#LazioInter: analisi tattica malpensante

Questione di metodo, non di modulo

Anzitutto il 4-3-3 si è spesso chiuso con un 4-5-1 che sta diventando ormai il modulo universale di difesa per tutte le squadre che schierano i 4 dietro: dal 4-4-2 al 4-2-3-1, dal 4-3-3 al rombo, la necessità di coprire tutta l’ampiezza del campo ha portato ormai quasi tutti gli allenatori ad adeguare meccanismi di rientro che prevedano una copertura con 5 uomini a metà campo.

In questo caso vedete Perisic più alto per la sola necessità di pressare il portatore di palla. In questa immagine è, tra l’altro, apprezzabile la disposizione a triangolo della metà campo con Brozovic vertice basso:

 

 

In fase di possesso più basso da parte della Lazio, l’Inter ha alternato momenti di pressione più alta, come fa di solito, a scelte scientifiche di far salire la Lazio e toglierle spazio in mezzo al campo: facendo così ha avuto anche la possibilità di allungarla quando ha recuperato palla, vista la tendenza della difesa biancoceleste di rinculare rapidamente, mentre gli attaccanti pressavano più alti.

L’unica vera preoccupazione è stata quella di bloccare un certo flusso centrale, talvolta su Acerbi, talvolta su Badelj/Cataldi: Icardi non si è prodigato con la solita accentuazione nel pressing sul primo portatore di palla (anche il portiere, se necessario), rimanendo spesso dieci metri più indietro:

Alcune scelte di pressing hanno fatto lasciato pensare che l’Inter si schierasse con il 4-2-3-1, perché si è visto spesso Joao Mario alzarsi sul portatore di palla quando non c’era Icardi in quella posizione.

Le linee dell’immagine che segue disegnano quello che sembra un terzetto alle spalle di Icardi; le frecce, invece, indicano la vera ragione per cui Joao Mario si trova lì: è un pressing orientato sull’uomo, per impedire la ricezione centrale, invece che una scelta di modulo.

Pertanto se l’azione laziale partiva dalla destra biancoceleste, si alzava Joao Mario e Vecino tendeva a coprire nel mezzo; in caso contrario si alzava l’uruguaiano mentre il portoghese scalava a copertura centrale.

 

 

 

Non è, quindi, questione di modulo ma di metodo. Questo genere di pressing per l’Inter è stata una risorsa fondamentale contro la Lazio, perché molte ripartenze sono nate proprio da posizioni ibride delle due mezze ali, brave a rimanere negli half-spaces alle spalle dei centrocampisti laziali.

L’esempio più lampante è l’azione del secondo gol, che vede ancora Vecino (il mio man of the match) prima accentrarsi per pressare l’uomo… che se fosse stato un pressing più posizionale non ci sarebbe mai stato quel secondo gol:

 

Credo che questa immagine sia proprio riassuntiva, se vista assieme alle altre, di come si siano mossi i due interni. La cosa più interessante notare, prima di vedere il video, è che c’è sempre un centrocampista “assente”, non si vede mai nelle immagini se non quando il possesso palla laziale si approssima alla metà campo: è Brozovic, che rimane sempre staccato, da mediano vero, centrale, centralissimo.

Chi ci segue da tempo ricorderà quante volte ho evidenziato lo spazio enorme lasciato alle spalle dei due centrali di metà campo quando entrambi erano costretti a uscire in pressing, lasciando esposta la difesa agli attacchi avversari: non stavolta, non in questa partita, dove l’Inter ha subito, quando ha subito, per altre ragioni.

Adesso tutta l’azione del secondo gol (o meglio, che porta al corner del secondo gol), in cui vediamo in gioco tutti i concetti espressi e le posizioni evidenziate in precedenza.

In più mi piace far notare come Vecino lì sia una anomalia per la Lazio, che non ha anticorpi per rispondere alla situazione: il centrale di metà campo non sa scegliere se andare sull’uruguaiano o sul possibile appoggio a Joao Mario; Vecino “strappa” con intelligenza e poi dà una splendida palla in profondità al movimento ancora più intelligente di Politano.

Tutto molto bello.

 

Di questa azione, però, mi piace anche fare notare una cosa che su queste pagine abbiamo evidenziato decine di volte: ovvero come a Icardi basterebbe spesso fare un movimento di appena qualche metro (qui si parla davvero di 2/3, non di più), per creare varchi, per aprire la difesa avversaria, per rendersi pericoloso anche quando non è destinato a segnare.

Anzi, diventando più pericoloso e imprevedibile proprio perché agli avversari viene a mancare la certezza della sua posizione.

Se Politano riesce a fare quel movimento, se Vecino ha il varco giusto per servire l’ala, se c’è questo scambio splendido con l’argentino che poi fornisce un assist meraviglioso a Vecino, è anche merito del movimento di Icardi.

Riguardatelo focalizzandovi su Icardi.

Dal punto di vista del non possesso palla, insomma, l’Inter ha aspettato più del solito, perché l’obiettivo è stato, sin da subito, allungare la Lazio e impedirle di fare densità in mezzo, stare corta e ripartire rapidamente con i lanci lunghi: in quest’ultima fattispecie non è andata sempre benissimo ma la reazione soprattutto dei centrali difensivi è sempre stata splendida.

Lo stesso concetto si è puntualmente manifestato anche dal punto di vista del possesso palla, con l’Inter che ha tenuto palla mediamente almeno una decina di metri indietro rispetto al solito.

Per essere chiari: l’Inter ha tenuto palla per circa 30 minuti: 21 abbondanti dei quali spesi nella propria metà campo e 8:45 in quella laziale. I biancocelesti hanno avuto quasi 3 minuti in più di possesso nella metà campo avversaria, eppure l’impressione globale è l’esatto opposto.

 

Il linguaggio del corpo dei difensori è chiaro: la squadra di Spalletti non ha mai avuto né fretta né voglia di alzare la difesa in fase di possesso, a meno che con il primo dialogo tra difensori e centrocampisti non si è riusciti a bypassare il pressing laziale: a quel punto si sono aperte voragini alle spalle dei centrocampisti biancocelesti.

Questa strategia è stata talmente insistita da richiedere un possesso palla ai limiti anche della linea del calcio d’angolo, un po’ come abbiamo visto l’anno scorso contro il Napoli:

L’idea di base era, appunto, quella di creare spazio alle spalle dei centrocampisti: ecco perché la scelta del 4-3-3, con Vecino e Joao Mario a giocare sempre alle spalle di Parolo e Milinkovic-Savic, che non li hanno presi mai, perché costretti a salire spesso sul fallimento del primo pressing degli attaccanti e trovandosi in mezzo alla manovra interista.

(continua a pagina 3)

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