#InterChievo 2-0: sola non la lascio mai. A meno che…

Introduzione

TMaicuntent.

Ce l’avete presente? Il maicuntent è uno che ha una missione nella vita: lamentarsi. Nel tifo interista c’è una dose sovrabbondante di maicuntent.

Li abbiamo avuti persino quando abbiamo vinto il Triplete, erano quelli che dopo Catania avrebbero fatto a cambio Mourinho-Capello all’istante pur di togliersi dalle balle quel fenomeno da baraccone di Mourinho, “bluff lusitano stai lontano da Milano”. Gli stessi che, da una vita, vivono parte della loro passione interista come un continuo conflitto con qualcosa che ha a che fare con la propria personale guerra di religione: roba che Icardi/Perisic/Spalletti è un giochino a confronto di quello che s’è vissuto tra i fan sfegatati di Balotelli che detestavano Eto’o (Pacco’o, Suazo’o etc…) perché per colpa sua non giocava l’idolo di casa… no, Milito segnava di più ed era più difficile da bersagliare.

Ce l’avete presente? La storia del nobile Bertazzo, la conoscete?

 

Alighiero Bertazzo è quel nobile caduto in disgrazia da un giorno all’altro e che muore di fame ma non accetta nulla che non sia all’altezza del suo passato, costi quel che costi. Al punto da rifiutare ogni aiuto, come quello di un vecchio amico di minor rango nobiliare che, saputo del suo attraversare i disfavori del Fato, lo invita nella sua più umile dimora, ricevendo un “no” pieno di grande alterigia: “son pure Alighiero Bertazzo” si dice tra se e se, prima di ripeterlo all’amico.

Rimanendo affamato un altro giorno, e senza più l’amico disposto ad aiutarlo.

Il giorno dopo è il turno di qualche suo antico servitore, ma sia mai che Bertazzo si abbassi al punto da rinnegare il suo sangue nobile! Lui? Bertazzo? A cena in quella catapecchia? Tanto valeva mangiare a casa del suo amico che poteva comunque contare su qualche briciolo di sangue nobile nelle vene.

Anche quella notte rimane a stomaco vuoto, talmente vuoto che il brontolio si sente anche a diversi metri di distanza.

Tocca all’osteria dove di tanto in tanto si rifugiava, camuffato, per approfittare dei piaceri della carne a basso costo, a gozzovigliare tra cibo e vino scadente, ampiamente compensati dalla generosità delle forme femminili disposte a dargli piacere.

 

“Son Bertazzo! Avrei comprato te e tutta la tua osteria” urla col pugno rivolto all’oste che sconsolato chiude la porta, mentre lo stomaco del vecchio nobile decaduto si produce in un borbottio del tutto simile, che forse era meglio il suo vecchio servitore, almeno sapeva cosa era gradito dal suo palato.

Passa la notte e poi il giorno ancora, finché non sono le pie donne di carità a provare a dargli ristoro. La sola idea di quella brodaglia disgusta Bertazzo, che non asseconda i suoi sensi, attizzati dall’odore del cibo, ma a quel punto sarebbe stato meglio l’osteria, perché qualcosa di buono aveva pur mangiato qualche volta…

Così passano i giorni e le notti, tra un “sono pur sempre Bertazzo!” e un ostinato “no” a qualunque cosa che non sia la sua vecchia nobiltà decaduta. Dopo tanti “no”, eccone uno anche a quel tozzo di pane rancido, rattrappito e indurito, che vede appena appena, tra le sofferenze degli occhi cisposi e quelle di un corpo straziato dalla fame: quel tozzo rancido di pane che gli farà compagnia lì, vicino, finché Bertazzo non spira, finalmente libero dalla fame e dal ricordo della sua nobiltà perduta.

 

 

Eccolo, certo tifo interista: come Alighiero Bertazzo (non cercatelo su Google, inventato di sana pianta nel 2008 ai tempi del primo Mancini), disposto a morire pur di dire “no” a qualunque cosa che non si avvicini a quel che reputa sia la sua dimensione nobiliare.

Quello che è capace di rivoltare il proprio giudizio in un amen: se arriva all’Inter è una sega, se va altrove è un’iradiddio. Se è destinato a non arrivare, è un fenomeno a prescindere; se approda, è merda a prescindere o quasi.

Ve lo ricordate quando non si poteva giocare a calcio senza Pastore, mentre Rafinha era un tozzo di pane rancido? Ecco, anche senza quel tozzo di pane rancido (no Rafa, scusa, è solo uno stupido esempio) l’estate scorsa non si poteva più neanche giocare a calcio.

C’è una parte di tifo interista, ripeto, la cui dimensione è la lamentela a prescindere.

Se c’è una partita perfetta per dimostrarlo, quella è proprio Inter-Chievo di ieri.

 

Perché l’Inter era già data per morta… no, non ieri, non l’altro ieri, non dopo le vittorie di Roma, Milan e Atalanta: data per morta già al triplice fischio di Udinese-Inter. I giorni successivi non sono stati che giorni di lutto pre-mortem.

Era già tutto scritto.

San Siro si trasforma, così, nel teatro dell’assurdo, in cui persino il commentatore inglese si chiede perché mai ci sia così tanto silenzio in uno stadio con 60mila persone sugli spalti: un silenzio che si alterna, nella prima mezz’ora, con qualche brusio e qualche rara eccitazione… “rara” perché rari sono stati i motivi per essere eccitati. Non granché la partita, ma ci torniamo.

Un silenzio che si trasforma improvvisamente in fischio assordante quando Asamoah, minuto 37:43, prova un dribbling rischioso su Depaoli a metà campo dopo che un calcio d’angolo procede come tanti suoi simili (cioè male) e, per non rischiare ulteriormente su un pressing 3 contro 3 del Chievo, appoggia dietro a Handanovic: il pubblico di San Siro fischia. Non tutto, non distinguiamo belli e buoni dai brutti e cattivi, ma mugugna, rumoreggia, fischia.

Fischia.

 

Quanti sono? 10? 100? 1.000? Pochi? Tanti? Importa poco, perché si sente solo chi fischia e non il resto, che non applaude, non incita.

Rumoreggia.

Borbotta.

E quando fischia, rumoreggia o borbotta mi viene in mente un episodio di questa stagione, sempre con protagonista Asamoah. Uno di quegli straordinari, beffardi incroci della vita e di quel suo microcosmo così specchio fedele che è il calcio: Asamoah contro il PSV.

 

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