#InterMilan 1-0: Milano è nerazzurra

Seconda parte

Fatta eccezione per un paio di occasioni, l’Inter i problemi se li è creati da sola, come spesso le accade: in questo caso il maggiore imputato è Asamoah, il peggiore in campo (e nettamente), svogliato, impreciso e con eccessi di azzardi in zone di campo in cui non si dovrebbe rischiare mai.

A Gattuso non è andata bene, anche perché non ha previsto nessuna contromisura alle qualità dell’Inter e ai suoi punti di forza, che sono anche i punti di debolezza.

Brozovic, soprattutto. Incredibile come il tecnico calabrese non abbia previsto nulla, ma assolutamente nulla di nulla, per mettere in difficoltà il regista nerazzurro: oltre 100 i palloni toccati in fase di possesso, la stragrande maggioranza dei quali senza nessuna pressione rossonera.

E dire che ormai lo sa il mondo: Brozovic quella mezza dozzina di leggerezze con palla al piede le fa ad ogni partita, anche col Milan: solo che nei paraggi non c’era nessuno per approfittarne.

L’ha preparata meglio Spalletti, no contest: per questo ha ragione quando va ai microfoni di Sky e si imbufalisce quando Alciato compie l’ennesimo tentativo di minimizzare i meriti dell’Inter.

La tesi di Alciato era che avrebbe vinto la squadra che “ci ha provato di più”, quasi a voler dare un’aura di “casualità” alla vittoria nerazzurra: come se l’Inter avesse vinto per inerzia, provandoci per mera volontà.

Ha ragione Spalletti: l’Inter ha giocato meglio, ha gestito i ritmi della partita, ha avuto predominio sull’avversario, ne ha spuntato le armi, lo ha letto costantemente.

Ha vinto la squadra che ha meritato di vincere per organizzazione, qualità di gioco e occasioni da rete.

Eppure neanche oggi i giornali riescono a raccontarla giusta: il refrain buono è quello di un regalo di Donnarumma.

 

Oppure, sempre sulla Gazzetta, sempre Garlando: “il Milan non ha mai voluto vincere per davvero […] Hanno ammassato angoli per cercare di spendere la superiore fisicità. Faticando, soffrendo, pur senza incantare, hanno fatto tutto ciò che potevano e dovevano.

Spalletti ha ragione: le parole sono importanti perché disegnano un contesto. Dopo avere letto le parole malpensanti, come suonano quelle rosee?

Il che non significa che l’Inter non possa giocare meglio, che tutto è stato fatto bene e che Spalletti non poteva fare meglio, anche se alcune critiche non riesco proprio a comprenderle.

Prendete Borja Valero. Con Nainggolan in campo l’Inter aveva un miglior pressing alto ma una maggiore sofferenza in fase di possesso palla; con lo spagnolo l’Inter ha giocato decisamente meglio, eppure per molti è la pietra dello scandalo: perché non Lautaro?

Chi ci legge sa dell’innamoramento malpensante verso l’argentino, sin da subito, ma Spalletti ha spiegato chiaramente il motivo per cui difficilmente vedremo in campo Icardi e Lautaro se non cambia la predisposizione in campo dei due.

 

Ve l’ho scritto in estate più volte, soprattutto approfondimento su Lautaro Martinez:

Per Spalletti il trequartista è un incursore che aiuta molto durante la fase difensiva, vedi proprio il belga o Perrotta: per togliersi dall’impaccio di imporre a Totti certi compiti ha finito per schierarlo punta in passato.

su questo aspetto Lautaro si giocherà tante fette di Inter. In questo precampionato ha iniziato bene ma non ha insistito su questo aspetto del gioco, lasciando troppo campo tra sé e i centrocampisti in fase di non possesso. Aggiungo che è un peccato, perché ha una progressione palla al piede non indifferente e arretrare ancora in questa fase può dargli la possibilità di esprimere anche questo potenziale al suo massimo.

[…]

Ma se e quanto la strada del Brozovic+Nainggolan sarà percorribile, con Lautaro 10 metri più avanti, ce lo dirà proprio l’argentino con la sua predisposizione al sacrificio: chiaro, poi, che il belga deve star bene, la squadra deve stare molto corta e riuscire a giocare anche un filo più in alto dell’anno scorso.

Tutto questo sempre che si insista sul 4-2-3-1: niente, al momento, lascia presagire che Spalletti abbandoni il modulo con cui è certo che questa squadra si esprima meglio. E, per quel che vale, io sono d’accordo.

Spalletti poi ci è tornato altre volte: l’Inter non può permettersi due uomini sopra la palla, almeno per il momento: e questa certezza di “portarla a casa” con i due argentini in campo non ce l’ho, perché l’Inter di Spalletti, questa Inter con Skriniar e De Vrij a tenere altissima la difesa, ha bisogno di costante presenza di tutti, perché le pause di Icardi sono ancora bibliche… e gliele si perdonano tutte finché le sbroglia così, anche al 92esimo.

 

Inoltre, il cambio Borja-Nainggolan ha consentito ai nerazzurri di gestire meglio la palla, sgravando l’impegno di Brozovic che, nonostante i 100 e più tocchi in partita, si è preso anche lui delle lunghissime pause, tanto da vedere Borja più spesso da interno che non da trequarista, con Vecino che soprattutto nel secondo tempo ha giocato una partita gigantesca da mezz’ala vecchio stampo.

Insomma, lamentarsi di Borja o del cambio, con la pretesa di dire che con Lautaro la vittoria sarebbe stata più facile e sicura, è esercizio al quale mi sottraggo volentieri.

Detto questo, quindi, il cambio è apparso corretto, mentre mi ha convinto meno l’ingresso di Keita: bene Candreva anche per l’atteggiamento.

Partita, tra l’altro, condizionata fortemente da un arbitro che “più pessimo” non poteva essere. Nonostante le randellate, i rossoneri riescono a chiudere con appena 7 falli, la metà di quelli fischiati ai nerazzurri, con tante situazioni fallose lasciate correre come se nulla fosse, come quando Kessié spinge un nerazzurro creando un autoscontro tra nerazzurri.

Con Guida che in molte occasioni si è rivelato preziosissimo per disturbare l’azione interista: per un arbitro, intralciare 5/6 volte l’azione è gravissimo.

Guida ci è riuscito, meglio di Kessié.

Ma sono dettagli, aspetti che nulla tolgono a una partita che ha mostrato la faccia matura dell’Inter, quella che ha consapevolezza di sé stessa e lo fa in un contesto in cui ha schierato Nainggolan, Politano, De Vrij, Vrsaljko e Asamoah.

Cinque.

 

Sono cinque i calciatori nuovi rispetto alla stagione scorsa, metà squadra, eppure l’identità dei nerazzurri quella era e quella è rimasta: in questo è enorme il merito di Spalletti che ha insistito là dove è necessario insistere anche quando tutto il mondo ti chiede di cambiare.

In questa Inter c’è tanto Luciano Spalletti, ma tanto tanto. Che non sarà un fuoriclasse, non è uno di quegli allenatori che passeranno alla storia per i successi… mentre per la bontà della filosofia e del gioco avrebbe bisogno soprattutto di buona stampa, se è vero che in Italia si riesce a far passare Gattuso come un allenatore che predica bellezza.

Ma Spalletti ha idee chiare, a volte anche intuizioni geniali che compensano i limiti che ci sono e di cui lui stesso è probabilmente consapevole. Un allenatore che è soprattutto realista… non dello stesso realismo di Gattuso, ma di un realismo programmatico, che guarda al lungo termine.

Ha ragione lui a lamentarsi: l’Inter non solo ci ha provato di più, ma ha giocato meglio e ha meritato di vincere.

Segnare al 5° o al 92° poco importa: è sempre gol, vale 3 punti se è l’unico gol della partita, vale 3 punti anche se poi l’arbitro ti lascia giocare altri due minuti inventandosi, letteralmente, il “tempo di recupero effettivo”, una aberrazione allucinante che non trova nessuna giustificazione regolamentare.

Questa Inter è cresciuta, è alla settima vittoria consecutiva, la prima di una parte di calendario importante e che può decidere tanto delle sorti della stagione.

L’Inter c’è, anche e soprattutto mentalmente: dei 13 gol segnati, ben 7 sono stati realizzati nell’ultimo quarto d’ora. Stesso concetto dell’anno scorso, ma con squadra che sembra di altra caratura: nei primi 3 mesi dell’anno scorso era chiaro che quella era l’espressione massima possibile della squadra.

Quest’anno no.

Quest’anno l’impressione è che si possa fare meglio, decisamente meglio: le potenzialità ci sono e si vedono, benché inespresse.

Ed è un bel pensare, soprattutto in lunedì come questi in cui ti svegli e sai che Milano è nerazzurra.

Meravigliosamente nerazzurra: nella classifica, nel gioco, nelle vittorie.

Nella Bellezza, insomma, quella che conta.

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