#InterFrosinone 3-0: la fame giusta

Seconda parte

Il primo è quello di incanalare la partita nel binario giusto e donare più tranquillità a una squadra statisticamente e storicamente prona alle sofferenze emotive  quando fa fatica a sbloccare il risultato.

Il secondo, però, è quello di addormentare un po’ il match, fortunatamente ravvivato dalle fiammate di Politano e Keita stesso, ma soprattutto da alcune giocate di Lautaro che illuminano San Siro: la vedremo nelle pagelle ma, non è solo il passaggio a Keita sul primo gol… è l’assist d’esterno a Gagliardini (che spreca davanti al portiere) a far venire l’acquolina in bocca e emergere nuovamente una consapevolezza già maturata ormai da diverse settimane: Lautaro è giocatore consistente, e questa è forse la dote migliore per emergere.

E Lautaro emergerà.

 

L’Inter ci prende un po’ gusto a sonnecchiare, a prendersi delle pause, a gestire il controllo del pallone, per certi versi anche a piacersi un po’ nel gestire così la palla, con tocchi ravvicinati e di prima a far saltare la rincorsa avversaria, farli girare a vuoto, stancarli, palla costantemente in controllo fatta eccezione per il finale di primo tempo in cui, pur mantenendone una salda percentuale di possesso, lascia giocare un po’ troppo l’avversario.

Solo che in casi come questi ci vuole quel tocco di cattiveria in più, mettere il risultato al sicuro e risparmiare energie importanti per il prosieguo del campionato e per la Champions League in arrivo.

Tanto che dopo dieci minuti nel secondo tempo viene naturale “sbottare”, anche a dispetto del T9 del cellulare:

 

Sensazione acuita dalla… facinorosità dell’arbitro Pairetto nei confronti dei nerazzurri: partita perfetta, questa, per mandare in tilt l’ambiente, per creare danni.

Insomma, c’erano tutti i prodromi per complicarsela da soli, col fischio o senza.

(errata corrige: l’opinione riportata era di Cravero su Dazn)

Il gol di Lautaro arriva meno di due minuti dopo ed è il colpo del knock out vero e proprio: nei 15 minuti successivi il Frosinone ha tenuto palla per appena 80 secondi, l’Inter per quasi 540. In questo caso, sì, decisamente, questo è controllare la partita.

Si fa sul 2-0, non sull’1-0.

E sul 2-0 l’Inter riprende a divertirsi in maniera sana, senza complicazioni, divertendosi e divertendo.

 

Il finale serve anche per dare la doppietta a Keita, a dare minuti (e lamentele costanti per i passaggi mancanti) a Icardi, a gestire il risultato provando a risparmiare quelle energie di cui si parlava prima.

Partite come questa rischiano talvolta di dire poco o nulla, semplice burocrazia del campionato in cui la sproporzione della qualità dipanata sul campo è talmente tanta da non lasciare tracce.

Ma l’Inter è l’Inter e il ricordo di partite complicate senza alcuna specifica ragione è sempre lì a tenere il tifoso sulla corda: va dato anche merito ai 63.645 spettatori che hanno rafforzato il concetto… sai com’è? Magari qualcuno tende a dimenticare ed è meglio fargli sentire il pungolo di San Siro.

E tra quel che resta c’è tanta carne, a partire da Keita.

 

Rispieghiamolo: l’anno scorso uno dei problemi dell’Inter era la mancanza di gol, di alternative a Icardi e Perisic. Keita è uno che nelle ultime due stagioni ha segnato 24 gol in 54 partite. Gli va dato, ovviamente, spazio, modo e tempo di esprimersi, avere fiducia e minuti: tolta questa, finora ha giocato 382 minuti complessivi in 14 presenze, media di 27 a presenza… non proprio il massimo per chiedergli di essere determinante.

La seconda è l’affidabilità di tutti, a partire da quel Borja Valero che ha fatto una partita sontuosa… che se non l’avesse macchiata con due clamorosi errori, con annessa ripartenza regalata, avrebbe conteso a Politano la maglia di MVP della partita.

In partite come questa viene a galla un’altra verità, ci dicono anche un’altra cosa: che in un contesto di calciatori di maggiore movimento (quello che hanno fatto Politano, Martinez e Keita è impressionante da questo punto di vista, idem Gagliardini), quando è necessario far correre il pallone, intelligenze come quella di Borja Valero rimangono intatte e di profilo superiore alla media.

 

E poi Lautaro.

Ne riparliamo nelle pagelle, ma mentre sentivo Cravero lamentarsi del fatto che per un attaccante è necessario segnare e essere determinante in zona gol (solo parzialmente vero)… apro una parentesi “disonesta” per comprendere il concetto: tra il 2004 e il 2012, con il Chelsea in Premier League, Lampard, di professione centrocampista, ha segnato più di Drogba, attaccante… dicevamo,  mentre Cravero sproloquiava, Lautaro dispensava in campo movimenti, saggezza, forza e determinazione da grande attaccante, da professionista consumato e maturo, altro che 21 anni!

La cosa più positiva è stata non intestardirsi sulla necessità di segnare, ma focalizzare la prestazione sui movimenti e sulle necessità della squadra: il lavoro di Spalletti c’è ed è tanto.

 

Infine i 3 punti, la cosa più scontata nel calcio, ma che non lo è per l’Inter. L’anno scorso contro le ultime 6-7 della classifica, l’Inter ha spesso deciso di darsi delle belle zappate sui piedi: sofferenza terribile contro il Benevento (1-2 a ottobre), vita complicata da sé contro il Verona (1-2, sempre a ottobre), pareggio 1-1 contro il Crotone a San Siro (1-1 a febbraio), pareggio 1-1 contro la Spal (a febbraio), 1-1 contro il Bologna all’andata (settembre), sconfitta contro l’Udinese (a dicembre, la prima del ciclo terribile), per non dire degli ultimi minuti di Chievo-Inter (1-2, ad aprile) in cui si è rischiato di tutto.

 

Insomma, se c’è da complicarsi la vita, l’Inter sa farlo benissimo, ma quest’anno sembra diverso: al momento in cui ci raccontiamo queste cose, i nerazzurri hanno perso punti solo con squadre da metà classifica in su, con il Torino che galleggia attorno alla decima posizione (vincesse oggi contro il Cagliari supererebbe la Roma e andrebbe al settimo posto): il Parma è sesto e il Sassuolo attualmente ottavo.

Non è un caso che l’immagine che apre l’articolo è di Lautaro inselvaggito dall’ebbrezza del gol: è anche merito di questa “fame” di chi non si sente un comprimario.

Vincere 3-0, con questa relativa tranquillità, è un dato che per altri squadre che puntano al vertice sarà normalità, per l’Inter no: e il fatto che sia parso normale ci fa gongolare quel tanto da renderci incomprensibili alle altre tifoserie.

D’altra parte, 65mila persone contro il Frosinone: se vi sembra normalità questa…

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