#InterChievo 2-0: sola non la lascio mai. A meno che…

Seconda parte

Video che dovrebbe essere mandato in onda sui maxischermi dello stadio ogni qualvolta un calciatore interista decide di passare la palla dietro al portiere:

No, non sono cattivo al punto da farvi vedere tutta l’azione, perché a me fa ancora male l’idea che due errori (questo di Asamoah e quello di De Vrij) hanno fermato la storia interista in Champions League.

Non era neanche una squadra in difficoltà in quel momento, pieno controllo della partita, qualche occasione, niente di trascendentale ma l’impressione era che presto o tardi il gol sarebbe arrivato.

Ma (parte del)lo stadio fischia.

Borbotta.

Mugugna.

E se c’è un’azione che determina l’assoluta ignoranza calcistica di chi fischia è proprio quella che viene fischiata. Non perché un errore poteva costare caro quanto e più di quello contro il PSV; non perché l’Inter ha anche una buona manciata di gol che nascono proprio dai piedi di Handanovic… no.

È perché nel suo prosieguo, il Chievo risale, rincula e risale, lasciando, per la prima volta nel primo tempo, più di 4 uomini sopra la linea della palla appena Perisic trova l’half space giusto servito rasoterra da Skriniar: è il minuto 38:12, ne sono passati giusto 29.

 

Quando la palla arriva a Politano, per la prima volta nel primo tempo, e probabilmente l’unica in tutta la partita, l’Inter si trova  al centro in parità numerica, con Vecino, Perisic e Icardi che affollano il centro costringendo anche Tomovic a stringere per ristabilire la parità, lasciando così Politano libero da ogni controllo possibile:

Per chi segue da casa c’è un minimo di conforto, almeno per tutti quelli che non sono né Bertazzo né maicuntent: è Adani che spiega, al minuto 37:50, che quella di Asamoah era l’unica scelta da fare. Non la più intelligente, non la più redditizia: era l’unica cosa sensata da fare. Perché serve avere anche logica in certi momenti, pazienza, evitare rischi e scardinare l’unica forza vera dell’avversario, ovvero la densità centrale.

Ma è un conforto effimero, perché, sì, il gol arriva al minuto 38:20, ovvero giusto 37 secondi dopo che il competentissimo (parte del) pubblico di San Siro aveva fischiato quel retropassaggio bollandolo come sciocco…

Sciocchi.

 

Effimero perché nel delirio dei Bertazzo-maicuntent non c’è posto per avere torto: a dispetto delle evidenze, a dispetto delle evoluzioni, l’unica possibile via è avere ragione.

Quella parte di competentissimo pubblico di San Siro decide di fischiare l’Inter anche sul risultato di 1-0:

Perché non è un problema di come giochi, visto che quando questi giocavano anche discretamente bene (e quella decina di casi “isolati” in stagione ci sono pure, facilmente dimostrabili) si fischiava comunque.

Fischiano anche sul risultato di 1-0 perché l’Inter non ha già fatto il secondo, perché l’Inter non ha fatto calcio champagne. E i fischio piovono giù quando Borja Valero decide di non rischiare, di sinistro, un lancio in profondità verso Asamoah discretamente libero o una profondità verso Perisic, più controllato.

Probabilmente al pubblico sfugge la differenza che corre tra Borja Valero e Luka Modric, che lo porta a fischiare pretendendo che la sua mera pretesa da tifoso pagante sia sufficiente a trasformare il primo nel secondo, ambidestro e dal lancio sopraffino.

 

A semplice titolo informativo, Borja Valero ha vinto un campionato spagnolo con il Real Madrid (zero minuti in campionato) e un premio come miglior calciatore spagnolo nell’anno 2009-2010 assegnato da Don Balòn, succedendo a Andres Iniesta, Marco Senna, Santiago Cazorla: l’ultimo anno di assegnazione, tra l’altro. Quell’anno, però, fa cose davvero meravigliose: una decina di assist, cinque gol, tante partite da spellarsi le mani e la nazionale negata (esordirà l’anno successivo) solo perché era tutto già deciso per il mondiale del Sud Africa, con Iniesta, Xavi e Xabi Alonso titolari, Fabregas e Mata alle spalle ad aspettare il turno. Ma non siamo qui per parlare di Valero.

Dico, il palmares di Borja Valero si conta sulle dita di una mano monca e se certe cose non le fa è perché probabilmente non le sa fare: perché, più probabilmente, a poterle fare, oggi, sarebbero soltanto 5-6 centrocampisti al mondo. Tra cui, ancora per poco, Modric, ovvero quello che Borja non è.

A San Siro, a quella parte tuttosapiente, però, non importa e fischia.

Sul risultato di 1-0.

Alla terz’ultima di campionato.

Dopo il peggior filotto stagionale di 7 punti in 5 partite e l’assoluta necessità di portarsi a casa i 3 punti senza correre rischi.

 

Li condizionano talmente tanto che, ad un certo punto, li vedi che non vogliono più rischiare il passaggio indietro verso Handanovic pur di non sentirli fischiare: così il portiere, che nella prima mezz’ora di gioco aveva già toccato una decina di palloni (alcuni dei quali, invero, utilissimi a far saltare il pur buon pressing del Chievo), nella mezz’ora successiva ne tocca soltanto 2.

Se la riguardaste (purtroppo so che non lo farete) troverete almeno una mezza dozzina di occasioni in cui si accontentano di sbagliare in avanti piuttosto che mantenere il controllo palla, mantenere il gioco e la sicurezza di governare la partita. Sull’1-0.

E infatti l’Inter passa da oltre il 75% di possesso palla del primo tempo al 54% circa nella prima mezz’ora del secondo. Vaglielo a spiegare, a quella parte tuttosapiente di San Siro, che in certe partite il miglior modo di difendere è non far vedere la palla all’avversario e che, per vincere, talvolta può servire pazienza e, magari, farlo anche correre a vuoto.

 

Ma la pretesa dell’interista Bertazzo è già andata oltre: non è Pastore, non è Modric, non è giocare bene, non è vincere… è diventato vincere con più di due gol di scarto nella prima mezz’ora, rischiando il più possibile pur di assecondare la propria voglia di liverpoolarsi dall’oggi al domani, kloppizzare Politano in Salah e Perisic in Mané dalla notte al giorno.

Dannata la Champions League, soprattutto quella in chiaro.

 

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