#ChievoInter 1-1: questa #Inter raccontata in una partita

Introduzione

Ci sono partite che raccontano il meglio di una squadra, sanno evidenziare tutti i pregi e le virtù, facendoti guardare al futuro con quella fiducia che ogni tanto ti fa dimenticare della faccia oscura della luna.

Altre partite, invece, ti raccontano benissimo proprio quella faccia lì, riportandoti sulla terra e magari ti fanno sentire la durezza di certi schianti.

Non voglio guardare ad altre squadre, perché credo che siano dinamiche connaturate ad ogni sport e anche le squadre più forti hanno le loro piccole o grandi Caporetto.

 

Per dire, l’Inter del Triplete cominciò con un brutto pareggio 1-1 a Milano contro il Bari (al ritorno sempre pareggio, 2-2), visse la sua comandata manciata di giorni di follia nel 5-3 contro il Palermo, nel 4-3 contro il Siena e nel 4-3 contro il Chievo, ma neanche in quella stagione seppe rinunciare alla sua piccola Caporetto, con quel 3-1 contro il Catania, in Sicilia, arrivato prima dello scontro decisivo contro il Chelsea.

Idem in Champions, che tra Rubin Kazan e Kiev raccolse due pareggi scialbetti, oltre a farsi schiantare dal Barcellona 2-0 e pareggiare all’andata senza mostrare alcunché della grandezza in arrivo e che sarebbe passata alla storia.

E quella era l’Inter del Triplete, alla quale la mole del tifo maicuntént non fece mai mancare il suo “ma dove vogliamo andare” ad ogni pausa durante la stagione. All”Inter del Triplete.

Questa è, chiaramente, squadra di altra caratura tecnica ma soprattutto mentale, non avendo in squadra punte temperamentali come Eto’o, Sneijder e Lucio: e, no, non è un caso che la citazione si fermi su quelli che erano gli ultimi arrivati.

Pertanto, se anche in quella stagione ci sono state le pause, le partite incomprensibili, i pareggi assurdi, le goleade senza senso, è evidentemente perché il destino ce le ha inscritte nel dna e così ce le dobbiamo portare appresso.

 

Chievo-Inter, però, ha una caratteristica tipica di certe partite che non raccontano solo il bello o solo il brutto di una squadra: sanno raccontartela con più precisione di tante altre, in tante sfaccettature. Come se fossero delle rappresentazioni.

Chievo-Inter racconta qualcosa di bello di questa Inter, la sua capacità di tirare fuori anche momenti di bel calcio, momenti in cui esprime anche potenzialità interessanti (vedi l’azione del gol). Ma è anche compendio perfetto dei suoi difetti, della capacità di staccare la spina e perdere lucidità, perdere consapevolezza, farsi mancare il terreno davanti per atto volontario senza che l’avversario ne abbia minimamente merito.

Ha la capacità, soprattutto, di esprimere quel grande senso di incompiuta, quella necessità intrinseca di aggiungere un “quasi” a gran parte delle caratteristiche positive presenti… anche se comprendo che non sia periodo felice in cui ammettere che, sì, questa squadra ha comunque delle qualità.

Potrebbe essere presa a rappresentazione della capacità di buttarsi via che ha la squadra di Spalletti: questa è la partita del “what if”. Non solo nel suo significato più evidente, ovvero “cosa accadrebbe se” relativo alle mancanze dell’Inter: se ci fosse Modric, se ci fosse Simeone (o Mourinho o Conte o chi volete voi), se fosse questo o quell’altro.

 

Ma è anche quella tipica partita dell’Inter in cui tutti, ma proprio tutti, i tifosi dell’Inter sanno benissimo cosa accadrà, hanno la consapevolezza dello scivolone in arrivo… lo sanno anche quelli che non vogliono dirlo, scriverlo, che vogliono ribellarsi al DNA e alle regole mai scritte dal Fato: nonostante questa consapevolezza, l’Inter sa inventarsi la versione non prevista del “che cosa accadrebbe se”. Sapevamo cosa, non sapevamo come.

Avete mai notato una caratteristica delle mie analisi post partita? La maggioranza delle volte mi fermo al primo tempo, per il resto è rarissimo che la racconti fino al novantesimo: sul centinaio (un po’ di più, a dire il vero) raccontate su queste pagine, forse giusto un paio hanno visto racconti che arrivano fino al termine del tempo regolamentare.

La scelta si fonda sulle caratteristiche di cosa è “preparare una partita”: spesso nel primo tempo vedi di più il disegno tattico generale, le scelte degli allenatori, le strategie, lo studio che c’è dietro e che riguarda sia l’avversario che i propri pregi e difetti. Nel secondo tempo, invece, spesso c’è più improvvisazione, c’è più adattamento in corsa.

 

E, vedete, ad un certo punto, le partite smettono di essere tattica, strategia, qualità e diventano di nervi, si inzuppano di fatica fisica, si caratterizzano per quel distacco tra essere e volere, tra potenzialità e necessità contingente: somigliano di più, insomma, al vivere reale che non a quella “partita di scacchi” più volte raccontata dai media e che invece si dipana più facilmente nei primi 45 minuti, quando le forze sono tutte lì e i calciatori hanno la lucidità giusta per applicarsi sulle cose preparate durante la settimana.

Il che non significa che i secondi tempi siano privi di spunti interessanti dal punto di vista tattico: sono, però, contesti diversi per forza di cose.

Prendiamo la partita di ieri, quando ad un certo punto Spalletti rivede il film visto sia contro la Juventus che contro l’Udinese: l’Inter fa una fatica bestiale a far salire la palla, non controlla più la partita, non riesce a giocare un calcio che sia logico e perde una quantità industriale di palloni.

 

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