#InterChievo 2-0: sola non la lascio mai. A meno che…

Terza parte

L’apoteosi del maicuntent è l’accoppiatta Candreva-raddoppio: micidiale. Il fischio a Candreva è ormai d’ordinanza, a prescindere, e benché poco giustificabile può anche essere comprensibile per tutte le ragioni che siamo. Solo che poi Candreva non solo in campo fa più e meglio di tanti suoi compagni di squadra, ma si inventa (letteralmente) il raddoppio per la serenità delle coronarie nerazzurre.

Poi vai sui social e trovi ancora gente che discute sull’ingresso di Candreva: a dispetto dei risultati e della realtà. Ci piace? Non ci piace? Ha funzionato, quello conta.

 

Il pistolotto ve lo siete sorbiti perché, seriamente, credo si sia passato davvero il segno con le nostre guerre di religione, quelle che ci fanno sovrapporre la nostra idea, la nostra pretesa, alla realtà: s’è passato dal “sola non la lascio mai” al “sola non la lascio mai, a meno che non sia come piace a me, con l’allenatore che piace a me e con i campo i miei preferiti.”

“Sola non la lascio mai” dovrebbe significare tutt’altro, ovvero sostenerli sempre, che si chiamino Jonathan o Maicon, Milito o Perisic, Motta o Vecino.

La realtà, quella cruda, quella ineluttabile, ci dice che questi sono fatti così, così ce li abbiamo e questi ci dobbiamo sostenere. Volete che vi dica di più?

Come si fa con gli amici in difficoltà o con i figli meno “dotati”, il sostegno dovrebbe essere maggiore perché solo così il pubblico può essere un valore aggiunto.

Anche perché siamo passati da formazioni che definire allucinanti sarebbe un eufemismo, ne prendo una a caso, neanche la peggiore:

 

Handanovic, Campagnaro, Rolando, J Jesus, Kovacic, Taider, Kuzmanovic, Nagatomo Jonathan, Alvarez, Palacio.

Vero, il Chievo era ed è già retrocesso, ma questo non gli ha impedito di giocare una partita nettamente più vera e più combattuta di quanto non abbiano fatto altre dirette concorrenti dell’Inter.

Ha chiuso gli spazi, ha difeso con ordine, ha pressato bene e con i tempi giusti: ha giocato una partita vera, di quelle in cui la classifica conta poco, pochissimo. Se non addirittura nulla.

Il Barcellona di Suarez e Messi, giusto un mese fa, s’è schiantato contro il muro dell’Huesca, già retrocesso, 64 gol subiti in stagione: 0-0 senza storie.

Succede ai migliori, perché non deve capitare a chi (e lo sappiamo da tempo) ha qualità nettamente inferiori?

Considerando, tra l’altro, che l’ansia era più del tifoso che di quelli in squadra, che fortunatamente non hanno ceduto all’ansia se non, parzialmente, quando San Siro ha cominciato a fischiare, a borbottare, a mugugnare.

 

Ovvero quanto l’Inter ha cominciato a sentirsi sola: fischiarli non li rende migliori. Giocano male per colpa di San Siro? No, se e quando giocano male lo fanno perché sono questi: San Siro è un’aggravante, soprattutto in sfide complicate, come tutte quelle contro le squadre che si chiudono di più.

C’è qualcosa che si è inceppata in questa squadra, tanto che nelle ultime 22 partite solo in 7 ha segnato più di 1 gol, e in altre 7 non ha proprio segnato: la matematica ci dice che, in 15 delle ultime 22 partite, l’Inter ha fatto fatica a segnare.

Sempre la matematica ci dice che di queste famose 7 partite con più di 1 gol, la maggioranza (4) sono state lontane da San Siro.

E l’esperienza, che va oltre la matematica, ci dice che anche quando l’Inter ha fatto più di 1 gol o ha sofferto comunque oppure l’ha sbloccata nei primi 20 minuti o giù di lì: Frosinone al 19° Nainggolan, Genoa al 15° Gagliardini, Milan al 3° Vecino, Fiorentina 6° Vecino, sofferenza con Sampdoria, Spal e appunto Chievo.

Chi si aspettava una partita semplice, una goleada, una discesa, evidentemente ha sopravvalutato i mezzi attuali di questi calciatori, probabilmente sottostimando quelli del Chievo, quantomeno dal punto di vista fisico.

 

Piacerebbe, anche a me, figuriamoci, che ci si svegliasse con Julio Cesar al posto di Handanovic, che Perisic avesse le doti di Garrincha, che Asamoah fosse Roberto Carlos, che Gagliardini fosse l’emulo di Gerrard, che Lautaro fosse la fotocopia di Aguero e che Icardi facesse… l’Icardi che abbiamo visto in questi mesi: ma non è né sarà così.

Sarà un successo se questi arriveranno a qualificarsi in Champions, da terzi o da quarti: e sappiamo che a buona parte del tifo non andrà bene comunque, ben sapendo che per andare oltre quello doveva incastrarsi tutto più che bene, che Politano esplodesse, che Perisic facesse il miglior Perisic (tipo quello da 6 gol e 6 assist nelle prime 15 partite della stagione scorsa, anche se quest’anno, con 8 gol e 4 assist, così malaccio nei numeri non è…), che Icardi non si wandizzasse, che Nainggolan rimanesse sano per 9 mesi e che Brozovic trovasse collocazione fissa nella corazza di Robocop.

Non può succedere.

Ne mancano due alla fine del campionato e, a dio e ai nostri piacendo, già Napoli potrebbe regalarci almeno una domenica di serenità, di quelle che almeno ci si gode in santa pace in attesa che si scateni l’inferno con Marotta e Conte, il mercato, l’Inter beffata e tutto quello che sappiamo.

 

Il passaggio fondamentale è questo: vincere è facile per tutti (ops, no, per l’interista non è facile neanche vincere), e le vere tifoserie non sono quelle che sanno festeggiare… sono quelle che sanno soffrire insieme, che sanno essere propulsione alla squadra. Quelle che non la lasciano sola mai.

Neanche nelle ultime due di una stagione così così, che è, appunto, così così, non bella, non brutta sperando che il finale non tradisca questa dose di ottimismo: non ci sarebbero neanche i motivi per essere contestati al 30esimo di Inter-Chievo o all’8° minuto di Inter-Sassuolo.

Due partite in cui sarebbe bello che tutti facessero la loro parte, tutti, nessuno escluso: ogni singolo pezzo di mondo Inter che capisca quanto sia necessario accontentarsi oggi dell’osteria, sopravvivere, perché l’alternativa è nettamente peggiore.

Anche se ho come l’impressione che questa estate segnerà il passo a un cambiamento più sostanzioso, che probabilmente avremo più chiaro fra qualche tempo. Qualcosa che possa cambiare l’Inter, e tutto ciò che la circonda, e renderla un po’ meno riconoscibile, un po’ meno… Inter. Anche se già adesso, tra dentro campo e fuori dal campo, non è che ci sia tantissimo con cui identificarsi…

Anche se non è tutto tutto così nero, per fortuna San Siro sa essere ancora quel meraviglioso contenitore di idee e emozioni, sa ricordare cosa è essere Inter e interisti, fratelli del mondo:

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