#InterEmpoli, si torna a respirare…

Introduzione

È molto probabile che non ci siamo accorti, noi interisti, di come abbiamo vissuto gli ultimi mesi di questa stagione… e per “ultimi mesi” intendendo da gennaio a questa parte, ovvero quando è cominciato una parte di stagione che non è facile da spiegare e, sinceramente, non credo lo sarà mai, perché evidentemente ci sono cose che al grande pubblico sono destinate a sfuggire.

Abbiamo vissuto in apnea, costantemente, provando a rintracciare un senso là dove non ce n’è mai stato uno probabilmente, o almeno non c’era uno che contasse davvero qualcosa, altrimenti sarebbe venuto fuori.

Un’apnea che aveva esaurito tutto l’ossigeno possibile, a tifosi e calciatori, al punto che quegli ultimi maledetti/benedetti 15 minuti di Inter-Empoli si vivono come in quegli attimi in cui tra ipossia e anidride carbonica a premere sui polmoni non c’è più spazio per il raziocinio ma solo per la sopravvivenza: a un passo dalla sincope mortale, accentuata dalla sesquipedale sciocchezza di Keita, Banti fischia la fine.

E a quel punto si si respira di nuovo a pieni polmoni…

 

Raccontare Inter-Empoli è operazione complicatissima dalla quale mi scanso volentieri, sia perché le parole non possono restituire quasi nulla di quell’emozione, sia perché… è giusto così.

L’Inter arriva al risultato lacerata dentro e fuori dal campo, ma nell’ultima partita si ritrova con la testa e la voglia al posto giusto, tanto da fare, per certi versi (e chiaramente fino a un certo punto), una delle migliori partite della stagione, pur con delle difficoltà oggettive che raccontano, se ancora ce ne fosse bisogno, una delle grandi verità di questa squadra, così com’è.

Ovvero che quando hanno perso lucidità, compattezza, identità, sono diventati fragili sempre, anche nel primo tempo, in quei 45 minuti in cui la porta di Dragowski viene bersagliata per ben 8 volte, mai successo a nessuna squadra in questa stagione, tantomeno all’Inter che è sempre stata asfittica in termini di tiri e precisione.

Lo abbiamo visto contro il Napoli, quando Spalletti ha ceduto alla vox populi dopo un primo tempo bruttino ma tutto sommato ancora digeribile e, volendo, ancora recuperabile: con due punte in campo si sono aperte voragini sulle quali le lame affilate dei partenopei hanno fatto festa, facendo dell’Inter un boccone appetitoso e facile da masticare.

 

Lo abbiamo visto contro l’Empoli quando, per l’ansia di far gol prima possibile, la metà campo ha deciso di appiattirsi sulla trequarti di Nainggolan per fare pressing, dimenticando che la difesa oltre una certa linea non può andare, almeno non quando l’avversario ti attacca con due punte costantemente: D’Ambrosio, Asamoa e Skriniar hanno più volte messo la toppa là dove, con altri avversari di levatura maggiore, non ci sarebbe stato scampo.

La prima cosa da migliorare per la prossima stagione è proprio questa.

Ma l’Inter ha dimostrato di sapersi ricompattare al momento giusto, quello che più contava, perché alla fine contava arrivarci, di riffa o di raffa, di 10 punti o mezzo, purché non si perdesse un treno che, mancato, avrebbe reso il viaggio delle prossime 2/3 stagioni davvero molto più complicato di quanto il tifoso interista non immagini.

Certo, quei quindici minuti di follia collettiva ce li saremmo risparmiati, con un paio di calciatori che non ha capito che momento fosse, che era un frangente in cui il sacrificio di sofferenza era necessario al di là di quello che il corpo ti diceva che potevi o non potevi fare: perché, vero, erano tutti ben al di là delle proprie capacità fisiche, ma c’è stato chi ha dato qualcosa in più (e, più di tutti, D’Ambrosio), e chi ha dato meno.

 

Li ho rivisti quei quindici minuti, che poi in realtà sono quasi venti se contiamo il recupero: succedono cose inspiegabili, cose dalle quali generalmente non si esce sani, non si esce vittoriosi. Eppure l’Inter c’è riuscita.

Venti minuti in cui non si è aguzzato l’ingegno nel fare qualche fallo tattico quando sarebbe servito; minuti in cui sarebbe stato più legittimo rallentare piuttosto che provare due/tre ripartenze; attimi in cui la follia di Keita (una roba da non credere a certi livelli)  da sola sarebbe bastata a far parlare di squadra davvero inconcepibile per una mente umana normale.

Ma posso dirvelo? Venti minuti bellissimi.

Perché alla fine lo sport, quella sana abitudine che dimentichiamo troppo spesso in nome del concetto di vittoria, è proprio questo, è emozione, è ritrovarsi mentalmente tutti stretti nel vedere un pallone che rotola 30 centimetri più indietro delle gambe (tante gambe!) dell’avversario che potrebbe mettere fine alle tue emozioni felici, inaugurando quelle più tristi.

 

Senza scomodare Barcellona, cosa sarebbero state certe vittorie senza emozioni così? Cosa sarebbe stato Inter-Siena senza il gol di Samuel? Cosa sarebbe stato del 2009-2010 senza l’urlo di Sneijder a Kiev, dopo essere morti mille volte durante quei 90 minuti?  E così per quel doppio “la prende Vecino”, che fa da summa anche per quelle occasioni in cui l’Inter non ce l’ha fatta a completare l’opera, oppure s’è messa dal lato sbagliato dell’emozione.

Che poi non è sbagliato, è pur sempre emozione, è pur sempre sport: è lo sport che mi piace.

Vorremmo archiviarla così, questa stagione, eppure ancora qualcosa dovrà essere scritto e fatto per chiuderla davvero: capire cosa ne sarà di Spalletti e, se ci sarà, del nuovo allenatore.

Già, Spalletti, quello che alla fine ha avuto ragione a non tirare troppo la corda di questa Inter, quella che evidentemente conosceva meglio di noi tutti: ogni singolo punto raccattato nell’ultimo periodo, anche quelli che in molti avrebbero sacrificato in nome di chissà quale pretesa di “atteggiamento più offensivo”, è servito allo scopo, sono stati là proprio dove dovevano essere… ma non è ancora il momento di parlare di Spalletti e della nuova Inter: aspettiamo questo fantomatico mercoledì e poi lo faremo, con calma.

 

ANGOLO TATTICO

Piccolo angolo tattico in cui analizziamo solo il gol subito dall’Inter.

Spalletti nel primo tempo ha visto la squadra soffrire e ha chiesto a D’Ambrosio di accentrarsi molto in fase di possesso, senza avanzare troppo, così che non si rimanesse 2 contro 2 in mezzo. Con questa disposizione, la scelta più semplice sarebbe stato schierarsi a 3 dietro, ma aspettarsi da Politano un lavoro a tutta fascia era ed è impensabile.

 

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