#BarcellonaInter 2-0: la spietata franchezza della verità

Seconda parte: la storia insegna

Ma va fatta anche la considerazione successiva: se anche con le big italiane, che fanno comunque bene in Europa, l’Inter arriva a percentuali di precisione piuttosto alte, il fatto che non ci sia arrivata col Barcellona è anzitutto da attribuire all’avversario e alle sue caratteristiche.

Insomma, anche il campo, nel primo tempo, raccontava di “nessuna chance” per l’Inter, eppure le sue 3/4 occasioni buone le ha avute, un paio casuali, un paio costruite, una davvero clamorosa con l’unica vera fiammata del mitologico Perisic-to-Icardi, con palla deviata giusto in tempo da Ter Stegen sul piede dell’accorrente argentino.

Nel secondo tempo è andata decisamente meglio, perché Spalletti ha tolto via la prima “tara” della riconoscenza, mettendo in campo Politano. Intendiamoci, Candreva ha fatto un lavoro enorme in fase di copertura, andando a sbrogliare almeno 5-6 situazioni scabrose create da quel lato: in attacco, però, la produzione dell’esterno titolare è stata quasi nulla, confusionaria e con troppi movimenti sbagliati, troppo insistere sull’allungo e pochissimi appoggi offerti a un D’Ambrosio fisiologicamente in difficoltà nel possesso palla.

Con Politano ne ha giovato tutta la manovra, perché la sua rapidità e la sua capacità nell’uno contro uno ha abbassato il Barcellona da quel lato, e l’Inter ha fatto rifunzionare quella catena di destra che tanto bene sta facendo in questo periodo.

 

Nel secondo tempo salito di livello anche Icardi, che nel primo tempo si è sbattuto poco e male per la squadra: dall’altra parte uno splendido Suarez, nel frattempo, dimostrava come a volte basta un movimento di 4-5 metri appena per liberarsi dalla  marcatura avversaria e offrire meravigliose sponde ai compagni accorrenti.

L’Inter deve ripartire proprio dal secondo tempo, soprattutto dall’atteggiamento mentale, dal coraggio mostrato nel possesso palla, anche a costo di perdere un paio di palloni in più, ma con amplificate possibilità di ripartire subito con tanto campo davanti.

Non è, chiaro, una considerazione tattica a lungo termine, perché squadre come questa ne incontreremo poche probabilmente: è una considerazione che punta molto di più al fattore emozionale, a quello psicologico.

Anche perché il rischio è tale solo se lo prendi una tantum: se diventa una routine non si chiama più rischio.

Questa sconfitta non toglie nulla e non dà nulla in termini assoluti a questa stagione. Anzi, diciamo che non deve dare nulla né soprattutto togliere nulla.

Perché pensare, dopo 7 anni di purgatorio, di doverla giocare alla pari era follia che ci si può concedere solo con una fortissima dose di sadismo nei confronti della squadra, masochismo nei confronti della propria passione oppure con una violenta dose di pregiudizio che si dirige direttamente verso l’empireo del #SuningOut.

 

Ricordate l’Inter del Triplete?

All’andata, a Milano, portò a casa uno 0-0 che era programmatico: l’Inter l’aveva sfangata bella grazie alle prestazioni degli attaccanti (fu il primo dei “grandi sacrifici” in fase di ripiegamento) e soprattutto dei centrali difensivi, con un Lucio fuori dall’ordinario che aveva negato ogni cosa a chiunque si fosse affacciato dal suo lato. Ieri Skriniar ha giocato la sua peggiore partita in nerazzurro.

Eppure, prima di quella partita Mourinho ci ricordò quanto c’era ancora da scontare in termini di “confidenza”, di automatismi, di consapevolezza: quel Barcellona era decisamente più forte di questo, ma anche quell’Inter lo era rispetto a questa, le proporzioni sono più o meno quelle.

Al ritorno fu un altro 2-0, come quello di ieri, ma nel complesso persino più schiacciante di questo. Moratti si era scomodato dopo tanto tempo per seguire la squadra fuori casa, segno che l’asticella della fiducia si era alzata.

Ma quell’Inter, l’Inter di Mourinho, l’Inter del Triplete, anche quell’Inter fu sopraffatta dall’ambiente, dal possesso palla blaugrana, dalle tante corse a vuoto. Ricordo ancora molte delle considerazioni che si faceva tra tifosi: dove vuoi andare se giochi con Stankovic, Cambiasso e Zanetti.

 

“Senza due centrocampisti di qualità internazionale non andiamo da nessuna parte.”

Col senno di poi fa anche ridere, come spesso succede con le proprie opinioni rivisitate tempo dopo.

Questo per sottolineare che anche le sconfitte dal gravame più accentuato hanno una loro importanza nel percorso di crescita di una squadra. L’Inter di Spalletti non deve perdere la fiducia, perché questa partita nulla toglie e nulla dà, se non quello che è naturale che tolga una sconfitta, quel che è naturale che dia una sfida di questo genere in Champions League.

Non si tratta neanche di “ripartire”, ma di perseguire la strada intrapresa, con una consapevolezza in più: che ad un certo punto del percorso di crescita è necessario “fare click”, schiacciare il pulsante giusto, avere il coraggio di rischiare anche a costo di grandi imbarcate.

Perché a volte serve anche lo schiaffone, non soltanto la cruda e schietta amarezza della verità.

Ecco perché ha ragione Spalletti sul “poverini”, espresso nel dopo-partita a Sky: se la prospettiva è quella, meglio mollare. Puoi farlo una volta, la prima volta, in casa col Barcellona, con questo Barcellona, dopo 7 anni di assenza in Champions… ma poi devi anche crescere e devi farlo per coprire la distanza che ti separa dal calcio delle elite.

 

E quanto sia la distanza ce lo dicono Rafinha e la sua prestazione: quello stesso giocatore che l’anno scorso aveva difficoltà in molte partite, quello stesso calciatore che a volte sembrava predicare nel deserto, ieri ha fatto una prestazione di rara bellezza e efficacia, a suo perfetto agio nel continuo e insistito fraseggio a pochi, pochissimi tocchi della sua squadra.

La strada è lunga, ma non è questo l’anno in cui si deve azzerare la distanza dall’obiettivo: serve crescere, serve lavorare, sudare, prendere consapevolezza dei propri mezzi e dei propri limiti: serve, soprattutto, ripresentarsi il prossimo anno e quello successivo ancora, e il terzo e il quarto. La ricostruzione della Juventus, per esempio, è stata lunga e laboriosa, con l’arrivo in finale solo nel 2014-15: dopo 3 scudetti.

Siamo lontani, ma ci si deve lavorare senza perdersi per strada.

Senza perdere, soprattutto, questa straordinaria chance della fase finale. Col Barcellona a Milano già si deve fare uno step avanti, si deve salire un altro gradino e provare a uscire indenni perché la situazione del girone, che oggi è fantastica, può diventare perfetta per le ansie, le paure e il bipolarismo nerazzurro.

 

Oggi sono 5 i punti di distanza dal Tottenham, che però ci vuol poco che diventino 2, con la sfida successiva che si gioca proprio contro gli inglesi: a rovinare tutto ci si mette un attimo, anche perché l’ultima del girone è più difficile per noi, che affrontiamo una squadra che gioca sempre a mille anche d’estate, che non per loro, che affronteranno un Barcellona in versione B, quasi sicuramente.

La verità a volte può essere cruda nella sua sincerità, ma in questa sua spietata franchezza riesce sempre a dirti qualcosa di più dell’ovvio e del visibile: e già martedì 6 novembre sapremo se e quanto abbiamo imparato.

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