#GenoaInter 0-4: sceneggiatura perfetta

Introduzione

Se l’Inter fosse una persona, di certo farebbe il regista e, altrettanto di certo, sarebbe un misto di David Lynch alla regia e Billy Wilder alla sceneggiatura, capace di costruire storie, dialoghi e personaggi pazzeschi per una storia che, noi lo sappiamo bene, non è capace di annoiare.

Genoa-Inter da questo punto di vista è un piccolo capolavoro.

C’è da dire, senza dubitare, che questo Genoa è una squadra allo sbando, che è lentamente, ma inesorabilmente, risucchiata piano piano verso la zona retrocessione. La squadra di Prandelli nelle ultime cinque ne ha vinta una, pareggiandone un’altra, collezionando tre sconfitte, ma è dall’ottava che colleziona a ruota sconfitte spesso inspiegabili: sono 10 in totale da quella giornata in poi, con appena quattro vittorie.

Non facciamoci, però, ingannare dalle apparenze, perché la partita era molto più complicata di quanto la classifica e la storia recente dell’avversario potevano lasciar supporre.

 

Perché di queste quattro vittorie, ben tre sono scalpi pesantissimi, a partire dal 2-0 contro la Juventus, passando per il 3-1 all’Atalanta prossimo avversario dell’Inter e finendo al 2-1 contro la Lazio, entrambe per me principali avversarie per la corsa Champions: tutte squadre affrontate a Genova.

Ma non si tratta solo di risultati: Anche la vittoria del Milan, per esempio, è vittoria molto più complicata di quanto non lasci pensare l’apparentemente netto 0-2: Donnarumma migliore in campo per i rossoneri e se nel primo tempo la partita fosse finita 2-1 per i rossoblù non ci sarebbe stato nulla da dire, perché il portiere rossonero ha salvato la sua squadra con almeno tre interventi di quelli miracolosi e risolutivi.

Per rendere l’idea, il Genoa in casa è tutt’altro che squadra scontata: ha più punti dell’Atalanta, che risulta stranamente più efficace in trasferta (e la prossima, en passant, è a San Siro).

A questo aggiungiamo anche una fetta di storia, ovvero che l’ultima vittoria dell’Inter contro i rossoblù a Marassi in Serie A era datata 13 dicembre 2011, con gold i Nagatomo (sic!), e non vi riporto la formazione per non farvi venire il classico coccolone.

 

Da quel momento in poi, lo score è inequivocabile: 5 vittorie e 1 pareggio, 8 gol fatti e solo 2 subiti con l’Inter che era stata, in assoluto, la squadra con cui il Genoa aveva fatto più punti in casa, e l’unica con cui non aveva perso, se consideriamo un minimo di 5 stagioni su 7. Se poi restringiamo il campo e prendiamo solo i match successivi alla sfida del 12 maggio 2013 (Stramaccioni in panchina, 0-0), l’Inter a Genova aveva collezionato solo sconfitte.

E in 4 di queste sconfitte non è riuscita a segnare neanche un gol: l’ultima realizzazione era del 23 maggio 2015, sconfitta per 3-2 con gol di Palacio e proprio Icardi. Il resto è un 2-0 e tre 1-0.

Chiaro il concetto?

Se non fosse ancora chiaro, aggiungiamoci che sarebbe stato complicato trovare un modo più… complicato di arrivare a questa sfida, dopo mesi di harakiri in successione che hanno messo in discussione un terzo posto apparentemente inevitabile a fine 2018, ma soprattutto dopo settimane di masochismo puro con la questione Icardi e a maggior ragione dopo la sconfitta contro la Lazio.

 

Insomma, vista isolata, questa vittoria poteva apparire scontata, quasi banale se non addirittura obbligata: incastonata all’interno di un contesto sia storico che contingente, sia riferito a sé stessi che all’avversario, era match molto più scivoloso e pericoloso.

L’Inter ne esce a petto in fuori e con la voce grossa, facendo una partita che lascia combaciare numeri e sostanza, apparenza e realtà, in un dominio incontrastato e indiscutibile per tutti i 90 minuti.

Non è solo il risultato a dirlo, è anche il modo in cui è maturata la vittoria.

75% di possesso palla, 884 passaggi (numero impressionante che fissa probabilmente il top in Serie A quest’anno, anche se devo verificare)  contro 255, 93% di precisione dei passaggi (a memoria, numero mai raggiunto negli ultimi anni) con quasi il 90% di passaggi riusciti nella metà campo avversaria. Un dominio incontrastato per 90 minuti che fa persino stare stretto lo 0-4 finale.

 

Eppure non è stato così semplice come i numeri raccontano, perché i primi 15/20 minuti di Inter sembravano essere il preludio di una di quelle partite tipiche in cui l’Inter non riesce a sfondare e all’avversario basta difendersi con ordine per bloccarne l’evoluzione della manovra.

Primi minuti, pertanto, lenti e con possesso palla molto insistito, soprattutto con i due difensori centrali che a fine partita totalizzeranno 114 passaggi (Skriniar) e 79 (Miranda), con la difesa che si accredita di 366 passaggi, ai quali dovrebbero aggiungersi quelli di Brozovic (103) che ne ha soltanto 3 oltre la trequarti avversaria.

Il top in squadra, su questa statistica, è insolitamente Gagliardini, in quella che è tra le prestazioni più convincenti in nerazzurro, visto che non solo è il man of the match, ma è anche risultato il più cercato dai compagni con 128 passaggi effettuati e precisione che si attesta su 89,1%: con i due gol che la fissano nella storia della sua permanenza all’Inter.

Primi 20 minuti in cui l’Inter praticamente non tira in porta e dalle parti di Radu ci arriva con grande fatica, come vedremo meglio nell’analisi tattica.

 

In sostanza, si arriva al gol al primo vero tiro in porta, con Asamoah che tenta un assist verso Perisic in mezzo all’area e il croato che fa una specie di velo per Gagliardini, bravissimo nell’accorrere alle sue spalle e piazzarla in rete là dove Radu non potrebbe mai arrivare.

Un gol che è soprattutto sollievo, perché arriva nel momento giusto della partita, quello in cui non si sono ancora affacciati i soliti fantasmi nerazzurri, quelli che nella testa dei calciatori diventano spesso un messaggio al neon come le luci malate della Los Angeles di Lynch: non ce la puoi fare.

 

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