Quer pasticciaccio brutto tra Milan, Uefa, Tas e Fair Play Finanziario

Seconda parte

Vedete, i rossoneri stessi hanno voluto paragonare la propria situazione a quella dell’Inter di Thohir che, anni fa, ha accettato un accordo-capestro sotto forma di Settlement Agreement.

Perché concedere un Settlement Agreement ai nerazzurri sì e al Milan no? Eppure la quantificazione delle perdite nel triennio non erano affatto così distanti, anzi.

Detto che Thohir ha una solidità e una concretezza economica che uno come Mr. Li si sogna, l’Inter che si approcciava al Fair Play Finanziario nel 2011 aveva un parco calciatori di circa 170 milioni: l’Inter firma il Settlement Agreement nel maggio 2015, chiude il bilancio con 148 milioni di calciatori e la stagione successiva parte da una dotazione di poco meno di 110 milioni; ha visto dimezzati i debiti e praticamente azzerarsi i debiti verso le banche; ridotti drasticamente i debiti verso le società di calcio.

Dà il via a una serie di acquisizioni in prestito che caratterizzeranno la gestione nerazzurra per tutto il SA e di cui il tifoso interista, quale che sia, nessuno escluso, è più che arcistufo: Miranda, Montoya, Jovetic, Ljajic e Telles.

I costi del personale sono diminuiti dai 234 della stagione chiusa con il Triplete a 114 con quella del SA.

Perché questi numeri? Perché quello che è chiaro da questa esposizione è che l’Inter aveva già intrapreso, ben prima della firma del SA, un percorso di riequilibrio e contenimento dei costi.

Purtroppo è stato un errore madornale di Massimo Moratti: concepire l’avvicinarsi alle nuove regole pensando più al numero finale (utile/perdita) che non alla crescita della società stessa, che avrebbe dovuto compensare i maggiori costi grazie all’arrivo di nuovi sponsor, a una strategia di marketing più aggressiva e moderna etc…

Certo, questo si sarebbe scontrato violentissimamente con la necessità di vendere: per farlo, il valore dell’Inter doveva essere appetibile per chi avrebbe voluto gestirla in proprio oppure per chi voleva completare il risanamento, partire da quella base per accrescerne il valore e rivenderla guadagnandoci qualcosa.

All’Inter è capitata la seconda opzione: giudicatelo come volete, ma senza Thohir a quest’ora l’Inter starebbe in chissà quale inferno di povertà assoluta, altro che blasone e calciomercato…

Ma che bisogno ci sarebbe stato di vendere una società in salute e capace di autosostenersi? Nessuna, ma qui si entra nell’ambito del romanticismo mecenate morattiano, probabilmente.

E il Milan?

Provate a chiudere gli occhi e a pensare a Fassone e Mirabelli che organizzano gli APACF Show sbandierando al mondo intero quanto sono bravi, quanto viaggiano, e quanti milioni (più di 200) stanno investendo.

Tutto è tranne che un percorso che possa somigliare a quello affrontato dell’Inter.

Quello del tuo Fassone&Mirabelli lo abbiamo sempre definito come un “all in“, come un grande gioco d’azzardo, una scommessa, un mettere tutto sul piatto perché “tanto non possono punirci“.

L’impressione è che alla Uefa si siano sentiti presi in giro, letteralmente, al punto che la vicenda Fassone ha tutta l’aria del sacrificio rituale, la cosiddetta “testa sul piatto d’argento“. Da quello che è emerso dalle motivazioni Uefa, una delle ragioni principali per l’esclusione è stata non solo la scarsa, o nulla, credibilità dei business plans presentati, ma anche e soprattutto le modifiche più che consistenti agli stessi, con l’aggravante dello scorso mercato: il management non avrebbe fatto nulla per rientrare dagli scostamenti dai parametri del Fair Play Finanziario.

Anzi.

Quante volte ve l’abbiamo scritto che la strategia di Fassone&Mirabelli era un suicidio? Un disastro?

Business plans che già a guardarli da lontano sembravano di cartapesta e buttati lì per caso, rimodulati nel corso del tempo con ricavi dalla Cina ipervalutati all’inizio e poi si ridotti allo zero, così come gli ulteriori aumenti di capitale di Yonghong Li, passati da 47 milioni (per il 2019) e 56 milioni (2020) a zero tra un business plan e l’altro.

Il primo e il terzo sembrano addirittura di due società diverse, al punto che, secondo la Uefa, questo comporta “grande impatto sulla credibilità delle informazioni presentate dal club e sulla fiducia che il club possa raggiungere comunque gli obiettivi prefissati”.

La Adjudicatory Chamber non c’è andata leggera, nessuna sospensione possibile: “La proposta di sospensione di misura disciplinare […] dovrebbe essere fatta per incoraggiare la conformità con le regole del Fair Play Finanziario, non per permettere a una società di competere in una manifestazione Uefa su basi differenti rispetto alle altre”.

Una situazione che la AC ha definito inaccettabile e incorreggibile in un tempo definito, ergo in tempo utile per avere la licenza per la partecipazione alle competizioni Uefa, con dei programmi in cui “il management abbia dimostrato con i fatti un chiaro impegno a portare il club nelle regole”.

Insomma, alla UEFA importava poco o nulla, in quel momento, che Elliott potesse diventare il proprietario del Milan, cosa che avevamo dato non solo per probabile, ma come possibile soluzione se operata entro i termini della decisione:

Solo che questo alla Uefa potrebbe aver creato altri dubbi. Una sentenza così, insomma, sembrava senza appello possibile.

Ma cosa ha fatto il TAS?

Ha “semplicemente” valutato la legittimità della pena, sulla scorta dei regolamenti e delle tesi che hanno condotto all’esclusione.

Non è entrato nel merito, non ne aveva il potere: ha confermato (nel senso di puro e semplice accertamento dei fatti) la violazione delle regole (mancato raggiungimento del break-even) ma ha valutato che la pena fosse sproporzionata in base a quanto attribuito al Milan.

Introducendo, però, un cavillo pericolosissimo per il futuro, che la Uefa dovrà sistemare nel più breve tempo possibile inserendo una frase brevissima all’interno del prossimo regolamento del Fair Play Finanziario: brevissima ma inequivocabile.

Il giudizio deve esprimersi secondo quanto assodato alla data dello stesso e nessuna variazione nel breve termine può cambiare la valutazione.

Il TAS, invece, ha introdotto un pericoloso, scivolosissimo, concetto di “retroattività“: la proprietà del Milan non era credibile il 19 Giugno, lo diventa a Luglio perché è cambiata la proprietà. Si badi, non è come in altri casi (anche qui i media hanno fatto confusione ad arte), in cui sono sbucati fuori “documenti inediti”, ma che esistevano fisicamente nel momento della decisione: il cambio di proprietà è avvenuto, nei fatti, successivamente.

Elliott fino al giorno prima era un semplice creditore, niente di più, niente di meno: neanche una piccola quota in società.

Tra le pieghe del FPF si apre una maglia non indifferente che dovrà essere risolta nel più breve tempo possibile.

Ma il Milan ha vinto e la Uefa ha perso?

La Uefa ha apparentemente subito certamente un duro colpo, ma qui rientriamo nell’ambito del concetto espresso in precedenza: in relazione al FPF, l’atteggiamento è sempre stato riabilitativo e non punitivo, a meno di mancanza di vie d’uscita.

Qui la via d’uscita si è palesata sotto forma di cambio di proprietà e faccio fatica a pensare a una decisione del TAS che sia veramente “al di sopra delle parti“: il licenziamento di Fassone può essere una cartina di tornasole di un accordo sostanzialmente già raggiunto tra le parti che il TAS ha semplicemente ratificato, formalmente per quel che gli competeva, per chiudere la vicenda.

Insomma, non stupirebbe sapere, un giorno, magari da qualche media straniero, che la Uefa faceva il tifo per il Milan. E lo dico senza malizia: un Milan fuori dalle coppe sarebbe stato un brutto colpo di immagine non solo per i rossoneri ma anche per la Uefa stessa.

Anche le dichiarazioni di Singer riguardo al “rispetto assoluto per il FPF” possono dare conferma in tal senso: chi vuole partecipare alle competizioni Uefa, d’altra parte, non ha altre scelte che sottostare alle regole del FPF.

Non è una scelta.

Non è una concessione di Singer.

Non è cosa sulla quale si ha facoltà di questionare.

Solo che serviva al Milan, e alla Uefa, che fosse chiaro anche pubblicamente che la direzione imboccata dai rossoneri è totalmente diversa rispetto a quella dell’estate scorsa: niente scommesse, niente azzardi, niente forzature.

Il Milan ha riguadagnato l’Europa ma difficile vederlo come vincitore in questa vicenda.

Da una parte la gran figura “di palta”, dall’altra quello che gli si prospetta davanti: fossi tifoso del Milan aspetterei un attimo a festeggiare.

Perché adesso gli scenari in gioco sono diversi e nessuno di questi è felice per i rossoneri, così come sanno bene i tifosi interisti.

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