#MilanInter 2-3: le cose a posto (o quasi)

Introduzione

Gli dei del calcio amano confondere le cose, amano annebbiare le idee, dispensare certezze e poi capovolgerle nell’arco di un nonnulla. Non sono tanti gli sport che hanno questa capacità di ribaltare quelli che sembrano concetti, se non addirittura verdetti, già consolidati e difficilmente mutabili.

Nelle ultime settimane, il Milan sembrava non potersi arrestare più, capace di raccogliere molto (ma molto) più di quello che avrebbe in realtà meritato, mentre l’Inter faticava, arrancava (con la compiacenza arbitrale) facendo meno di 1,4 punti a partita, mentre l’altra metà di Milano nello stesso periodo ne totalizzava 20, per una media di 2,5 punti a partita.

Eppure, da queste pagine provava a passare un messaggio, soprattutto a sorpasso effettuato: ovvero che la classifica non raccontava proprio tutta la verità in termini di gioco espresso e di valori assoluti. Perché il Milan raramente ha giocato quello che si può definire un “buon calcio”… il che non toglie nulla alla classifica dei rossoneri: vincere anche demeritando è un… merito. Si tratta pur sempre di calcio, non di sport con voti della giuria, non di pugilato dove puoi vincere “i punti”.

Ecco, gli dei del calcio, con il gran tifo di tantissimi media, davano il Milan per lanciatissimo e l’Inter ormai in versione Titanic pronta solo al tonfo, con tanto di sentenze già scritte, Spalletti a un passo dall’esonero, stagione da buttare. E tutti a parlare del “4° posto”, come se il terzo fosse ormai affare esclusivo del Milan.

 

Poi arriva, finalmente, il derby, il calcio giocato, la palla che rotola su un prato verde e gli dei del calcio decidono di rimettere le cose a posto.

Anche se a deciderlo sono soprattutto i calciatori interisti. Dalla vicenda Icardi in poi, sono stati chiamati più volte ad una prova più che d’orgoglio, che li facesse percepire ancora più squadra di quanto fatto in passato, che li mostrasse uniti, determinati verso l’obiettivo, capaci di sostenersi l’un l’altro: come dovrebbe fare una squadra normale, appunto.

E questo hanno fatto: giocato da squadra. Ci hanno creduto, hanno lottato e, alla fine, sono usciti vincitori perché i valori complessivi questo raccontano, ovvero di un’Inter che si lascia preferire ai rossoneri, almeno nella versione allenata da Rino Gattuso, anche se al Milan va concesso l’onore delle armi, perché pur mostrando meno voglia, meno organizzazione, meno preparazione tattica complessiva, hanno provato a raddrizzarla, non si sono mai fermati, mai abbattuti.

Vinto quella che alla fine si è rivelata davvero una bella partita.

 

Che partita!

Il derby di Milano si è visto in più di mezzo mondo ed è un grande spot per il calcio italiano. Sarà anche stato condito da molti errori individuali, molte sbavature tecniche e tattiche, ma è stato un derby intensissimo, giocato con grande voglia da entrambe, molto agonismo in campo ma senza troppi eccessi fuori dalla sportività.

Andiamo con ordine, riconoscendo anzitutto i meriti di Spalletti: l’ha preparata benissimo.

Vecino da trequartista non è una innovazione spallettiana, perché Matias ha già giocato in questo ruolo in passato, addirittura lui stesso disse tempo fa che è stato il suo ruolo originario, poi cambiato. Su queste pagine mi sono sempre chiesto perché Spalletti non l’abbia mai provato lì, visto che l’anno scorso era quanto di più vicino a Nainggolan (con il belga ancora alla Roma) potesse avere in rosa… anzi, ero arciconvinto che avrebbe ruotato tutti in quel ruolo, provandoci persino Gagliardini.

A scansare il rischio di autoreferenzialità, per fortuna c’è sempre qualche lettore che ricorda!

 

Non l’ha fatto, evidentemente avrà avuto le sue ragioni, ma la situazione di Joao Mario ha costretto l’allenatore dell’Inter a un adattamento in corsa.

Vecino in realtà non ha fatto “solo” il trequartista, perché l’Inter ha giocato con un modulo ibrido 4-3-3/4-2-3-1 in cui la discriminante era proprio la posizione del calciatore uruguaiano: in fase offensiva si trasformava in trequartista, con naturale predilezione per il lato destro, mentre in fase difensiva sceglieva il ruolo a seconda dei movimenti di avversari e compagni, con una prima “mission” su Bakayoko.

Per certi versi mi ha ricordato quella versione del 4-3-3 che vede i due interni fare cose diverse, uno più staccato e a sostegno della regia, un altro più libero di proporsi, soprattutto senza palla, inserendosi tra gli spazi e in area: per referenza enciclopedica (squadra inarrivabile per intensità, compattezza e organizzazione) 4-3-3 del primo Chelsea di Mourinho.

Avremo modo di vederlo con calma nell’analisi che ci porterà alle pagelle ma si è trattata di una sorta di… “danza tattica” di cui il Milan per un’ora abbondante non ha capito assolutamente nulla.

 

Il gol di Vecino spiana la strada alla squadra di Spalletti che comincia a far correre il Milan, sale su per il campo secondo il suo copione che parte dal possesso palla bassissimo, trovando soprattutto ottime combinazioni sulla catena di destra.

L’ho scritto molte volte: questa squadra ha una psicologia complessa e, per certi versi fragilissima. Il gol inevitabilmente la mette nella condizione migliore per fare la sua partita.

Ma è bastato il gol per rasserenare gli animi e consentirgli di fare una delle partite più riuscite dell’anno? Non dipende tutto da questo ovviamente.

 

È bastato Vecino finto trequartista? È bastata una mossa tattica?

In realtà il Milan ci ha messo del suo, molto del suo. Anzitutto come atteggiamento complessivo, soprattutto nel primo tempo. Ma, a mio avviso, le maggiori responsabilità vanno a Gattuso, che ha insistito sul 4-3-3 nonostante abbia uomini probabilmente portati per fare altro, ma soprattutto scegliendo di non aggredire l’Inter in pressing (o, quantomeno, farlo con eccessiva discontinuità) e senza trovare una contromisura, che sia una, a Brozovic.

 

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