#InterFiorentina 2-1: le luci e le ombre di una vittoria fondamentale

Seconda parte

Il cambio ha l’effetto di esporre i due terzini agli attacchi viola. Pioli ha chiesto spesso a Mirallas e Chiesa di giocare larghissimi a prescindere dalla posizione della palla, cosa che ha creato qualche problema in chiusura sui cambi di gioco o nel deflusso della palla da un lato all’altro (vedi il palo nei primi 4 minuti) ma che non aveva sortito granché, palo escluso.

Da quel cambio in poi, però, l’Inter se la vede davvero brutta perché sia Asamoah che D’Ambrosio sono costretti a giocare spesso uno contro uno.

Il ghanese soprattutto se la vede malissimo contro Chiesa, che lo mette in croce per almeno una ventina di minuti buoni senza che Asamoah riesca a trovare le misure per fermarlo e, anzi, rischiando persino l’espulsione nonostante il primo giallo sia molto più che fiscale.

Spalletti capisce che Perisic non ne ha più, forse si pente anche di quel cambio, e sposta Politano: la situazione non migliora. Se non fosse per l’emergere prepotente di Skriniar, capace di risolvere almeno una mezza dozzina di situazioni incresciose, l’Inter non avrebbe solo imbarcato acqua, sarebbe affondata.

Pioli puntella ancora la squadra, mettendo Gerson al posto dell’impreciso e discontinuo Fernandes, mentre Spalletti decide di giocarsela facendo entrare Keita al posto di un Vecino (si passa al 4-4-2) che è rimasto in campo pure troppo: sostituito dopo l’ennesimo errore in fase di impostazione.

L’Inter vive il suo momento peggiore, perché non riesce a far quadrare le distanze e in avanti sono tutti fermi tranne il nuovo entrato, che si rende protagonista anche di ottimi movimenti.

Paradossalmente le due squadre si somigliano in quel momento: entrambe lunghe ed entrambe con 4 uomini ad attaccare la difesa, quasi in ci fossero due blocchi. Solo che gli attaccanti della Fiorentina ne hanno di più, corrono di più, affondano, puntano l’uomo e gestiscono la palla in maniera ottimale, quelli dell’Inter no.

Ed è proprio in situazioni del genere che emerge  tutta la potenza del Caso.

Prima Asamoah rischia su Chiesa, ma al di là della dinamica del fallo è chiaro che il ghanese provi a giocare il pallone e che l’attaccante viola lo anticipa: poi la scarpata c’è ma un secondo giallo sarebbe decisamente più che esagerato. E, va detto, se quello fosse il metro arbitrale l’Inter ne avrebbe giocate tantissime in superiorità numerica: solo che Mazzoleni usa il suo metro e sembra quello corretto.

Poi c’è Politano che di Spalla contesta un pallone a Chiesa, che chiede un rigore inesistente.

L’Inter riparte con la Fiorentina ancora intontita dalle proteste, De Vrij sbaglia il lancio ed è Perisic che decide di spendere le ultime energie in pressione su Biraghi: palla in out. Solitamente avrebbe atteso D’Ambrosio per battere ma c’è Keita che si fa trovare subito libero, battuta rapida sul calciatore senegalese che viene anticipato.

La palla finisce tra i piedi di D’Ambrosio, che nel secondo tempo ci ha provato di più in fase offensiva: l’azione è molto bella, Icardi fa (prima volta nel secondo tempo) quello che gli si chiede da una vita, ovvero proteggere la posizione col corpo e fornire appoggio al compagno.

Il movimento è molto bello, perché oltre all’assist c’è il movimento verso l’interno dell’area, che toglie il difensore alla corsa di D’Ambrosio: il terzino poi sceglie la soluzione di fino sul primo palo e l’Inter passa in vantaggio.

La Fiorentina si spegne improvvisamente, anche perché l’Inter riguadagna fiducia e torna a distanze corrette, con il suo 4-2-3-1 che le fornisce sicurezza.

La partita nella sostanza finisce con il gol di D’Ambrosio, viene messa in cassaforte con l’ingresso di Gagliardini e il cambio non proprio azzeccato di Pioli, con Vlaovic dentro al posto di Benassi.

L’Inter vince una partita complicata più da sé stessa che dall’avversario, benché la Viola sia compagine organizzata e con ottime individualità. Solo che i nerazzurri hanno pagato, in un caso a caro prezzo, errori individuali uno dietro l’altro, molti dei quali non provocati dall’avversario ma per pura e semplice sottovalutazione, per superficialità, per leggerezza.

L’Inter è la peggiore avversaria di sé stessa e la valutazione fatta in diretta durante la partita ha anche il “conforto” della visione di Spalletti che su Sky dice sostanzialmente le stesse cose, ovvero che i pericoli subiti dall’Inter sono nati quasi tutti (per non dire proprio tutti) su errori individuali dei nerazzurri.

Sono ombre all’interno di una prestazione che, però, per almeno 50 minuti è stata di spessore, con almeno 20 da grande squadra.

Ombre però che si affiancano al crollo mentale del secondo tempo, dove la squadra non è stata capace di gestire il possesso palla, non tanto in termini numerici (i secondi 45 minuti sono quasi alla pari) quanto più nella gestione complessiva, con tante piccole scelte sbagliate per un’inezia.

Se, però, a questi errori segue un problema vuol dire che c’è un altro problema oltre all’errore individuale, ed è la gestione della posizione complessiva, marcature preventive, e tutto quello che è necessario fare per impedirsi sofferenze come in quei 30 minuti del secondo tempo o in quei 4 di blackout a inizio partita.

In partite del genere c’è da capire cosa va “preso”, se il buono o il brutto oppure, se vogliamo, possiamo credere che l’Inter sia questa squadra bipolare, fragile, masochista e autolesionista ben al di là di quanto possa permettersi una squadra che punta alle parti alte della classifica.

Per formazione umana e perché ho fiducia in questo parco tecnico e nell’allenatore, do maggior peso all’Inter che produce, che crea gioco e che si impone, perché queste sono cose che non si improvvisano, non nascono per caso, mentre invece le sofferenze sono apparse casuali, dovute a errori tecnici individuali che nella normalità di una forma fisica perfetta non dovremmo più rivedere.

Anzitutto nei due di metà campo, soprattutto Brozovic, che sbaglia più di Vecino anche se nel complesso fa una partita migliore.

Ma anche sulla trequarti, dove alcune scelte di Candreva e Perisic non sono risultate felici, ma dove è mancato davvero un nonnulla per finalizzare le azioni di un Nainggolan in netta crescita fisica.

Manca brillantezza e questo aspetto migliorerà col tempo: quel quid che manca per trasformare un’azione importante in una davvero pericolosa è davvero questione solo di brillantezza: buona la testa, per gran parte della partita, e gambe in crescendo.

Per questo più luci che ombre in una serata da cui prendere anzitutto le cose buone, a partire dai tre punti (scusate gli errori in fase di digitazione del tweet):

Infine, piccola chiusura sullo spettacolo indegno del post-partita viola.

Gli avversari dell’Inter hanno preso l’abitudine di ribellarsi solo quando si tratta dei nerazzurri: che si tratti di Lazio, Atalanta, Sassuolo, in questo caso Fiorentina, ci si lamenta solo ed esclusivamente con l’Inter, tra l’altro per cose che ci sono, esistono e che solo per i nerazzurri andrebbero “interpretate”.

Per cui si parla di “fallo di polpastrello” come se la palla non fosse stata effettivamente deviata, e in maniera determinante, e come se si dovesse calcolare, solo per l’Inter, l’incidenza di certi fatti più che il regolamento.

Poi subiscono a destra e manca, magari come contro la Juventus l’anno scorso, e fanno il minimo indispensabile, la protestina d’ordinanza che si chiude con un “non voglio parlare di arbitri”.

E dire che ci sono almeno due episodi che l’Inter farebbe bene a sottolineare: il fallo su D’Ambrosio in area, che c’è ed è netto, perché gli viene spostato il piede nella corsa, al di là che si lasci andare un po’, come fanno la totalità dei calciatori di A (per i quali poi si dice “lo ha conquistato con l’esperienza”); e anche la seconda ammonizione di Chiesa, per simulazione al 46esimo.

Perché se il regolamento deve valere, deve valere per tutti, non solo per l’Inter.

Ma evidentemente hanno imparato che è più facile far rumore con i nerazzurri protagonisti in negativo.

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