#InterLazio 0-1: il punto di non ritorno

Seconda parte

Poi chissà cosa è successo, oltre a quello che la narrativa popolare ha ormai sposato come cause determinanti e che a me, invece, appaiono più come contorni.

Dicevo, sono vecchio stampo, avrei preferito che l’Inter gestisse meglio questa situazione che, invece, così è diventata una grottesca farsa in cui tutti i protagonisti mostrano il loro lato oscuro, difettoso, untuoso.

Non ricordo di capitani esautorati in questo modo, senza che ci sia qualcosa di particolarmente eclatante. Quantomeno capitani di lungo corso, perché di quelli di breve durata (vedi Pogba al Manchester United di Mourinho) ce ne sono a bizzeffe.

 

De Rossi, per esempio, la perse dopo un fallaccio che gli costò il simbolo per un mesetto circa, in favore di Florenzi.

Terry, per esempio, la perse dopo il flirt con Vanessa Perroncel.

Per Cruyff all’Ajax si tratto di una decisione interna dello spogliatoio, addirittura i calciatori votarono il capitano.

Giannini, sempre Roma, la perse dopo un violento scontro con l’allenatore Bianchi.

Ma di capitani esautorati degradati senza (grave) motivo apparente, con un laconico comunicato poco prima di partire per una importante partita di coppa… davvero, non credo ne esistano. Forse nei campetti di provincia, ma in quel caso dobbiamo togliere milioni, coppe e professionismo, ergo non c’è paragone possibile.

A inizio vicenda c’era chi prendeva, metaforicamente, a piene mani la propria virilità, spruzzando gioia a destra e manca su questa presunta svolta nerazzurra, da società un po’ così, “naif” per dirla alla Mourinho, a una cazzuta con regole ferree, grazie all’intervento del tanto osannato Marotta.

 

Peccato che alla Juventus una cosa del genere non solo non sarebbe mai stata gestita così, mai e poi mai: l’esempio con Bonucci è molto poco calzante, anzi, fuorviante. E peccato che la virilità esposta in quei giorni si sia inflaccidito col passare dei giorni, tanto da ritrovarsi a mani vuote e nella stessa stanza, imbottita di stupore e perplessità, in cui si ci si ritrova tutti, pro e contro, senza sapere cosa stia accadendo davvero e dove si stia andando a parare.

Dobbiamo solo credere che né Marotta né Spalletti né Ausilio siano impazziti all’improvviso e che oltre non si potesse andare, a meno di non mettere a rischio la stagione, ben più di quello che stiamo vedendo oggi: purtroppo, e sottolineo il termine con tanto rammarico, la mancata risposta alla convocazione, gli atteggiamenti successivi e l’intervento dell’avvocato come mediatore non fanno che mettere Icardi nella luce di chi quel provvedimento se lo sia meritato, benché ingiusto nei tempi, nei modi e nell’opportunità.

Detto che per me non è quello bianconero non è un modello da imitare (inutile spiegarne le ragioni), per avere credibilità e autorevolezza ci vuole anche tempo… e soprattutto fare pulizia di quel che c’è di marcio.

Altrimenti il senso di posticcio è fortissimo, così come quel sentore forte di approssimazione, persino di dilettantismo, come se tutte le componenti in gioco non avessero legami e stessero giocando una partita a scacchi, ciascuno la sua partita… a partire da quel 13 febbraio 2019.

 

Quel giorno sarebbe stato il giorno giusto per far sì che tutto questo non accadesse, sarebbe bastata una strategia o una scelta diversa da parte di uno qualunque dei soggetti coinvolti. L’Inter, intesa come dirigenza e allenatore, avrebbe potuto scegliere altre vie e modi, mettere in panchina il calciatore per un paio di partite, eleggere capitano il primo D’Ambrosio che capita e poi lasciare così le cose a tempo indefinito.

Icardi avrebbe potuto rispondere alla convocazione, dimostrando quella dose di professionismo dovuta all’Inter, intesa come storia e come tifosi.

Sarebbe bastato poco e invece…

Da quel momento in poi, tutto quello che è accaduto è fisiologico, quasi naturale: il reiterarsi della stessa opera farsesca che vede tutti colpevoli, con i tifosi pronti a mettere sulla (propria) bilancia i torti dell’uno e dell’altro per eleggere la vittima sacrificale… se non tutti, da Spalletti a Icardi, da Ausilio a Perisic.

 

Fino a ieri, quando Spalletti ha sbottato, anche qui a torto o ragione, fate vobis, argomento sul quale tengo la stessa linea di principio: ovvero che sarebbe stato opportuno che la cosa rimanesse più in silenzio possibile, come doveva accadere sin dal primo giorno.

Solo che se si reputa giusta una qualunque delle azioni del primo giorno, anche quella di ieri trova la sua giustificazione, perché se era giusto che quella fascia fosse tolta, è ancora più giusto dire che è umiliante che un calciatore debba trattare con la società, avvocato al fianco, per indossare una maglia. La maglia dell’Inter, perdio.

Per concludere… se, come appurato, l’origine del problema è nello spogliatoio, proprio in quel luogo doveva essere risolto, ancora prima che dalla società e con gli avvocati. Possiamo anche discutere sulla opportunità o meno di tirare fuori questo argomento, e in questo modo, dopo una sconfitta, ma va sottolineata l’ennesima svirgolata sulla questione: perché è la società che deve mediare, ma è tra compagni e allenatori che doveva essere chiarito il necessario per ripartire.

Il papello c’entra qualcosa con la partita?

 

Purtroppo è inevitabile, sia perché l’Inter mostra la sua proverbiale debolezza quando è immersa nelle difficoltà ambientali e nelle polemiche, ma visto anche il refrain di tanto tifo… e su questo specifico: c’è tifo interista ma anche “tifo contro”, di quello che gongola nel vedere caos e confusione in casa nerazzurra. Come nella fattispecie bargiggesca di oggi pomeriggio, il cui racconto della partita si basava su un assunto neanche troppo nascosto: l’Inter con Icardi avrebbe vinto.

Peccato che la storia dica il contrario, ma ci arriviamo.

 

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