#InterBarcellona 1-1: non si molla un centimetro

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Può apparire paradossale, ma come prestazione di squadra è stata ancora più notevole vista l’assenza di Messi, che tatticamente costringe i blaugrana a dover compensare spesso la sua scarsa attitudine a certo sacrificio: ribadisco il termine “paradossale”, più volte così non ci sbagliamo, ma è stata più squadra, più compatta proprio perché senza Messi… che se fosse stato in campo magari ne avrebbe fatti 3 e chiuso il discorso in 10 minuti, ma questa è altra faccenda.

Si è adattato, dicevamo. Il pressing del Barcellona non è stato sempre asfissiante, sempre alto: per molti tratti di partita Valverde ha deciso di aspettare che De Vrij e Skriniar provassero a giocarla, per poi aggredire la ricezione, soprattutto dei due interni di metà campo, che infatti hanno giocato una partita orribile.

L’ho scritto nell’analisi di Inter-Genoa, sottolineando che la tattica del Barcellona avrebbe avuto i connotati di quella di Juric: il concetto è simile, chiaro che poi farlo con Arthur e Suarez è altra roba che farlo con Sandro e Kouamé.

 

Quando l’Inter è riuscita a portare palla più in alto, il Barcellona si è “accasato” con un baricentro decisamente più basso del solito, invitando l’Inter a sentirsi più sicura: il fatto è che poi i blaugrana applicano gli stessi principi di gioco e di pressing sulla totalità del campo, senza distinzioni. Per loro recuperare palla sulla propria trequarti o su quella avversaria è uguale dal punto di vista dell’atteggiamento.

Sulla propria trequarti, però, altra diversità da quello che si vede spesso: il baricentro è rimasto basso e le ripartenze rapidissime, demandate a 3, massimo 4 uomini, costringendo l’Inter a correre molto di più e correre in tanti, mentre il Barcellona risparmiava energie per la prossima ondata.

L’Inter nel primo tempo, soprattutto per una fase durata almeno un quarto d’ora, di poter rispondere colpo su colpo, ripartenza su ripartenza, corsa su corsa: in quel momento ha anche creato delle difficoltà con Perisic e Politano, ma è stato anche il momento in cui è andata fuori giri fisicamente, annientando di fatto l’efficacia della metà campo e togliendo sicurezza a Brozovic, Vecino e Nainggolan, letteralmente sopraffatti da un ritmo folle.

In più, su Brozovic c’è stato un altro accorgimento di Valverde: la marcatura a uomo, costante, di Arthur.

 

Chi può, dica a Marcelo di rivedere la partita e guardare come il ragazzo gli ha giocato come un’ombra: non per sottolineare la sua brutta prestazione, ma per fargli capire che era probabilmente l’avversario più temuto. Altro paradosso: in una delle peggiori partite del “nuovo Brozovic” c’è la chiara attestazione avversaria di come e quanto sia cresciuto, di quanto sia potenzialmente più forte di quello visto ieri.

Non solo: il gran lavoro sulla fascia di Dembélé per limitare le sortite di Perisic, così come i differenti compiti delle coppie di fascia, con Jordi Alba e Coutinho a fare un lavoro diverso da quello svolto da Sergi Roberto e Dembélé stesso, è altra attestazione del lavoro tattico di Valverde, molto improntato a far crollare l’Inter sui suoi stessi difetti.

Se Valverde ha in parte adattato il suo Barcellona all’Inter, Spalletti non lo ha fatto: perché?

 

La domanda serpeggia tra noi tifosi, che forse avremmo preferito una tattica più attendista, baricentro più basso, spazi più stretti, due linee incollate l’una all’altra e l’atteggiamento del tipo “prova a farmi gol contro questo autobus se ci riesci”, puntando su ripartenze in velocità, esponendo la difesa avversaria agli attacchi soprattutto degli esterni.

Spalletti ha insistito con i suoi concetti di gioco: perché non aveva molto da perdere, anche se stavolta, rispetto all’andata, c’era eccome; forse perché ha voluto alzare l’asticella dal punto di vista mentale; forse perché Spalletti non voleva trasmettere ai calciatori messaggi sbagliati, come aveva fatto capire in conferenza stampa: è questione di identità, insomma, e l’Inter deve passare anche per queste partite, queste sofferenze, per potersi guardare indietro, un giorno, e vedere quanto e come è diventata grande.

Noi siamo partiti un anno e mezzo fa, ora stiamo andando nella giusta direzione per mettere in pratica quella cosa. Non è come pigiare un interruttore, è un’abitudine al lavoro perché il lavoro ha un valore. È la professionalità che manda avanti le cose. Poi il calcio è sempre uguale, anche il pallone è sempre tondo e va calciato sempre nello stesso modo. Se sei abituato a costruire dal calcio di rinvio è differente, si hanno dei comportamenti per andarli a prendere e si vuole togliere lo spazio altrimenti ti schiacciano. Poi ci vuole qualità di trasformare in gol quelle due o tre azioni che riesci a costruire.

 

Quelle due/tre azioni ci sono state, forse anche qualcosa in più, e quindi consideriamo 2/3 quelle davvero buone e sprecate per un nonnulla: è mancata la qualità nel finalizzarle, anche perché capitate sugli individui sbagliati: ad Asamoah sotto porta (alle spalle c’era Vecino meglio piazzato) e a Politano di testa, con Perisic in entrambi i casi a fare da assistente.

Ma la qualità che è mancata di più è stata in mezzo al campo, negli appoggi e negli stop, nel pulire palla nella prima fase subito dopo il recupero della palla:

(continua a pagina 3)

 

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