Ciao Luciano, the different, the good and the right one

Introduzione

Alle ore 10:30 di giovedì 30 maggio, i canali ufficiali dell’Inter rilasciano un comunicato, piuttosto asettico, in cui si ufficializza l’esonero di Luciano Spalletti, sollevato dall’incarico di allenatore della prima squadra. Per i dettagli, la rescissione (consensuale, se ci sarà), per le buonuscite e tutto il resto ci sarà tempo.

Era il 9 maggio 2017, ore 22:30, quando l’Inter annunciava l’esonero di Stefano Pioli con un comunicato, in cui non mancava di sottolineare “la dedizione e il duro lavoro” dell’ex allenatore del’Inter. Il giorno dopo, su queste pagine, scrivevo che quella data e quell’orario avremmo dovuto ricordarle a lungo, perché sarebbero stati i primi mattoni veri di una ricostruzione che avrebbe avuto bisogno di mano ferma, intelligenza e soprattutto sensibilità.

Pioli era diventato parte del problema, sebbene non fosse lui il problema.

 

Aveva perso la bussola, aveva subito lo spogliatoio, aveva cambiato modulo (ricordate il passaggio alla difesa a 3 contro la Lazio?), non era riuscito a “vestirsi” da interista, forse perché sapeva già da tempo che il suo era un contratto a tempo determinato.

Il benaltrismo tipico di certa fetta di Inter faceva pensare che sarebbe bastato togliere Pioli per risolvere tutti i problemi, così come era accaduto con De Boer, con Mazzarri, con Gasperini, con Stramaccioni e finanche con Benitez, che personalmente avevo reputato un errore grossolano.

Per semplice referenza, è quell’atteggiamento che ci fa prendere quella assai masochistica scorciatoia nella quale ci si illude di dovere investire prima sulle grandi cose, poi su quelle meno grandi, salvo poi accorgersi che in realtà i problemi sono tutti problemi, e toglierne uno, anche fosse il più grande, non rende meno fastidiosi gli altri 7 o 8 che poi affiorano e crescono, spesso diventando più grandi di quello appena tolto e che ci pareva enorme.

 

Avete presente? Nagatomo ci può stare, Medel può fare il difensore di riserva, Gargano alla bisogna funziona, Guarin però c’ha il tiro, ma il sinistro di Alvarez non ce l’ha nessuno in squadra; idem con gli allenatori, in quella situazione in cui sostituire un mulo con un asino può far sembrare quest’ultimo un cavallo, ma poi alla resa dei conti sempre asino resta.

Il benaltrismo è dannoso, sempre: i problemi si risolvono o, se non puoi, si eliminano.

Spalletti è arrivato all’Inter in uno dei momenti più caotici e bui della sua storia, su questo ci sono davvero pochi, pochissimi dubbi. Quando è arrivato, guardare al recente passato (e “recente” comprendeva qualche anno più di quanto “recente” faccia pensare normalmente) era diventato un rivoluzionario atto di ottimismo, perché ci si augurava, tutti indistintamente, che della nuova Inter nulla dovesse somigliare a quello che avevamo attraversato, guadando stagione dopo stagione con così tanta pena addosso.

 

Per farlo, sembrava necessario un passaggio che solo quest’anno si è (apparentemente) trasformato in realtà: “Insomma, le ultime settimane ci hanno chiarito ulteriormente una cosa: c’è bisogno di un uomo forte in società che zittisca tutte le voci in giro, che affianchi l’allenatore e lo protegga. Ma che, soprattutto, azzeri questa squadra. Non c’è alternativa. Dal punto di vista mentale, il danno fatto in questa ultima stagione è enorme e il rischio è di ritrovarsi gli stessi problemi fra 6 mesi, con un’altra stagione da buttare.

Era Giugno 2017… tra l’altro con Spalletti appena in sella e già i media parlavano di Suning intenta a sostituirlo con Capello: non l’abbiamo rimosso, vero? No: il fuoco di fila lo ha subito per due anni interi, no-stop.

A quel tempo ilMalpensante aveva molti meno lettori e, quindi, solo una parte degli attuali ricorderà: non sono mai stato un amante di Spalletti, pur riconoscendogli “l’onore delle armi” nell’essere arrivato alle spalle di formazioni più dotate delle sue, andando poi a prendersi soddisfazioni in Russia quando ha avuto l’opportunità di una squadra di vertice.

 

L’Inter di quel periodo, però, era senza ombra di dubbio una nave senza condottiero, senza meta, senza idee, identità, senza un orizzonte possibile: era una ciurma di squinternati e debosciati che aveva bisogno di qualcuno che li riequilibrasse, facendogli capire alcune cose importanti.

Spalletti, dal mio punto di vista, appariva come quel personaggio, cliché, di tanti film che prende in mano un gruppo di smidollati e li porta finalmente a capire cosa vogliono fare da grandi.

In qualche modo l’avevo scritto a chiarissime lettere e in grassetto:

Partiamo da un assunto: Spalletti è un upgrade rispetto a qualunque cosa abbiamo visto da Benitez in poi. […] Spalletti è un upgrade per molte ragioni: è già ambientato in Italia, conosce il campionato […] ha molta esperienza alle spalle, ha anche fatto esperienza all’estero (che non fa mai male), non ha passati troppo scomodi (chiari battibecchi da romanista con i nerazzurri, ma non è Conte col suo armamentario di scheletri nell’armadio), è abituato a lottare per il vertice e nelle sfide di Champions League. Questo non ne fa il migliore in assoluto, ma probabilmente il profilo più “fit” sotto molti punti di vista. La cosa più importante, però, è che è legato a doppio filo con il dirigente che attualmente ha maggior peso in società, Sabatini.”

 

La parte su Conte l’ho lasciata volutamente, così come quella successiva relativa a Sabatini che chiarisce anche alcune dinamiche di oggi, pur avendo (io) il sospetto che in realtà Marotta è funzionale a Conte, non viceversa: qualcuno in società/dirigenza aveva mirato all’ex allenatore di Juventus e Nazionale, provando poi a prendere quello che da molti è considerato il migliore dirigente in Italia, riformando una coppia affiatata e che si stima reciprocamente.

Di Spalletti, però, ne parlavo anche con un pizzico di sospetto in più, sottolineando che era necessario “farcelo piacere”, perché “Spalletti è un allenatore capace, una scelta necessaria, razionale oltre ogni limite: probabilmente, nell’attuale panorama degli allenatori disponibili, era persino l’unica scelta possibile per un progetto che già a breve termine vuole aggrapparsi a delle certezze.

 

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