Ciao Luciano, the different, the good and the right one

Seconda parte

Un po’ era colpa, come sempre, del ritratto che era arrivato a noi, grande pubblico, soprattutto per quello che ne avevano fatto in quel di Roma: il carnefice di Totti, il senza cuore, l’irrispettoso. E per fortuna che oggi la verità sta venendo fuori poco alla volta, riabilitando Spalletti per colpe che, appare chiaro, non erano sue… era soltanto il bersaglio più semplice.

A distanza di (quasi) due anni  da quell’articolo non ho dubbi: Spalletti mi ha conquistato. E con me, lo vedo ogni giorno sui social, una grande fetta (non per forza maggioranza) di tifo interista.

L’appartenenza diventerà una cosa fondamentale“.

Di tutte le parole della sua prima conferenza stampa mi è sempre rimasta questa impressa perché, in nuce, manifestava chiaramente una cosa che nel corso di questi due anni si è poi rivelata chiarissima: Spalletti conosceva l’Inter meglio di quanto si pensasse al tempo, probabilmente perché in qualche modo, tra le altre, ne era sempre rimasto affascinato. L’aveva studiata e capita prima ancora di approdarvi.

In quella conferenza stampa erano già emerse tutte quelle cose che, almeno a me, umanamente, hanno portato a guardarlo con più benevolenza di quanto non gliene avrei riconosciuta fino al giorno prima:

La prima è che sembra essere un fottuto narcisista, innamorato di sé stesso e delle cose che dice. Non è un difetto in sé, ovvio, ma è chiaro che gli piacciono la telecamera, i microfoni e i riflettori. All’Inter ne troverà tanti, tantissimi, come ha già avuto modo di vedere: se capirà che dovrà accentrare moltissimo la comunicazione avrà fatto metà del lavoro.

La seconda è che è una persona più intelligente di quanto da lontano ci aveva fatto pensare.

 

Quanti allenatori c’erano prima di me come candidati per questa panchina? Non me ne frega niente di chi era in corsa per questa panchina, sono io l’allenatore e sono eccitato. E ve lo farò vedere […] Tutti mi dicono che mi sono preso una bega venendo qui. Non la vedo così e comunque me la prendo tutta volentieri questa bega“.

Non siamo ai livelli di “io non sono pirla“, ma col tempo daremo a quelle parole altro peso, più avanti capirete anche perché, almeno dal mio punto di vista.

Da buon affabulatore qual è, aveva rotto il ghiaccio nel miglior modo possibile: il viaggio era iniziato e il nocchiero aveva preso saldamente in mano il timone, bandana in testa e sguardo verso quello che, finalmente, appariva come un orizzonte possibile.

La normalità.

La normalità da ricercare in quello che avevo definito “The Different One”.

La normalità, giusto precisarlo visto che c’è una buona fetta di lettori che non tifa Inter ma comunque sosta piacevolmente su queste pagine, per l’Inter è stata troppe volte un miraggio.

 

Ha un valore anche il fatto che i giocatori che ci sono da due tre anni non vogliono andare via. Secondo me sono forti e sanno per primi loro cosa si dovrà fare, perché quando entrerò nello spogliatoio dai primi sguardi capiremo dove si vuole andare: così non si può andare avanti. Se loro vogliono stare qui devono fare qualcosa di diverso: con le stesse cose avresti gli stessi risultati, che ai tifosi non vanno più bene. In questo caso io mi metto dalla parte dei tifosi […]

Chi vuole lavorare con me deve sentirsi l’Inter. Non esiste dire sono Candreva, sono Murillo. Devono pensare *io sono l’Inter*“.

Ripensare oggi a quelle parole fa venire un brivido, vero? Sempre per i lettori non interisti, le parole avevano un chiaro riferimento: Spalletti aveva capito perfettamente cosa era accaduto con De Boer prima e con Pioli poi.

In questo articolo dell’epoca trovate tanto su cui riflettere:

Credo che quel primo mese sia fondamentale per capire lo Spalletti di oggi. Quel primo mese in cui ammalia me, e credo tanti interisti, ma lascia indietro una scia di risentimento verso qualcuno che decide di legarsela al dito:

“Ci sono dei calciatori qui che hanno visto passare e ascoltato 5-6 allenatori di livello, di grandissimo livello e di grandissimo livello umano e calcistico. Non la raccontano più a nessuno: è colpa anche loro se non si fanno risultati. E quando si arriva in fondo… è l’ultima possibilità che abbiamo, questa stagione qui. Ma non solo per me, secondo me anche per molti dirigenti e per molta gente dell’Inter è l’ultima possibilità. E lo debbono sapere: quindi si dà tutto in questa stagione.”

In quel periodo la mia interpretazione fu questa:

E Spalletti sta forzando la mano, da questo punto di vista, perché evidentemente il suo rapporto con Sabatini glielo permette: penso sia addirittura improbabile che i due non abbiano discusso anche di certe strategie mediatiche, conferenza di venerdì compresa.

 

È un gioco pericoloso, perché conosciamo i nostri polli, come dicevamo, e sappiamo che molti sono permalosi e conoscono anche il potere dell’ammutinamento, ma è un gioco ad alto tasso di rendimento: adesso gli è stato tolto l’elmetto e il giubbotto antiproiettile. Gli è stato detto a chiare lettere: non la raccontate più a nessuno. Fine dei giochini, fine delle giustificazioni, delle scuse: fine di tutto.

Per me aveva capito tutto e se, fino a qualche settimana prima, la mia posizione era “farcelo piacere”, le sue parole e i suoi atteggiamenti hanno cambiato la prospettiva: il nocchiero era quello buono, quello giusto.

The different one.

The good one.

The right one.

Dentro e fuori dal campo.

 

Indice

Loading Disqus Comments ...