#InterBologna 0-1: masochisti di professione

Seconda parte

Tanto che mi tocca scrivere un tweet/post di fronte a quello che si vede e si sente attorno al decimo minuto del primo tempo:

A cui fanno seguito alcune considerazioni, di cui voglio riportare un estratto, soprattutto alla luce di quanto dicevano classifica e pregressi fino alla sfida contro l’Empoli.

 

Diciamocele sinceramente tra noi le cose scomode: così non va. Qualcuno me lo spiega il senso, uscendo dal concetto stupido e banale di “camminavano in campo” o “brutte prestazioni da due mesi”?

Perché alla fine è di questo che dobbiamo raccontare, del fatto che l’Inter si è inventata una “crisi Inter” tutta in casa, di certo fomentata da situazioni che altrove sono trattate in maniera diversa, con un pizzico di lucidità in più. Perché se Hamsik va in Cina o Allan preme per andare al PSG, dalle parti di Napoli scatenano sì un mezzo putiferio, ma senza la spada in mano per farsi harakiri.

 

Napoli (che ha tutta la mia simpatia e il mio “tifo trasversale”, i tifosi napoletani che seguono le pagine malpensanti lo sanno) che è fuori dalla Champions, fuori dalla Coppa Italia, lontanissimo dalla Juventus nonostante l’arrivo del più vincente di tutti gli allenatori italiani… eppure non trovi il Zazzaroni di turno che apre il giornale con “Caos Calvo”, e se anche lo facessero troverebbe tifosi che lo sbertucciano dalla mattina alla sera. En passant, a proposito, per quel “porco zio” riferito all’anno del maiale in Cina ci sarà pur qualche dannato ordine dei giornalisti che gli scrive una, non dico tanto, letterina di richiamo alla deontologia professionale? No, vero?

Quello che bisogna dire è proprio questo, e dirlo senza neanche girarci attorno: la partita contro il Bologna finisce in un momento imprecisato tra l’ottavo minuto e il tredicesimo, non sapendo rintracciare esattamente il momento in cui succede, nella testa dei calciatori, quel qualcosa che porta a una fine che da quel momento in poi è annunciata.

Inter-Bologna dei primi minuti vede un’Inter tutto sommato dignitosa nell’atteggiamento, squadra alta, buon pressing, giocatori che dimostrano anche una discreta voglia di correre. Li ho rivisti questi 10 minuti, solo questi 10: rispetto a Sassuolo e Torino erano manna dal cielo, erano oro colato. Dieci minuti che, sinceramente, non mi aspettavo, viste le ultime 3.

 

Ma tre partite bastano per aprire una vera contestazione? Nonostante due segmenti di campionato che parlano di (stavolta cambio la posizione di Inter-Genoa) 7 vittorie consecutive a cui seguono 14 punti in 7 partite. Bastano? Davvero?

Perché è bastato che l’Inter mollasse un attimo i freni, che l’Inter subisse una mezza azione da parte del Bologna, per scatenare l’inferno, come se ci fosse un… Gladiatore a fomentare alla folla.

È bastato qualche mormorio, dell’agitazione, qualche brusio di troppo attorno all’ottavo minuto per trascinare il resto dello stadio.

Sola non la lascio mai, nevvero?

Il mormorio che comincia proprio all’ottavo minuto, con l’occasione di Orsolini che Handanovic respinge: si sentono i primi fischi, ma soprattutto uno stadio che si ammutolisce e lascia campo all’insoddisfazione. All’ottavo minuto.

Ed è un brusio che dalla tv si percepisce appena ma che mi viene certificato da uno dei tanti amici allo stadio con un messaggio su Whatsapp: “tira una brutta aria allo stadio, mi sa che finisce male”, sottolineandomi (sua deduzione) che tutto nasce da chi prende come bersaglio, quasi fosse un mestire, Nainggolan e Candreva soprattutto, senza accorgersi che certi malumori sono contagiosi.

 

Venti secondi dopo vedi già la prima reazione dei calciatori, con il linguaggio del corpo che non può essere più chiaro: gente che si fa cenno a sbracciate di stare calmi, di giocarla facile, di stare tranquilli. Al nono minuto.

Sola non la lascio mai.

Al dodicesimo c’è Brozovic che sul lato piccolo dell’area, a sinistra, sbaglia palla e la regala agli avversari, con Orsolini che prova il tiro che però viene fuori loffio, un appoggio al portiere.

Il brusio comincia a sentirsi anche alla tv, ma è chiaro anche quello che sta accadendo in campo: il primo a farne le spese è Cedric che prende questa palla da Handanovic e si fa prendere dalla foga passandola avanti verso il nulla, dove non ci sono compagni. Parliamo dell’ultimo arrivato, al dodicesimo minuto. Fischi e brusii.

Il commentatore inglese non può fare a meno di sottolineare che c’è del malcontento tra la folla. Al dodicesimo minuto.

Sola non la lascio mai.

Poi lo psicodramma: uno scatto in ritardo di Candreva, una palla giocata male da De Vrij e Vecino, una occasione (che già chiamarla “occasione” si fa fatica) di testa di Santander e si parte con lo psicodramma.

Il cronometro segna il minuto 12:02 quando Santander tira fuori, 12:07 quando parte la bordata di fischi: 5 secondi buoni per maturare una roba fuori dalla realtà. Ed è il tredicesimo minuto.

Inter-Bologna finisce qua, al minuto 12:07, quando San Siro lascia l’Inter da sola in balia di sé stessa, della propria umoralità, della propria debolezza.

 

Invece di comprendere il momento dei calciatori e diventare l’arma in più, la linfa, la benzina giusta per provare a cambiare anche la semplice inerzia del match, no, fischiare e contestare. Al minuto 12:07.

Sola, in balia di sé stessa.

E già questa affermazione dovrebbe bastare per comprendere l’argomento più profondo a cui voglio puntare, perché se il pubblico è diventato un problema, questo accade in un secondo momento.

L’Inter perde per colpa del tifo? Perdio, no. Ma il concetto di “ambiente” comprende tutto, pubblico compreso, dentro e fuori dallo stadio: i calciatori non sono immuni né dai social né da quello che gli viene detto quando vengono fermati dai tifosi.

E non sono immuni dal condizionamento dello stadio, perché il pubblico di San Siro rumoreggiante lo hanno subito tutti, forse l’unico a opporvisi con la sua proverbiale tenacia fu Ibrahimovic. Lo patì anche Eto’o, nei primi mesi della sua esperienza nerazzurra: lui, però, da campione enorme qual è, da uomo di sport di spessore incommensurabile, tirò talmente dritto per la sua strada da mettersi mani e piedi al servizio di Mourinho.

La svolta fu proprio quella partita contro il Catania, che portò José a chiudere con ogni compromesso e guardare solo agli obiettivi, Champions su tutto, anche a costo di perdere il campionato.

Ma questa squadra non ha neanche uno che somigli vagamente a un Eto’o, non ha neanche Mourinho in panchina: non ha, quasi superfluo dirlo, che una frazione delle potenzialità tecniche, tattiche e morali di quella squadra.

 

Ci piaccia o no,  questi sono: ragazzi di 20-25 anni, qualcuno più attempato, che non si sono trasformati in Terminator solo perché sono miliardari: anzi, chissà, magari il denaro li ha resi più scemi e vulnerabili, loro con tutti gli altri di altre squadre.

Piacerebbe a tutti dire “va’ a lavura’!” con loro che obbediscono e, come dei veri transformers, per la sola infusione della volontà del tifoso, diventano invincibili e schiantano chiunque, figuriamoci un Bologna disastrato.

Ma non funziona così. Anzi.

Ce lo diciamo ogni domenica che questa squadra ha dei buoni valori tecnici… che sono buoni e lì si fermano. Una squadra che non potrebbe puntare allo scudetto neanche se avesse un allenatore fantascientifico che prendesse il meglio di Mourinho e Guardiola: perché questi sono, e non è certo fischiarli che li aiuta.

 

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