#InterLazio 0-1: il punto di non ritorno

Introduzione

Ho resistito finché ho potuto, ma la verità è che, ad un certo punto, se vuoi affrontare un argomento devi anche sottostare alla ineluttabile legge delle “premesse”: senza queste non puoi andare avanti, non puoi andare indietro.

Prima di scrivere questo articolo, infatti, ho pensato a lungo se si potesse parlare di Inter-Lazio senza parlare di Icardi, qua, su queste pagine, dove sulla vicenda si è detto praticamente nulla perché in realtà nulla sappiamo, se non mozziconi di verità, tranci di notizie che potrebbero essere qualunque cosa fuorché pezzi di realtà.

E che se anche fossero realtà, sarebbe tutto da dimostrare che restituiscano un quadro credibile della situazione che vivono i calciatori e Spalletti ogni giorno sul campo di allenamento e di gioco. Di più, da tempo ho sposato la linea del “calcio prima di tutto” e faccio una fatica tremenda a uscire dai binari di questa… “linea editoriale” che ho scelto: perché se scrivendo di calcio non si parla di calcio, che senso ha scriverne?

 

Solo che stavolta mi sembra inevitabile, perché più o meno tutti, forzatamente, legano le due cose. Partiamo dal presupposto che appare follia quella di vedere il mondo interista così scisso tra difensori e accusatori di Icardi, tanto che se dici mezza cosa che possa somigliare a un attacco a Spalletti o società/dirigenza vieni subito etichettato come Icarders, se invece provi a mettere sul piatto altri ragionamenti passi per spallettiano, #Suningers, accusatore di Icardi.

A me, lo dico senza remore, piacerebbe stare nel mezzo, là dove sta l’unica cosa che dovrebbe importare, e che a me personalmente importa: ovvero l’Inter.

La serie “I know my chickens” si amplia di un capitolo, ovvero il pensiero che ho espresso in tempi non sospetti, 13 febbraio, ovvero quando era stata sganciata da poco la “Little Boy” nerazzurra:

 

Sono passati 47 giorni e quel  pensiero è rimasto stranamente cristallizzato su quello stesso identico concetto.

In questo lungo periodo mi sono concesso poche digressioni sulla vicenda, perché non è facile affrontare un argomento partendo dall’assunto che tutte le parti in causa abbiano sbagliato, provando al tempo stesso a pesare i torti e/o i meriti, sempre che ve ne siano, cercando di trovare non il colpevole, ma quello che è più colpevole, come se avessimo in mano verità incontestabili dalle quali dispensare giudizi e sentenze inappellabili.

Io sono vecchio stampo, almeno su queste faccende, e per me le faccende dello spogliatoio lì dovrebbero restare senza alcun tentennamento. Purtroppo, però, all’Inter non succede mai, perché c’è sempre qualcuno, chissà chi, sempre lì, pronto a scambiare la propria verità con qualche buon servigio mediatico, qualche protezione giornalistica o chissà quale altro ritorno personale.

 

Fatta eccezione per qualche strano caso (e più avanti ne racconteremo uno), se succede qualcosa all’interno di questa squadra/società, stai pur certo che il mondo verrà a saperlo. Non succede con nessuna altra squadra, né in Italia né nel mondo: in Italia ci sono squadre ultra-protette, i cui problemi vengono ignorati, o addirittura occultati, e in qualche caso spacciati per quello che non sono, vedi il “licenziamento” di Buffon sul quale si è imbastito per settimane un circo piangente di giornalisti che non hanno raccontato la verità, se non in qualche rarissimo e sparuto caso: ovvero che la Juventus aveva scaricato il suo capitano proprio nell’anno in cui sarebbe diventata la favorita numero uno per la vittoria della Champions League.

Purtroppo all’Inter questo non succede, anche se va ammesso che la “questione Icardi” è stata tenuta tutto sommato sotto traccia abilmente finché non è definitivamente esplosa. Perché di una cosa c’è certezza: il problema dell’argentino non nasce quest’anno, e la sua natura appare quella di una leadership imposta dall’alto ma mai digerita né riconosciuta fino in fondo e, anzi, rigettata da più di un compagno di squadra.

Una leadership che, negli effetti, è mancata spesso in campo, con Icardi spesso lamentoso e indispettito platealmente nei confronti dei compagni che non lo servivano come avrebbe desiderato: situazione che i lettori de ilMalpensante conoscono perché è uno degli aspetti che più volte abbiamo trattato qui dentro con video e immagini.

E se Icardi lo ha fatto in mondovisione, difficile non immaginarlo con lo stesso tenore negli allenamenti.

 

Ci mancano le cause, quelle più profonde, quelle più legate ai rapporti personali e ai comportamenti di ciascuno, ma almeno sappiamo che Spalletti non ha mai fatto mistero di questo disagio di vedere il suo numero 9, e capitano, pretendere dai compagni senza però offrire in cambio la stessa quantità di sacrificio buttata in campo dagli altri. Anche questo lo avete letto più volte qui, tante volte: che Icardi non rientra, Icardi spesso pressa male, che il suo gioco risultava esageratamente autoreferenziale.

Ripeto, mancano le cause, questi sono solo gli effetti, quello che noi riusciamo a vedere.

Non solo compagni, anche una certa insoddisfazione da parte di qualche dirigente che ha fatto di tutto per ricavarne il più possibile, convinto che non sia un fuoriclasse e che, anzi, si potesse costruire una squadra migliore a partire dalla plusvalenza generata dalla sua cessione: a partire dal tentativo di cessione al Napoli nel 2016 per finire alla sgangherata, folle, suicida idea di darlo alla Juventus per Higuain e magari qualche spicciolo.

In questo, la figura di Wanda risulta essere il classico sassolino nella scarpa, quella stessa che ti sta stretta di due misure ma ti faresti anche andare bene per tante cose, se non fosse per quel dannato sassolino… Insomma, non è determinante, ma è una aggravante.

 

E non so quale delle due prospettive sia peggio.

Il vero peccato è che, fino a un certo punto, quest’anno era apparso di grandi cambiamenti, con Wanda meno invasiva e Icardi più collaborativo, addirittura iper-collaborativo con partite da attaccante a 360° che io stesso avevo salutato con l’entusiasmo di chi si trovava dinnanzi al nirvana. Collaborativo e (decisamente) meno lamentoso del solito.

 

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