La prima di #Conte, il mercato dell’#Inter e le posizioni di #Icardi e #Nainggolan

Introduzione

Questo articolo avrebbe dovuto essere pubblicato tra martedì e mercoledì, solo che le evoluzioni degli ultimi due giorni mi costringono a invertire la scelta di pubblicare prima o dopo i prossimi due articoli che leggerete: domani, pertanto, approfondiremo la questione Conte-Inter in chiave tattica, almeno ne facciamo un abbozzo secondo la storia dell’allenatore dei nerazzurri.

Se avessi voglia di fare polemiche avrei titolato questo pezzo “c’era una volta l’Inter” ma sarebbe stato pretestuoso e avrebbe “colorato” in negativo, sin da subito, un articolo che non vuole esserlo.

Di certo, però, vedere Antonio Conte e Beppe Marotta contornati da simboli dell’Inter ha fatto strano, anche se non è  stata la cosa più strana. La palma della stranezza la merita la conferenza stampa in sé… ma ci arriviamo fra qualche istante, perché prima c’è una frase che emerge tra le prime dette dall’AD e che merita una sottolineatura.

Per me e il presidente Steven Zhang esistono due grandi diritti: scegliere gli uomini che compongono il progetto e i valori che caratterizzano il club. I valori sono la cultura del lavoro con la disciplina, il rispetto e il rigore; la cultura della vittoria che dobbiamo riportare e il senso di appartenenza che ti fa amare la maglia. 

 

Ho evidenziato in grassetto quello che (mi) ha stonato di più, non perché da questa parte dello schermo non ci sia voglia di vincere, ma perché in queste parole c’è più Marotta che Inter… e forse è anche giusto così. Ma è un manifesto, forse l’unico che riesce a emergere in una conferenza stampa che più soporifera non poteva essere.

No, sul “senso di appartenenza” al momento non c’è nulla da dire.

Dicevamo, soporifera.

Ho l’abitudine di non ritrattare quello che ho pensato fino a qualche minuto prima, a meno che non ne abbia ragione veduta: ovvero se capisco che si tratta di posizione sbagliata. Nel caso specifico so che la mia idea non è sbagliata, ovvero dai giornalisti mi aspetto che facciano i giornalisti.

Ci sono molti modi per farlo, appare pacifico, ma ho sempre criticato l’atteggiamento prono della classe giornalistica sportiva italiana nei confronti della Juventus (e, per un periodo troppo lungo, del Milan): la conferenza di ieri è stata, da questo punto di vista, un abominio indicibile, con zero titoli, zero pungoli, zero domande interessanti… non dico per forza “scomode”, ma almeno interessanti.

 

Ad un certo punto viene fuori la domanda di rito, ma in una forma che ti rimane sul gozzo come quel boccone che proprio non vuol saperne di scendere giù: “che sensazione ti dà questa avventura?“; anche se il momento top-top-top è stato quando qualcuno ha chiesto “a Coverciano fece una lezione di calcio e strategia per i giornalisti. Farà lo stesso?“, più o meno, non fatemi riportare le parole integralmente altrimenti dovrei risentirla e rischierei l’infarto. Nuovamente.

Insomma, mi sarei risparmiato volentieri la conferenza bulgara, o quantomeno avrei voluto vedere qualcosa di più concreto. “Noi non siamo come loro, non siamo quella roba lì” ha un senso nel volere “regole uguali per tutti“, dagli arbitri ai giornalisti: il che non significa augurarsi che si diventi come loro per avere regole uguali… anche se immagino che a qualcuno, sotto sotto, piacerebbe. Forse anche per le questioni arbitrali.

 

Non a me, e mi auguro che, un giorno, gli arbitri facciano gli arbitri e i giornalisti siano liberi di fare domande scomode a tutti, non di andare in conferenza stampa a fare i lettori di veline, perché le domande non solo erano più che comode, ma erano poste “bene”, senza adito a doppi sensi, tutte nella comfort zone degli interlocutori: anche la distribuzione delle domande, probabilmente, risponde a questa… linea editoriale.

C’è da esserne scontenti? Badando alla contingenza del momento no, ma in termini assoluti sì, è qualcosa che non mi piace, qualcosa che non fa parte del nostro… senso di appartenenza: se il giornalista non fa domande scomode non è un giornalista, e voglio domande scomode tanto all’Inter quanto alla Juventus.

Anche se quello che più di tutti mi ha colpito è l’assenza di entusiasmo da parte di Marotta e Conte. Ci ho messo del tempo prima di realizzare che tutta la conferenza è stata piuttosto imbronciata, seriosa, senza quella scintilla necessaria, da entrambe le parti, a farci risvegliare dal torpore di questa estate troppo calda.

Ecco la mia confessione: avrei anche sacrificato le domande scomode in nome dell’entusiasmo… E dire che di carne al fuoco ce n’era, sia per tirare fuori l’impeto di una sfida epocale per tutti gli attori in gioco, sia per le domande.

 

Bypassiamo il passato alla Juventus, che sarebbe stato l’argomento più scontato possibile, avrei quantomeno voluto sentire domande su mercato e campo… anche a costo di sentir dire a Conte che “non sono un pirla” a dover rispondere il 7 di luglio.

Perché il 7 luglio si può parlare di mercato, nel senso di potergli già dare un giudizio?

In parte sì, in parte no, perché chi può dire cosa riserveranno i prossimi 56 giorni? Il mercato spesso non è soltanto pianificazione: a volte si aprono occasioni, spiragli di luce là dove non c’era che buio, e la stagione diventa davvero altro. Lo scambio Ibra-Eto’o (il vero affare del secolo: l’Inter ci ha preso pure un malloppo di contanti) si concretizza a fine luglio, Sneijder arriva all’ultimo giorno utile… insomma, c’è tempo per eventuali sorprese.

Quello che possiamo valutare oggi è la direzione che sta prendendo questa Inter (per la tattica ne parliamo tra domani e mercoledì), essendoci le conferme dirette di Marotta sulle trattative con Barella, Lukaku e Dzeko.

Qual è l’obiettivo della stagione?” era forse “la più prodromica” delle domande.

 

L’emersione dell’Inter nelle scorse due stagioni, quantomeno rispetto al recente passato, ha fatto passare in secondo piano alcuni errori in fase di mercato, salvo ritrovarseli tutti oggi come dei pesi indicibili in fase di uscita. A cosa punta l’Inter? Perché per arrivare terzi non era necessario stravolgere alcunché: con la Roma in disarmo, il Milan sotto la scure della Uefa, l’Atalanta che probabilmente cederà più di quanto potrà acquistare e la Lazio che, verosimilmente, dovrà fare a meno del suo top player, la squadra dell’anno scorso bastava per arrivare terza.

 

Indice

Loading Disqus Comments ...