Ciao Luciano, the different, the good and the right one

Terza parte

Dentro, perché l’Inter aveva bisogno di chi aveva ben chiaro il metodo del colpo al cerchio e di quello alla botte:

Diciamolo subito: Spalletti è un resultadista fortemente innamorato di realismo, anche qui un po’ paraculo, perché in passato le sue squadre hanno giocato anche ottimo calcio e ha spacciato questa caratteristica per sua. La sua continua ricerca del realismo gli ha consentito di sfruttare al massimo certi calciatori, piazzandoli spesso dove rendevano meglio, ma al tempo stesso lo ha talvolta fatto bloccare su posizioni rigide che ne hanno limitato la capacità e la possibilità di vincere di più in relazione al materiale avuto e al gioco espresso.

[…]

Di certo le ultime due annate ci hanno raccontato una cosa importante di Spalletti: rispetto al passato sa adattarsi di più, riscoprendo anche vecchi sistemi di gioco che gli erano valse le attenzioni delle big e il primo approdo a Roma, vedi difesa a 3, rispolverata negli ultimi due anni. All’andata contro l’Inter, per esempio, ha mostrato davvero un calcio vecchissimo stampo, lanci lunghi a iosa, spizzate e corsa sullo spazio. Ma era anche l’esigenza di una squadra che doveva ancora trovare misure, ritmi e fisionomia giusta.

[…]

Spalletti è un allenatore che ha dato molto al calcio italiano e all’estero gli viene riconosciuta una maggiore rilevanza che dalle nostre parti: i motivi sono piuttosto oscuri, e non mi riferisco certo al giudizio all’estero.

Era la descrizione che ne facevo a giugno 2017, a distanza di tempo ne ritroviamo tutte le tracce nella sua Inter.

 

Ma anche fuori dal campo, come in quel 9 luglio 2017, campo di allenamento ancora privo di tanti futuri titolari, sente un tifoso urlare a Ranocchia “te ne devi andare“. Spalletti va, si lancia dicendo al tifoso che era lui che doveva andarsene:

Di gesti e parole in questi due anni ne ha prodotti a iosa, la cosa che ha stupito di più è averli visti intrisi di un interismo che a me non è mai parso né ruffianeria né opportunismo: rileggere il passato serve a me, e spero anche a voi, a contestualizzare l’esperienza del tecnico di Certaldo.

Ma soprattutto a ricordare chi eravamo, ricordare da dove siamo partiti, da quale guado siamo usciti. Da quale terribile incubo ci siamo risvegliati.

Perché è probabile che in molti l’abbiano dimenticato, dando quasi per scontato che tornare in Champions fosse semplice atto dovuto, mentre è più probabile che anche questo sia un atto rivoluzionario visto quello che abbiamo vissuto.

 

In questi due anni ha dovuto spesso (se non sempre) reggere la baracca… anzi, la barca da solo, come al solito senza protezione da parte della dirigenza, da solo a gestire più o meno lo stesso spogliatoio descritto prima, con le piacevoli sorprese (dal punto di vista del professionismo) aggiunte, Skriniar, Borja Valero e Vecino. Ma sempre lo stesso spogliatoio era ed è.

È una mia precisa convinzione, ormai maturata nel corso degli ultimi mesi: con 99 altri allenatori, questa squadra si sarebbe sfasciata a gennaio; avrebbe perso la bussola, sarebbe annegata nello squallore che forse qualcuno ha dimenticato. E a chi pensa che forse esagero farei rivedere il percorso nell’ultima parte di stagione De Boer-Pioli: dopo il 7-1 contro l’Atalanta ci sono 5 sconfitte e 2 pareggi, con la sesta sconfitta che arriva con Vecchi in panchina.

Lo scrivo ormai da tempo: mentre si approssimava la fine del campionato, io guardavo quelli scendere in campo e mi chiedevo per quale miracolo si fosse ancora in piedi, ancora in gioco, ancora con un obiettivo da raggiungere.

Nonostante un caso Icardi gestito in maniera dilettantesca, facendo prima la figura di chi c’ha il cazzo duro e prova a sbatterlo sul tavolo, salvo poi ritrarlo perché non si aspettava che l’altro si desse per malato 50 giorni, facendo così marcia indietro.

 

Nonostante un Perisic più che partente a dicembre, con annessi evidenti problemi all’interno dello spogliatoio, che evidentemente partono da lontano, mai gestiti da nessuno, lasciati decantare come un vino da quattro soldi che, presto o tardi, inacidisce. Per referenze, andate a guardare cosa stava diventando il Perisic-To-Icardi, la riedizione calcistica di Stockton-to-Malone (e se non sapete chi sono, problemi vostri): è diventato 1 (uno!) assist in questa stagione. Uno soltanto.

Nonostante le sfortune e le disavventure di Nainggolan.

Nonostante l’ingresso di Marotta a dicembre, ventilato già da ottobre, che inevitabilmente crea scompiglio e fa sì che qualcosa si rompa nella autorevolezza di Spalletti. Che è più furbo di quello che qualcuno crede o vuol lasciarci credere e gli basta sapere di Godin per capire che la direzione che sta prendendo l’Inter 2019-20 non lo contempla.

Nonostante Conte.

Spalletti non ha bisogno di vedere Conte nella via della sede dell’Inter… oh, perdio, altra situazione grottesca che ha tutta l’aria del “fatto di proposito” e di cui ancora oggi non ci si capacita di cosa abbia portato agli attori coinvolti, che si chiamino Inter, Conte o Marotta.

 

Spalletti è dentro il calcio da molti anni e da gennaio la sua comunicazione è inevitabilmente cambiata, perché ha capito e, nonostante questo, ha continuato a dirigere una barca che 99 allenatori su 100 avrebbero lasciato sbandare e perdersi, se non proprio mollato di colpo perché diretta verso un futuro che non gli apparteneva più.

Ecco cosa siamo stati e da dove veniamo. Ecco cosa abbiamo superato.

Ricordiamocelo quando pensiamo di essere destinati, per chissà che diritto divino, a risultati migliori.

Eravamo nel bel mezzo di una putrida melma, senza futuro e senza prospettive: Spalletti è riuscito a ridare a questa squadra dignità e direzione, prospettive e futuro. Se questa squadra ha un senso, ha una rispettabilità decente; se ci sono orizzonti di un certo tipo, se c’è un’aria di normalità possibile, di qualcosa che ha un senso, questo lo deve a Spalletti e alla sua caparbietà, al suo non arrendersi mai, non lasciarsi irretire dalla solitudine in cui la società/dirigenza lo ha abbandonato sotto il fuoco di fila di media sempre disposti a fare delle questioni dell’Inter un guazzabuglio di polemiche e voci incontrollate.

(Siete anche liberi di pensare che questi calciatori, con altri, si sarebbero trasformati in Gerrard, Iniesta e Romario e avremmo fatto 20 punti in più: io non credo.)

 

Lo ha fatto vivendo inferni dai quali non si esce mai sani. Anche se pesti, piagati, claudicanti, siamo arrivati alla fine di quest’altra stagione in piedi, a obiettivo raggiunto, in Champions League… che molti ancora non hanno capito essere il discrimine tra l’essere vitali e il sopravvivere, almeno per quelle squadre che cercano ancora una struttura definitiva, come l’Inter.

E lo ha fatto con tutta la serietà e il professionismo che è giusto riconoscergli fino in fondo, soprattutto oggi che sappiamo cosa ha vissuto negli ultimi tempi con la malattia del fratello.

Ammetto, però, che penso queste cose da tempo e le avrei dette anche se l’Inter fosse arrivata quinta.

 

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