Le pagelle malpensanti di #EmpoliInter

Seconda parte

JOAO MARIO 6,5 (mvp)

Ancora non ci siamo abituati.

Joao Mario è la seconda sorpresa del 2018… e dico seconda perché, sì, il risveglio di Brozovic è datato febbraio 2018, Inter-Napoli 0-0… sembra un secolo fa e invece non è ancora passato un anno.

Spalletti ha rifatto il miracolo: dopo avere risvegliato il croato buono e ucciso (perché è ucciso, vero? Non addormentato, giusto?), ha preso il portoghese riottoso e con due piedi fuori dalla soglia della Pinetina per rifarne un giocatore nuovo, del genere che era stato apprezzato in Portogallo tanto da essere portato a Milano come una promessa del calcio europeo.

Gli manca ancora qualcosa, soprattutto dal punto di vista fisico ed è anche logico. Ma il prossimo step è quello che Marcelo ha fatto nei mesi successivi, quando ha cominciato a capire che, quando non si può dipingere perché c’è confusione in casa, prendi la ramazza e fai pulizia, anche buttandoti per terra e sporcandoti.

Non che gli manchi la forza fisica per reggere l’urto, perché ha baricentro fisico basso ed è solidissimo, lo buttano giù davvero con difficoltà: alla fine è lui a essere il centrocampista più efficace in fase di non possesso, quello che si trova di più nella bagarre dei palloni 50%-50%, e ne conquista più di quelli che perde… anche se ne perde troppi.

Quando Spalletti gli chiede di fare il regista obbedisce, cosa che era accaduta con De Boer in una delle ultime partite dell’allenatore olandese: Inter-Torino 2-1 in cui fece una gran partita in grado di farmi esclamare “habemus registam” (si scrive così, sì?).

Ci teniamo la mezz’ala, chiaramente, sapendo che si può contare anche su un altro ruolo. Buoni propositi per il 2019: alzare il livello della tensione agonistica, perché se lo fanno sia Brozovic che Joao Mario, 2/3 della metà campo è fatta.

POLITANO 5,5

Come accade spesso quando incontra una squadra che gioca con il 3-5-2, le sue sortite difensive sono rare e spesso fuori tempo, senza grande voglia, anche se stavolta un paio sono pure preziose.

Tutto sommato, nello specifico, non lo si colpevolizza, visto che può anche servire stare più alti per tenere lì l’avversario o farlo correre di più: alcune delle sofferenze di Vrsaljko, però, sono da ascrivere a un Politano più abulico del solito che si aziona giusto un paio di volte durante tutto l’arco della partita.

Poco per uno che avrebbe anche i mezzi tecnici per spaccarle. Pochissimo per uno che è stato preso proprio per spaccare partite del genere, quando l’avversario si chiude tanto (e bene) e all’Inter servirebbe qualcuno in grado di prendersi il giusto rischio per provare la superiorità numerica con più frequenza: i dribbling tentati sono due, uno solo quello riuscito.

Ha il merito di impegnare Provedel proprio in una sua progressione e lì ti viene il rammarico: perché non provarci più spesso?

Riguardo ai cross, ultimamente sta dosando la forza sul passaggio, che però così viene di facile lettura.

 

Era la stagione 1996-97 e l’Inter giocava contro il Boavista; al 6° minuto c’è una punizione dalla sinistra, alla battuta Ciriaco Sforza: ricordo ancora la frase, anche se non ricordo chi la disse (se io, chi mi stava accanto o addirittura Pizzul alla tv) che era “da quella posizione si tira sempre in porta, se poi qualcuno la prende di testa, bene, altrimenti sono guai per il portiere”.

Ecco, Politano dovrebbe memorizzare questa cosa e cominciare a crossare più forte mirando al secondo palo.

Purtroppo, più che in altre occasioni, errori, palle perse e percentuale di passaggi non sono da grande gara.

KEITA 7 (man of the match)

Vedendola con un commento non italiano arrivi a sentire tutte le urla che Spalletti ha destinato a lui e Politano sui rientri mancati, sugli appoggi che non arrivano, sulle uscite farraginose di palla soprattutto per Keita.

L’aspetto positivo: quando la chiusura in difesa si è resa assolutamente necessaria, indispensabile, vitale, Keita c’era: quel piedone a bloccare Acquah è manna dal cielo.

L’aspetto negativo: se vuole avere chance di giocarsi grandi opportunità, all’Inter o meno, deve crescere moltissimo sotto questo aspetto.

 

La sua evoluzione lo ha portato a essere più attaccante che ala, non è un caso che i due gol li faccia, per posizione, tempismo e scelta, da attaccante vero che da esterno: da questo punto di vista l’Inter potrà contare sempre su Keita, che i gol li ha sempre fatti e sa come farli… soprattutto se e quando pesano moltissimo, come in tutte le occasioni quest’anno.

Per Spalletti al momento rimane un rebus difficilmente risolvibile, perché ci sono 4 attaccanti che tendono a giocare costantemente sopra la palla: Icardi, Lautaro, Keita e Politano. Il tifoso ne pretenderebbe addirittura tre in campo, se non proprio quattro, ma è cosa che l’Inter potrà permettersi esclusivamente in situazioni specifiche, come scrivevo nelle pagelle post Napoli:

ICARDI 6,5

Poco da dire nel complesso: decisamente nel vivo dell’azione, più di 30 tocchi (e ricordiamo che nella sua vita nerazzurra ci sono state partite con addirittura appena 3…), sponde, aperture e una costante lettura delle difficoltà di manovra.

 

Non vedere che l’Inter migliora nettamente con i suoi movimenti è cecità della quale qui non si soffre: abbiamo promesso un approfondimento durante la pausa, e approfondimento sarà.

Per mesi il problema è stato “Icardi segna soltanto”, “Icardi tocca meno di 10 palloni”, “Icardi è troppo condizionante”, “Icardi è solo uno spietato uomo d’area, non un fuoriclasse”, sventolati a destra e manca, mentre adesso chiaramente il problema è il suo esatto opposto:

Ma anche a questo daremo evidenza nell’approfondimento.

Politano gli ruba una palla ghiottissima che spreca, lui si innervosisce (giustamente) e un minuto dopo si sfoga tirando addosso a Provedel sprecando l’assist di Nainggolan: senza l’episodio precedente è probabile che sarebbe andata diversamente.

 

LAUTARO MARTINEZ 6,5

La bacchettata già deve arrivare perché, se non lo avesse capito, si trova in una squadra in cui non gli è concesso nulla, in cui non gli viene perdonato nulla: 4 ammonizioni in 489 minuti è una enormità. Facendo la tara sul numero di minuti minimi in stagione (almeno 400), non ci sono calciatori più bersagliati di lui. Se abbassiamo la soglia, dobbiamo ricorrere a Sofian Kiyine e Daniele Dessena: ma i due fanno il randellatore di mestiere, Lautaro ha la maglia n. 10 sulle spalle.

Considerando, tra l’altro, che lo pestano ad ogni occasione uscendo sostanzialmente indenni, in un paio di volte in questa partita anche senza fischio arbitrale, figuriamoci ammonizione.

Anche in questo caso il giallo è apparso piuttosto fiscale, perché il tocco è davvero minimo e sembra arrivare perché sbilanciato: la palla non va in porta, non devia considerevolmente… il tocco non è determinante. Per altri sarebbe stato un “fischia il fallo e passa avanti.”

Lautaro, però, è uno che sa cercarsi le occasioni giuste: come dice Spalletti, è un attaccante centrale. In questa partita riesce a strapparne una, ma la palla di De Vrij è troppo indietro per poterla giocare decentemente se non con un colpo di tacco…

 

SPALLETTI 6+

Probabilmente le partite più difficili da allenare e da preparare, perché sai già che l’avversario è più tosto di quello che pensano tutti, tuoi calciatori compresi, e arriva dopo uno che ti ha prosciugato energie fisiche e mentali a iosa.

Cambia qualcosa perché deve (squalifica di Brozovic), ma anche perché ne ha bisogno: della spinta di Vrsaljko e della solida cocciutaggine di Keita: alla fine proprio l’attaccante gli dà ragione, su assist del terzino che fin lì gli aveva dato torto.

Chiude la partita di nuovo con la difesa a 3, tenendo in campo Politano da trequartista: rispetto alle altre occasioni appare un filo più giustificato.

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