Avete vinto voi…

Ultima parte

Se l’Inter vince soffrendo, si fanno i complimenti all’avversario e si critica la propria squadra per non aver saputo asfaltarlo, mentre se perde giocando un’ottima partita si fanno sempre i complimenti all’avversario e al suo cinismo e si critica la propria squadra per non aver vinto e non avere avuto quegli elementi in grado di farle vincere la partita. Che sono sempre, appunto, quelli che di volta in volta mancano: se si è creato tanto senza concretizzare, manca il cinismo; se si è creato poco, manca il gioco; se si è giocato con una sola punta, ne mancava una seconda; se si è fatto un cambio conservativo, ne serviva uno più coraggioso; se ci sono stati enormi errori arbitrali, manca la capacità di essere più forti di essi (su quest’ultimo aspetto poi si potrebbe scrivere un romanzo).

Manca sempre qualcosa, e quel qualcosa ce lo può dare solo lui.

Il nuovo allenatore.

Solo e soltanto lui, nessun’altro.

Voi direte: nulla di nuovo, è sempre stato così, l’hai ammesso tu stesso, allora perché stavolta l’hai vissuta così male?

 

Per rispondervi, torno all’inizio, all’ottavo posto del Liverpool nella stagione 2015-2016 e al “misero” quarto posto della stagione successiva, alle ennesime finali perse da Klopp e all’enorme frustrazione di un popolo abituato ad una società gloriosa e vincente appesantita invece da quell’enorme fardello di non riuscire a vincere una Premier da quasi trent’anni.

Torno al pensiero di come possano essersi sentiti loro, a quanti sfottò avranno potuto ricevere dagli odiati tifosi del Manchester United, a quell’ossessione, a quell’odiosa nomea che il loro allenatore si portava e si porta appresso. A quanto, c’è da giuraci, avrebbero voluto stravolgere, distruggere, annientare tutto e tutti, a cominciare soprattutto dalla società.

Anche se, magari, tra i loro tifosi c’era chi intravedeva l’inizio di una rinascita, l’ennesima sì ma forse stavolta quella buona, le basi per un futuro più radioso.

Ecco, a questi ultimi tifosi, i tuttapposters di Liverpool, è venuta incontro colei che speravo sarebbe venuta incontro anche a me e a quei (pochi) tuttapposters interisti: la società.

 

Una società che non ha indietreggiato, che non si è fatta persuadere dal clima negativo, dallo sconforto, che ha scelto una strada e l’ha portata avanti anche se ciò voleva dire critiche e mugugni dai suoi stessi sostenitori, che ha pianificato e ha avuto pazienza, che non ha cercato all’esterno modelli vincenti che non potevano essere applicati al loro contesto, che ha puntato sulle proprie forze fidandosi degli uomini già al proprio interno, sicuri che prima o poi avrebbe pagato dividendi.

A me invece no. La società mi ha tradito: l’ha fatto una prima volta a dicembre, quando si è messa in casa quello che agli occhi di molti era “il modello vincente importato dall’esterno”, ignorando in maniera quasi infantile quanto tutto ciò non potesse corrispondere al vero. Perché certi modelli funzionano solo da altre parti, e meno male che è così aggiungo io.

Ma l’ha fatto soprattutto una seconda volta, adesso, e con modalità più gravi: scegliendo di avere fretta, scegliendo di non pianificare, scegliendo di rinnegare una filosofia, un’idea, un percorso. Scegliendo la via più semplice, quella di morattiana memoria, quella che cancella tutto quello che, di giusto o sbagliato, è stato fatto finora, per ricominciare di nuovo da capo, in un sorta di ennesimo all-in.

 

Fateci caso, non sono nemmeno dovuto arrivare a parlare di colui che arriverà sulla nostra panchina e di cosa rappresenta per noi e per la nostra storia. Quello è soltanto l’ulteriore, insopportabile, aggravante.

E l’ha rinnegata a stagione in corso, in piena corsa per l’obiettivo più importante della stagione, fornendo ai media nostrani il più usuale quanto odioso degli assist per destabilizzare ulteriormente qualcosa già destabilizzato di suo.

No, il problema è che non è cambiato nulla, e a questo punto nulla cambierà mai. Siamo schiavi del nostro passato e non sappiamo farci realmente i conti.

 

E quindi avete vinto voi.

Voi del “tutto e subito”, voi che avete ambizioni e non siete dei provinciali come noi, voi che non sopportate queste stagioni mediocri fatte di piccoli passi in avanti, che siete sicuri che il prossimo allenatore sarà quello giusto, il vero condottiero che ci condurrà immediatamente al trionfo.

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”, affermava Bertold Brecht.

Oggi tanti tifosi interisti direbbero che il Liverpool, 3 anni dopo quell’ottavo posto, non ha ancora alzato neanche un trofeo e quello sfigato perdente di Klopp ha continuato a perdere finali.

 

Ed è per questo che, oggi, invidio anche i tifosi del Liverpool e la loro società, che a stronzate del genere non ci fanno minimamente caso e si godono i primi frutti di una semina difficile, coraggiosa e rischiosa, iniziata quasi 4 anni fa e che adesso si è rivelata quella più redditizia, indipendentemente dai trofei alzati finora.

Che tardi o presto, arriveranno.

Anche senza l’ausilio di eroi.

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