Che #Inter vuole Antonio #Conte?

Introduzione

Giugno è un mese che, calcisticamente parlando, detesto: negli ultimi anni ha avuto brevi momenti di intenso splendore grazie alle finali perse dalla Juventus, ma per il resto è un mese in cui il calcio conta quasi zero ed è solo un chiacchiericcio fastidioso spesso basato sul nulla. A moltissimi piace tanto, ed è uno dei paradossi del calcio, ovvero che il calcio parlato sul calciomercato riscuota più interesse e seguito del calcio giocato e spiegato.

Ma tant’è: io Giugno, calcisticamente parlando, lo abolirei.

 

A luglio le trattative si chiudono, si cominciano i ritiri, le prime amichevoli, gli esperimenti sul campo; mentre agosto è già mese di calcio vero, anche quando non sono ancora iniziate le competizioni, perché le ultime amichevoli hanno già tutta l’apparenza del calcio che conta, il bocciolo di quello che fiorirà nei mesi successivi.

Giugno no, niente, a meno che non ci siano competizioni internazionali come i mondiali o gli europei (o anche la Copa America, of course) e, da questo punto di vista, il mondiale femminile è a mio avviso promosso per tante ragioni… ma non siamo qui per questo.

Per quel che riguarda l’Inter è stato il mese in cui è iniziata la rivoluzione copernicana, anche se la data esatta è il 31 maggio e Giugno ne raccoglie solo gli effetti: Antonio Conte allenatore dell’Inter.

Con tutto quel che ne consegue.

 

A partire dalla cosa più importante: ovvero l’Inter che sarà, quella che si è disegnata sulla carta nell’odioso mese di giugno e che luglio e agosto stanno ratificando sul mercato, da agosto in poi applicarsi sul campo… speriamo nel miglior modo possibile.

I nomi li conoscete tutti: dai già acquisiti Sensi e Lazaro, da Dzeko a Lukaku e… vedremo più avanti la fattibilità di altri nomi, per non dire dell’innamorato (apparentemente) Barella sul quale si sta chiudendo (forse) a costi impronosticabili fino a qualche giorno fa, quando Marotta aveva fatto capire di avere il coltello dalla parte del manico, grazie all’accordo col calciatore, e di non volersi adeguare al tentativo del Cagliari di alimentarne il valore.

Questi che sono apparsi e di cui si deve parlare ormai come trattative reali, disegnano già un’idea di Inter, quella di Antonio Conte, che è anzitutto l’idea di un’Inter diversa da quella che è stata fino a oggi… e, con questo, comprendendo probabilmente l’intero arco della storia nerazzurra.

 

Lo sapete, personalmente non avrei cambiato guida tecnica e, nel merito, sarò più prolisso più avanti quando parleremo della nuova Juventus di Sarri: per i bianconeri è un enorme cambiamento, un salto nel vuoto verso un allenatore che può portarli indifferentemente alla Champions, perché è bravo, ha idee, gioca un calcio non speculativo che in Europa rende un tantino di più… e presto parleremo anche di questo “un tantino”; oppure al disastro perché Sarri è un cortocircuito potenziale, è un pezzo che rischia di non incastrarsi, di aver bisogno di più tempo di quel che buona parte dell’ambiente vorrebbe concedergli: dal punto di vista ambientale, Sarri e Conte come scommessa si somigliano.

In un momento storico del genere il cambiamento mi è parso non contestualizzato nella realtà della Serie A.

Insomma, il Milan viene, finalmente, messo a cuccia dalla Uefa; la Roma si trova nel periodo di maggiore confusione degli ultimi anni e con un progetto tecnico per certi versi interessante ma più rischioso di tutti; il Napoli apparentemente sposa la continuità di Ancelotti, salvo poi intravedere sul mercato il desiderio dell’allenatore di fare il definitivo passaggio dal Napoli di Sarri a quello di Ancelotti, cosa che l’anno scorso c’è stata solo in termini di continuità di gioco; la Juventus fa questa scommessa epocale, ecco, io avrei sposato la continuità tattica, intervenendo con più vigore sul mercato, migliorando una squadra che aveva dei difetti evidenti e sui quali abbiamo discusso moltissimo su queste pagine.

 

La scommessa vera, forse, sarebbe stata la continuità della guida tecnica, con una rivoluzione più corposa sul campo e dal mercato.

Spalletti ci ha messo relativamente poco per capire la natura di questa squadra e imporle modulo e atteggiamento che potevano farla rendere al di là di questi stessi limiti: le sfide contro il Napoli del 2017-18 sono i due check-point più importanti, il primo a ottobre per l’atteggiamento e l’organizzazione, il secondo a marzo per la rinascita di Brozovic, giocatore che nell’arco dei primi 10 minuti di quella partita s’è ripreso definitivamente l’Inter e l’ha fatta diventare Brozovic-dipendente.

Spalletti aveva capito la fragilità, soprattutto mentale, del materiale a disposizione, tanto da comprendere quanto fosse complicato, e rischioso, provare a cambiare il volto della squadra, anche inserendo con cautela quelli che erano i calciatori potenzialmente in grado di cambiarne in parte il volto, come Rafinha e Cancelo… che poi, anche inserendoli, non che cambiasse granché in termini di risultati: 1,85 punti a partita (70 di proiezione su 38) con Rafinha, 1,6 punti (60 di proiezione su un campionato) con Cancelo in campo.

 

Chi, tra i lettori, era su queste pagine in quel tempo sa come la penso: speravo tenessero entrambi ma, a conti fatti, l’impatto in termini di punti è stato relativo. Il che non vuol dire che non abbiano apportato nulla, ma che probabilmente in quella Inter era necessario anche altro, di più decisivo e sostanziale anche dal punto di vista mentale. Le costrizioni del Settlement Agreement, soprattutto in termini di ammortamenti, ha fatto il resto.

Chiusa parentesi.

 

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