#InterUdinese 1-0: qualcosa è cambiato

Introduzione

Il tweet è di fine partita e nasce spontaneo senza neanche rifletterci su. I più attenti, e ci sono tanti lettori che lo sono più di me, mi segnalano che effettivamente l’Inter contro l’Udinese ha perso: era il 16 dicembre 2017, un 1-3 che più rumore di così non poteva fare.

Le vicinanze pericolose di date non finiscono qui, perché l’Inter è uscita dalla Champions League il 12/12, la partita contro il Pordenone dell’anno scorso è dell’11/12… e da Pordenone in poi è stata un’ecatombe di 12 partite con 13 punti, anche se onestà vorrebbe che la si raccontasse giusta, ovvero 9 partite con 8 punti, perché dalla vittoria contro il Benevento in poi la marcia riprende con la logica di chi deve raggiungere un certo risultato, ovvero 9 partite con 18 punti.

Ma qualcosa è evidentemente cambiato, sia nell’Udinese che nell’Inter, soprattutto nell’Inter.

Potremmo usare molti volti per questo cambiamenti ma è inevitabile che abbia i lineamenti croati di Marcelo Brozovic.

Peggiore in campo l’anno scorso, battuto soltanto dai disastri combinati da Santon ma, nel periodo considerato, il peggiore senza troppe storie: nelle pagelle malpensanti, contro Juventus, Udinese e Sassuolo è una sequenza devastante di 4,5, poi 4 e poi ancora 4,5, e se ci mettiamo anche Spal e Crotone arrivano un altro 4,5 e un altro 4.

Contro l’Udinese, ieri, Marcelo ha alzato il vessillo dell’Inter 2018-19, quella al primo vero anno di progetto come si deve, pur con tutti gli inciampi del caso, e si erge a migliore in campo con una personalità e una qualità che ne fanno al momento (prendetelo per quello che è, ovvero semplice giudizio personale) il miglior centrocampista centrale in Italia al momento.

 

E lo fa prendendosi rischi e sbagliando qualcosa in più del solito, spazzando una palla dopo il 90esimo che non è nelle corde di questa Inter e di questo nuovo Brozovic:

Effettivamente non serviva andare così lontani: sarebbero bastati 12 mesi.

Questa partita era fondamentale perché arriva dopo un ciclo durissimo che in tanti è probabile che abbiano sottovalutato… a posteriori: Milan, Lazio, Atalanta, Roma e Juventus in campionato, mentre in Champions due volte Barcellona, Tottenham in Inghilterra e PSV. Il tutto dopo la sosta di Ottobre a oggi, ovvero poco più di 50 giorni che avrebbero potuto castrare definitivamente morale e convinzione di questa squadra, facendola ripiombare nello stesso inferno che abbiamo vissuto l’anno scorso.

L’importante era vincerla, chiaramente, ma era necessario mettere in campo qualcosa di più, qualcosa a dare evidenza solida di questo cambiamento.

E qui sono costretto a raccontarvi due partite, pertanto vi chiedo un poco di pazienza.

 

La prima recita più o meno così:

Borja Valero giù di corda, Brozovic falloso nei passaggi come non si vedeva da mesi, Joao Mario che parte male e si riprende solo nell’ultimo spezzone del match. Il centrocampo di Spalletti non ha vissuto un pomeriggio semplice, tanto è vero che Fofana – al netto dell’episodio del rigore – è sembrato giganteggiare in alcune fasi. Meglio è andata quando Spalletti ha abbandonato il terzetto del 4-3-3, scegliendo il caro vecchio 4—2-3—1: c’era più da soffrire, con Lautaro trequartista, ma a quel punto Joao Mario è salito di livello compensando anche le mancanze di Brozovic, a tratti apparso sconsolato per i suoi stessi errori.

L’avete vista la partita, sì? Se sì, allora avrete il dubbio che io sia ammattito, che abbia visto un altro match o che fossi sotto l’effetto di una qualche droga pesante. In realtà non è roba de ilMalpensante: è della Gazzetta dello Sport.

 

Per chi non l’avesse vista, no problem: non c’è stato alcun giganteggiare di Fofana (che di suo ha perso 6 duelli su 10, l’enormità di 7 palle perse e un giallo risparmiato) che è stato costretto dall’Inter a giostrare lontano dalle zone centrali per sostenere la difesa di Jens Stryger Larsen e Hidde ter Avest, zona che la squadra di Spalletti ha provato a prendere in superiorità numerica con un Asamoah un po’ più intraprendente del solito, un Icardi davvero encomiabile per movimenti, Keita che lì ci sta per natura e Borja Valero finché ne ha avuto. Tanto che è stato lui il primo ad allargarsi per prendere il terzino interista, visto il 5-5-0 studiato da Nicola per l’occasione.

Come abbia potuto giganteggiare è mistero che l’autore dell’articolo dovrebbe spiegarci.

Ma andiamo con ordine.

Spalletti sa che l’Udinese arriva a Milano con le più cattive intenzioni di un bus parcheggiato davanti all’area di rigore: il fatto che per il 37% del tempo si sia giocato nell’ultimo terzo di campo, quello dei bianconeri, è un dato incontestabile che fa il paio con quello del possesso palla come comunicato dalla Lega Serie A: 63%.

Chiede, pertanto, ai due terzini di spingere moltissimo e, per dare agio a Asamoah nell’operazione, sacrifica Perisic e mette Keita: l’attaccante senegalese, però, galleggia spesso indeciso tra fare l’esterno e fare l’attaccante, tra giocare largo e aggiungersi a Icardi, ma senza incidere in termini assoluti.

 

Nella teoria questo dovrebbe comportare l’inserimento centrale di Keita e Politano, come abbiamo visto fare milioni di volte a Candreva e Perisic, soprattutto quando Icardi è in serate così, ispirato al punto da giganteggiare (lui sì) su tutto il fronte dell’attacco, pur avendo una naturale propensione sinistrorsa.

Purtroppo, però, di Keita abbiamo già detto e per Politano il discorso non cambia, se non che il calciatore è innamoratissimo della fascia e si discosta da questa con difficoltà: la saudade gli arriva un secondo dopo l’attraversamento dell’half space e sembra ci sia una calamita a riportarlo lì.

La traduzione dei due disegni, compreso quindi anche il 5-5-0 di Nicola, è semplice: l’Udinese fa densità in mezzo, costringendo l’Inter a giocare molto sulle fasce. La partita finirà con una statistica inequivocabile: per l’Inter 4 attacchi centrali, 15 da destra, 17 da sinistra.

(continua nella pagina successiva)

 

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