#CagliariInter 2-1: stagione in bilico

Seconda parte

Doppio giallo risparmiato, così come risparmiato il rosso a Joao Pedro.

 

Non fatevi ingannare dalla prospettiva, perché è vero che Joao Pedro tira via un po’ il piede, ma è “giusto un po’” che non disinnesca la potenzialità pericolosa dell’intervento che rientra in tutte le casistiche del “grave fallo di gioco” per il quale la sanzione, da regolamento, è il rosso:

A questi casi andrebbe aggiunto anche un intervento di Ceppitelli su Lautaro Martinez: il difensore umbro non trova mai la palla e lascia il piede a martello per un intervento più che sospetto che lascio a voi il compito di giudicare.

Il capolavoro vero è l’invenzione, letterale, del fallo di Skriniar dal quale si origina il primo gol del Cagliari: Skriniar non commette fallo, lo scontro con l’avversario non è dettata neanche dalla “negligenza” che è il requisito minimo di un calcio di punizione. Semplicemente, la punizione non c’è.

Ad aggiungersi alla beffa, chi subisce il fallo e chi batte la punizione-assist che porta al gol è quel Cigarini che avrebbe dovuto essere già sotto la doccia.

Fine dell’argomento Banti, che era necessario e ineludibile: l’arbitro, così come a Firenze, è stato stra-determinante per il formarsi del risultato.

 

Aggiungo, lanciando anche l’argomento “calcio”, che non lo è stato solo per le decisioni più evidenti, ma anche per la gestione complessiva della partita: l’abbiamo vista e la quantità degli scontri, dei duelli, dei contrasti, è sproporzionata rispetto ai falli fischiati: appena 20 per una partita che anche i telecronisti hanno più volte sottolineato come “dura” e agonisticamente di un certo spessore. Ma ci torniamo a parte, abbiamo tempo.

Il Cagliari si è certamente giovato di questo atteggiamento, ma nulla toglie ai meriti della squadra di Maran, che ha impostato tutto il match della sua squadra con un pressing altissimo a togliere serenità alla ripartenza bassa dell’Inter. Ne abbiamo parlato spesso su queste pagine: l’Inter non è abituata a essere aggredita e, se non è in condizioni di forma eccellenti, fa fatica perché non ci sono molte alternative di gioco.

Non è questione di Spalletti o non Spalletti, ma di caratteristiche individuali: questa squadra è fisiologicamente costretta a giocare palla a terra. Con Lautaro in campo si vede qualcosa di più in termini di verticalizzazione, bassa o alta che sia, ma paradossalmente è situazione che toglie certezze alla metà campo piuttosto che darle: i compagni di reparto salgono senza sincronismo, la metà campo segue male mentre il Cagliari fa molta densità in mezzo: la risultante è che, in quelle rare volte che Lautaro ha preso palla tra metà campo e trequarti per far salire la squadra, l’Inter non sapeva cosa farsene del pallone.

 

A differenza, invece, di quel che accade dall’altra parte, ovvero quando il Cagliari ha allungato la traiettoria per scavalcare la metà campo nerazzurra. Maran ha scelto il 4-3-1-2, in stile Chievo: sa che, interpretato in un certo modo, fa male all’Inter. In questo modo ha costretto i nerazzurri a giocare molto sugli esterni, dove l’Inter attacca davvero poco col raddoppio visto che Asamoah e D’Ambrosio lo fanno relativamente poco (il primo anche meno), lasciando così Politano e Perisic nell’uno contro uno Srna e Pellegrini, raddoppiati costantemente da Ionita e Faragò, ma in qualche caso (e ammetto di esserne rimasto piacevolmente colpito) da uno dei due centrali, lasciando in mezzo l’uno contro uno con Lautaro Martinez.

La disposizione dell’Inter, se leggete queste pagine da tempo lo sapete, ha un problema atavico: c’è troppo spazio tra metà campo e difesa. Contro squadre che giocano con il trequartista, o comunque che cercano un “cuneo centrale” con cui provare a far male ai nerazzurri, la squadra di Spalletti fa fatica: quello che si crea alle spalle del duo di metà campo è talvolta al di là dei limiti dell’aberrante.

 

Il Cagliari sale su molto prima dell’Inter, meno passaggi, più profondità, e la differenza tra le due situazioni, per certi versi accostabili, è lampante:

Si tratta di una situazione che si ripropone con costanza con il 4-2-3-1, ovvero quando nessuno dei due centrali di metà campo ha l’imperativo categorico di restare staccato. Con il 4-3-3 non succede perché è Brozovic, perno centrale, a dover rimanere ancorato alla difesa: la differenza c’è e si vede, si nota, è talmente palese che (mi) stupisce che Spalletti continui a insistere sul 4-2-3-1.

O, quantomeno, continui a insistere senza chiedere a uno dei due di giocare più staccato, magari con conseguente arretramento di Nainggolan in fase di non possesso come avveniva a inizio campionato, sacrificando un po’ il pressing offensivo che tanto non sta portando granché in termini di efficacia.

Il primo a pagarne le conseguenze è Brozovic, che per molti versi è stato il peggiore in campo, superato solo da un Asamoah che è riuscito nell’impresa di far rimpiangere anche il peggiore dei Dalbert.

 

La prestazione di Brozovic è stata determinante nel primo tempo, in negativo: relativamente pochi palloni toccati (67 passaggi, lui che viaggia attorno alla boa dei 100 a partita) e 88% di precisione (in genere sta sopra il 90, a meno di partite più “intense” dal punto di vista del tentativo di verticalizzazione). Tanti errori, almeno 4 palloni persi per controlli sbagliati e poca corsa. Tanto che durante la partita ho sentito la necessità di fissare un pensiero:

Comprendo che in un periodo come questo, fatto di guerre di religione tra interisti, tra icardisti e non, questo “sospette” può dare adito a qualche dubbio sulla “volontarietà” di Brozovic di giocar male, però in realtà riguarda l’aspetto tattico e fisico.

 

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