#LazioInter 0-3: ma tu guarda che #Inter!

Il fagotto delle cose buone

Icardi segna un gol dei suoi ma a coronamento di un primo tempo in cui si è davvero speso moltissimo in appoggio ai compagni, lottando e togliendo un riferimento centrale: buona parte dei suoi tocchi sono attorno alla metà campo, come (finalmente e correttamente!) evidenzia la Gazzetta dello Sport:

 

Che si sia mosso tantissimo ce ne dà conferma anche la statistica evidenziata prima sui chilometri percorsi: è la strada giusta, Maurito.

Anche il secondo gol è grande merito di Vecino, che si fa trovare nuovamente nel posto giusto, “strappa” verso l’area avversaria prima trovando un Politano puntuale e notevolmente cresciuto dal punto di vista dei tagli e degli inserimenti in area, poi facendosi trovare (ancora!) pronto sull’assistenza di Icardi: Strakosha para e manda in angolo, ma su quel corner segna Brozovic, anche lui a coronamento di una prestazione nel complesso davvero splendida, imprecisioni iniziali a parte.

Ora, fissatelo a mente questo Vecino e tenetelo buono anche per quando le cose non andranno benissimo, perché poi ci vuole un attimo a buttarlo dalla torre dimenticando quante cose buone si sono fatte durante l’anno, come accaduto nella stagione scorsa.

Da quel momento in poi l’Inter diventa letteralmente padrona del campo, lasciando alla Lazio le briciole: 10 minuti del primo tempo in cui si lasciano sfogare i biancocelesti, poi un secondo tempo quasi in surplace, forse un po’ troppo in gestione in certi momenti, ma con la testa sempre proiettata a chiudere la partita.

 

Cosa che avviene con il terzo gol, ancora Icardi su splendida visione di Borja Valero: passaggio che sembra facile ma non lo è, soprattutto con quel terreno e dato così, preciso, millimetrico, col contagiri. Gol che arriva al momento giusto e che chiude definitivamente la partita in favore dei nerazzurri.

C’è tanto da portarsi appresso da questa vittoria.

Anzitutto per come è maturata, la personalità dispensata in campo, la sicurezza con cui l’Inter ha giocato anche sui propri errori, senza mai perdere identità, perseguendo la stessa idea di gioco nonostante il rischio preso da Spalletti con Miranda e soprattutto Joao Mario.

Ed è questa, ancora una volta, per l’ennesima volta, la caratteristica più importante dell’Inter di Spalletti: la sua identità, l’essere sempre sé stessa in condizioni diverse, anche con un modulo diverso. Possesso palla insistito dal basso (talvolta bassissimo e pur con qualche rischio di troppo), pressing alto, tentativo di riconquista nella metà campo avversaria, accelerazioni importanti in mezzo al campo e gente che si fionda in area appena può, cosa che raramente si vedeva.

 

La prestazione di Joao Mario si innesta perfettamente in questo contesto.

Se la squadra non avesse questa spiccata identità, se Spalletti non avesse insistito sugli stessi concetti anche quando il mondo intero gli urlava di cambiare; se nell’Inter non ci fosse stata gente in panchina che, entrando, ha mostrato voglia, grinta, carattere e ha messo dentro tutto anche per pochi minuti (vedi Borja Valero, Candreva e anche quel Keità Balde che risulterà utile in futuro); se non fosse stata davvero squadra nella sua interezza, uno come Joao Mario, nella sua situazione, dopo quasi un anno di fermo, non lo avresti potuto schierare perché avrebbe fatto non male ma peggio.

Poi è chiaramente troppo presto per parlare di “recupero”, ma è un segnale fondamentale per tutti: nessuno è tagliato fuori (capito, Gagliardini?).

Certo che se Spalletti riuscisse nel miracolo sarebbe anche un gran “colpo” per l’Inter: uno come Joao Mario, con le sue caratteristiche, a quest’Inter serve, maledettamente. Ma è argomento sul quale torneremo in settimana.

Nel fagotto delle cose buone si portano anche la convinzione e la concentrazione, anche se ancora si commettono troppi errori in appoggio con eccessiva leggerezza e nel secondo tempo si è giocato un calcio un po’ troppo a rilento, rilassato.

 

Si porta, sopra ogni altra cosa, l’avere mostrato tempra, spessore e muscoli ma anche il lato bello di una squadra piacevole da vedere: non la più bella in assoluto, ma nella top 3 tra le prestazioni più convincenti e nella top 3 per gioco espresso.

L’Inter, insomma, si riscopre più bella di quel che in molti credevano, speravano, si auguravano a inizio anno, anche se questo non basterà per competere con la Juventus in campionato… benché, in questa fase, bruciano ancora più forte le nefandezze arbitrali di inizio anno: in un campionato “normale” ci sarebbero tre squadre in testa, non questa distanza che già oggi sembra insormontabile e che si giocherà quasi tutta sugli scontri diretti.

Ci saranno anche i bassi presto o tardi, perché l’Inter non è ancora squadra completa, ha delle mancanze e ha ancora diverse cose da sistemare, soprattutto dal punto di vista della continuità mentale e di prestazione.

Quello che, però, emerge in queste ultime partite è che questa squadra ha più che studiato per diventare grande: la strada è quella giusta, le idee ci sono, la convinzione anche.

 

Ci sono (e finalmente direi) anche le alternative di gioco, tattiche, di schemi, soprattutto di uomini: non per forza fuoriclasse, non per forza tutti e 20 in grado di cambiare da soli le sorti di un match. Ma questa è caratteristica delle grandissime squadre, gradino che per l’Inter è ancora lontano.

Solo che se non gioca Icardi oggi puoi scegliere tra Keità e Lautaro; se non gioca De Vrij c’è Miranda; sugli esterni c’è gente affidabile come titolari e le riserve erano i potenziali (o effettivi) titolari dell’anno scorso.

Il tutto costruito su fondamenta solide: l’Inter al momento è la migliore difesa del campionato, con appena 6 gol subiti, mentre la Juventus è a 7… e c’è da mangiarsi le mani per quelle prime due cartucce sparate a salve.

Oggi, però, le premesse per prendersi delle soddisfazioni ci sono tutte.

E questa partita, Lazio-Inter, giocata così, vinta così, in casa della Lazio, con questa personalità e questo gioco, è tappa da segnare in rosso sul calendario.

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