di ogni genere.

Il suo monologo (perché, manco a dirvelo, di monologo si è trattato) va avanti in un crescendo di aggressività che non si placa nemmeno quando, in completo disaccordo con quanto appena riferito fin lì da lui stesso, fa i complimenti al Real Madrid, tessendone le lodi e affermando come abbia meritato la qualificazione.

Non si placa perché, durante tutta la sua intervista, i suoi occhi palesano un odio, nei confronti dell’arbitro, inaudito, soprattutto se pensiamo alla caratura e all’esperienza del personaggio e, soprattutto, al suo pensiero, in tema di arbitri ed episodi arbitrali in generale, di cui non aveva mai fatto mistero in passato, come ad esempio affermare che “l’arbitro è l’alibi dei perdenti” e che non avrebbe mai ammesso che il gol di Muntari era valido (perché sai com’è, meglio due feriti che un morto, sempre per citare le sue parole).

L’intervista, grazie a Dio, finisce e la parola torna in studio.

Tralasciamo le parole di Di Livio che, con l’ovvio fine ultimo di supportare il nostro Buffon, parla di arbitro in confusione e si fa scappare un “il capitano può sempre protestare” (ma tranquilli che prima o poi chiederemo al buon Angelo il passaggio preciso all’interno del Regolamento a riguardo) perché, di colpo, Sabatini ha quello che apparentemente sembra in tutto e per tutto una redenzione.

Sì perché, all’improvviso, dichiara di dover fare mea culpa e di non aver fatto fino in fondo il suo dovere di giornalista.

EUREKA!

Ecco, ci siamo, tutte le mie paure stanno per svanire, finalmente l’ignobile teatrino a cui sto assistendo da più di mezz’ora verrà spazzato via dalla ritrovata imparzialità deontologica del nostro.

Non ho avuto il coraggio di chiedere a Buffon se questa è stata l’ultima partita in Champions della sua carriera”.

Marc Marquez mi ha appena buttato sull’erba come un Paul Espargaro qualunque. Sono a terra, ultimo, con la moto semi-distrutta, il morale a pezzi.

Non c’è più speranza.

Non era un incubo, non erano fantasie.

Abbiamo assistito a una delle pagine più tristi e infime di tutta la storia della televisione e del giornalismo.

È tutto vero.

Spengo la TV. La sveglia suona alle 6, meglio dormire, anche se sicuramente dovrò alzarmi almeno un paio di volte per riaddormentare mia figlia nella sua stanzetta.

Perché forse, chissà, anche lei, dall’alto dei suoi 8 mesi di vita, si renderà conto che questo programma è andato in onda per davvero, e piangerà.

Ed io non saprò come consolarla.

Non saprò spiegarle perché, da anni, il giornalismo sportivo italiano esprime una qualità ed una professionalità al limite del grottesco.

Non saprò spiegarle perché una squadra, che da anni vince tanto, tantissimo, si senta così onnipotente da pensare di poter piegare la realtà oggettiva dei fatti al proprio meschino tornaconto nelle poche volte in cui perde.

Ma soprattutto non saprò spiegarle perché, nonostante la Juve sia uscita con una modalità a dir poco karmica e tutto ciò dovrebbe rendermi felice (in maniera affettuosa, non se ne abbia a male nessuno), non riesca a scrollarmi di dosso questa sensazione di amarezza.

 

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Sembra persino superfluo aggiungere qualcosa, se non fosse che praticamente tutto l’intero parco giornalistico sportivo non ha fatto altro che reiterare gli argomenti di quella trasmissione.

Per fortuna che poi c’è la gente comune, i tanti giocherelloni dei social che hanno fatto satira e sarcasmo utili a riportare le cose a dimensioni più umane, perché altrimenti non so dove si sarebbe arrivati: nel nostro piccolo ci abbiamo provato anche noi, sui social e con la vignetta di Zizzi.

Soltanto oggi, per esempio, la Gazzetta ha avuto un moto di orgoglio morale e sembra avere compreso il bestiale equivoco che l’italico circo ha generato: ovvero che in un momento di particolare tensione emotiva, se pensi di meritare qualcosa, la tua reazione può essere scomposta, villana, violenta persino (basta guardare Buffon sull’arbitro per capire che il rosso era sacrosanto), perché tanto questo ti è concesso.

Anche se, dall’altra parte, pur di far notizia si dà spazio a una delle robe più raccapriccianti mai lette su un giornale:

Oppure guardate questo video con quello che è stato identificato come Mino Taveri, sempre Mediaset:

Poi, però, mi raccomando: quando ci sarà il prossimo incidente in una sfida tra ragazzi, tra giovani, una rissa a causa di un errore arbitrale, non veniteci a fare la morale, non ergetevi a censori, non parlate di esempi, di calcio malato, di esempi da portare etc…

Perché suonerà tutto molto, molto falso.

Così come quando, fra qualche tempo, ci racconterete quella storia del più grande portiere della galassia, il più integerrimo dell’universo. Quel grande uomo che ha lasciato il calcio con un grande rimpianto: a noi resterà sempre il dubbio se vincere la Champions oppure spaccare la faccia a Oliver.

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