#FiorentinaInter: l’abisso di merda che è il calcio italiano

Introduzione

Questo sito ha fatto una scelta di campo molto tempo fa: per chi ne avesse dubbi, a sinistra c’è la voce “archivio” ed è sufficiente contare gli articoli negli ultimi due anni e dividere quelli che parlano di calcio e quelli che parlano di cose attorno al calcio, fare il conto e capire quale sia questa direzione, se parlare di calcio o se parlare di altro. Questo sito ha sposato, decisamente, la prima linea.

Nonostante questo, c’è chi insiste nel rimproverargli (al sito) e rimproverare a me una linea “complottista” che in realtà viene fuori di tanto in tanto, e non di più, sui social. Ogni tanto si “svalvola”, ma d’altra parte sono un umile tifoso, non sono costretto da deontologie professionali a fingere una equidistanza che non c’è, né nel mio caso né in quello di Caressa (Spalletti magnifico).

Ci sono, però, situazioni limite sulle quali non è possibile far finta di nulla. Ci sono episodi, come quello di ieri sera, che impediscono letteralmente, a chiunque, di “parlare di calcio”: perché, senza girarci su con le parole, quello di ieri è tutto tranne che calcio, tranne che sport.

Pertanto, dopo aver abbozzato una parte dell’articolo che leggerete tra stasera e domattina, che proverà a parlare di calcio, in queste 3 pagine non si può parlare di calcio.

Quando in Italia si è introdotta l’utilizzo della tecnologia VAR, su queste pagine me ne sono occupato in maniera estesa, inizialmente in relazione a quello che era un protocollo, il primo, che appariva sin troppo rigido per le necessità di verità nel calcio; successivamente l’argomento si è incentrato sull’atteggiamento di alcuni arbitri, atteggiamento più che sospetto già nella sua fase di sperimentazione.

Così ho deciso, nottetempo, di andare a rileggere qualcosa di quanto scritto in precedenza.

Non vi nascondo che, quando ho riletto queste frasi estratte da un articolo di luglio 2017 de ilMalpensante.com, ho avuto quella sorta di brivido che ti sorprende alle spalle quando hai un terribile deja-vu, quando in qualche modo ti viene il sospetto, che è più che sospetto, di aver già vissuto questo stesso attimo, sentimento, stato d’animo, e qualcosa te lo sta solamente riportando alla mente con chiarezza.

Pensavo anche che ci sarebbero stati molti, moltissimi casi in cui VAR e arbitro avrebbero avuto opinioni differenti. Da qui la (mia) speranza, ovvero di una squadra di arbitri specializzati esclusivamente in VAR, in grado di assumere anche una certa autorevolezza nei confronti del primo arbitro. Sogno anche questo da riporre nel cassetto, credo.

[…]

Insomma, VAR o non VAR, sarà sempre l’arbitro a decidere, ad avere potere discrezionale, a commettere l’errore, a conservare quella “zona d’ombra” tra decisione corretta e interpretazione che è l’unico sistema possibile per far sì che si possa pilotare una qualunque partita di calcio.

Ce lo ha detto Busacca stesso: “Ma se c’è una interpretazione, come sui falli in area, allora resterà possibile una linea grigia.”

[…]

Se c’era qualche dubbio ce lo hanno tolto. L’interpretazione deve rimanere la regina dell’arbitraggio: il VAR, quindi, non sarà un antidoto alla malafede, ma probabilmente la sua regolare certificazione. E ci vogliono fare abituare a questa idea di fallibilità nonostante l’assistenza video.

[…]

La formula è facile e preconfezionata, vi consiglio di impararla per bene perché sarà ripetuta ossessivamente da tutti gli organi di stampa possibili e immaginabili: la tecnologia non è sempre perfetta perché dietro c’è sempre la scelta di un essere umano. E ci convinceranno di una delle due cose: o che l’assistenza video è totalmente inutile (e ci faranno una guerra se funziona: sarà persino dannoso), oppure che, nonostante l’evidenza, l’errore ci può stare e deve essere accettato.

ilMalpensante.com - 02/07/2017

 

I casi del mani di Dimarco e il rigore letteralmente inventato da Abisso dove li vogliamo piazzare?

In altre occasioni l’argomento è stato anche più chiaro, la chiara evidenza che ci sarebbe stata, c’è e ci sarà, una buona fetta di mondo arbitrale disposta a tutto pur di mantenere una sorta di potere decisionale superiore persino all’evidenza delle immagini, dei fatti. Da quel che abbiamo visto, non sono solo gli arbitri a volerlo, perché il nuovo protocollo VAR nasce proprio per anestetizzare lo strumento, trasformarlo in qualcosa a uso e consumo delle intenzioni dell’arbitro e non uno strumento che aiuta a eliminare un errore.

Ecco, per me, per questo sito, quello che è successo ieri si innesta in questo contesto: Abisso sbaglia perché vuole sbagliare. Abisso sbaglia consapevole dell’errore.

 

Abisso non ha il coraggio o la volontà o la forza, scegliete voi, di cambiare decisione. Abisso sposa in pieno quella zona grigia in cui l’interpretazione del fatto ha più valore del fatto stesso, e per questo va difesa strenuamente, anche a costo di inventare qualcosa che non esiste.

Non ci possono essere dubbi interpretativi perché ci sono voluti oltre 3 minuti per decidere: in 3 minuti riesci a esaminare con calma, non è decisione da prendere nell’arco di qualche manciata di centesimi di secondo.

Nella partita tra Fiorentina e Inter, Abisso ha sbagliato ogni decisione importante, tranne che nell’ultima: quella, dal suo punto di vista, non è un errore. E in tutti i singoli casi, la sua scelta è sempre stata in direzione contraria alle fortune dell’Inter: compresa l’ultima scelta, quella di fischiare il rigore.

 

Attenzione perché qui si entra in un campo particolarmente sottile. Perché qualcuno sta dicendo che Abisso è entrato in confusione, ma non è così: Abisso ha arbitrato un secondo tempo con precisa lucidità, basterebbe rivedere la partita, basterebbe chiedere il perché dei 7 minuti di recupero (credo caso più unico che raro in questo campionato).

Abisso non è entrato in confusione: quando c’è stata l’occasione, ha deciso di fischiare rigore nella sicumera che niente avrebbe potuto sovvertire la sua decisione: non un eventuale dubbio, non un problema di distanze, non un fatto interpretativo, non una immagine mancante, non un frame scomposto… niente avrebbe avuto la possibilità di forzare il protocollo.

Niente… e in questo caso neanche la verità dei fatti.

Al 100esimo minuto della partita, dopo tutti questi casi da VAR, dopo averli sbagliati tutti, Abisso ha deciso, di fatto, di sbagliare nuovamente: prende una decisione che forza la realtà, pensando di poter far leva sul concetto di “protocollo”.

 

Non è un “errore arbitrale”, non c’è De Santis che inverte il fallo su Ronaldo in un amen, non c’è Ceccarini che implode mentalmente all’idea di dare il rigore sul contatto Iuliano-Ronaldo: Abisso ha tutto il tempo che vuole per dirimere il suo eventuale dubbio. Solo che non vuole: ce lo dicono i fatti, non è un’interpretazione.

Perché lui non ha dubbi: se va al VAR è solo per certificare l’esistenza di un altro dubbio, quello interpretativo, che gli consentadi mantenere la prima scellerata scelta.

Si è, quindi, affidato consapevolmente alla sua prima scelta nella convinzione che esistesse ancora quella zona grigia del dubbio sulla quale vive e prolifera l’interpretazione arbitrale.

 

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