Che #Inter vuole Antonio #Conte?

Conte, l'ugrade mentale

Dicevamo di Spalletti… passaggio necessario parlare di ieri per capire cosa è l’Inter oggi e cosa sarà domani. Ci ha provato l’anno successivo, soprattutto con la scommessa Nainggolan, sperando che desse quell’impatto mentale necessario: scommessa che avrà vinto ma neanche perso del tutto, solo che non è stata comunque sufficiente per cambiare le sorti di questa squadra: l’effetto mentale non c’è stato e il concetto di “impatto” è diventato in parte “collisione”, quindi anche delle ripercussioni in negativo, anche per tutte le vicende che si sono incrociate: dall’insolito inserimento dirigenziale dicembrino alle bizze di Perisic, per passare dalla querelle Icardi… una delle faccende più penose e tristi di tutta la storia nerazzurra, da qualunque parte la si guardi, quale che sia la preferenza di ciascuno, gestita malissimo da tutti i protagonisti, nessuno escluso.

Alla fine l’Inter, intesa come dirigenza e società, ha voluto cambiare ed è un cambiamento partito da lontano, manifestatosi già, come scrivevo su queste pagine, quando è venuto fuori il nome di Godin, ed era Gennaio 2019: quello è stato il segno che la dirigenza e la società avevano deciso di cambiare, il quarto difensore centrale di livello era un segno troppo chiaro. Lo ha capito Spalletti, lo hanno capito i calciatori.

Con Conte c’è la convinzione che questa squadra possa andare al di là dei propri limiti, pensiero condiviso da molti tifosi.

 

L’ultima stagione di Spalletti è stata, evidentemente, giudicata in negativo: è probabile che l’impressione sia stata quella di un percorso finito, di un allenatore bravissimo nel far trovare l’equilibrio alla squadra, nell’averla “normalizzata”, ma di non riuscire ad andare oltre, sempre sulla linea di galleggiamento delle aspettative, quasi mai sopra le righe.

Mentre su queste pagine erano evidenziati come limiti dei calciatori, la società e la dirigenza hanno pensato che fosse un limite dell’allenatore. Ripeto, per me no, perché Spalletti ha solo mostrato quella che era la natura intrinseca della rosa, così com’era costruita, pervasa da una fragilità strutturale, tecnica e mentale, che faceva crollare tutto il castello quando l’Inter perdeva quella che invece era la sua qualità migliore: l’identità, che è anche un paradosso, perché rimanendo identitaria rimaneva anche limitata.

È stato anche un limite di Spalletti? Può darsi, ma non credo si possa rimproverare qualcosa, da questo punto di vista, all’allenatore che ha trasformato le carriere dei vari Totti e Perrotta, passando per Nainggolan e non ultimo Brozovic, magari puntando con decisione là dove altri avevano solo abbozzato qualcosa: dargli del “normalizzatore”, come un Pioli qualsiasi, mi pare proprio la negazione della sua carriera.

 

Questi limiti hanno fatto sì che la squadra non evolvesse, perché l’evoluzione non era realizzabile per via di fattori endogeni, bensì poteva arrivare solo da fattori esterni, ovvero mercato, nuove forze: e l’Inter sul mercato non ha guadagnato certezze (fatta eccezione per Skriniar e De Vrij), ma le ha smarrite: Cancelo e Rafinha per ragioni di bilancio, Vrsaljko e Nainggolan per ragioni fisiche e di carattere, Dalbert per limiti tutti suoi, mentre Politano, Keita, Asamoah, Vecino e Borja Valero hanno reso… il giusto per le loro qualità, ma troppo poco per, appunto, far evolvere la squadra.

Lo sapete, lo dico sempre, il calcio è pieno di paradossi e Spalletti ne ha uno grande quanto una casa: per pensare al sodo, a dispetto delle apparenze e della autoreferenzialità, per la prima volta in carriera (probabilmente) ha preferito abbassare i rischi, preservare la direzione, toccare meno possibile il timone, puntare all’obiettivo e basta. Perché ogni altra scelta sarebbe stata dannosa: l’ultima partita contro il Napoli è buona cartina di tornasole.

 

Questo, almeno, dal suo punto di vista, che è anche il mio: ciascuno poi giudichi secondo il proprio metro e giudizio. I media avrebbero potuto raccontarlo anche diversamente, almeno prima (visto che da qualche settimana qualcuno comunque lo fa), ma Luciano non è uno che sa arruffianarsi e lisciare questa parte del mondo del calcio.

Da qui la necessità, sentita da più parti nel mondo interista, di cambiare marcia: non sul mercato ma partendo dalla panchina. Conte sembra rispondere a questa esigenza, oltre che essere un messaggio chiaro sulle ambizioni del club, un vero e proprio spot commerciale: l’Inter c’è, vuole vincere, ha ambizioni.

La pagina è voltata e non serve più guardare indietro: se lo si fa è per riallacciare i nodi di quel che l’Inter è oggi e come deve evolvere per non cadere negli stessi errori… perché Spalletti ha gestito, ma Conte è uno che, da certi punti di vista, non gestisce. Il concetto di “cortocircuito” applicato a Sarri può essere applicato anche a lui.

 

Arriva anche con un carico non indifferente: è costretto a far fare il salto di qualità a questa Inter. E, aggiungo, deve farlo a prescindere dal mercato, perché altrimenti avere eliminato Spalletti non avrebbe senso.

In parte, se volete, è una provocazione che ho scritto più volte. Togli Spalletti e metti uno come Conte abile nel far sovraperformare i calciatori, calcola qualche Abisso in meno, togli gli “scazzi” di Nainggolan, Perisic e Icardi, e una squadra da 69 punti ne deve guadagnare non meno di 15: spingiamola più in là la provocazione, sono almeno 84 punti che, con un mercato a misura di allenatore, potrebbero essere di più…

Provocazione sì, ma solo in parte, che però uso solo per divertissement, perché la base della squadra è quella: sono tutti bravi presi uno per uno; se inseriti in un contesto diverso, probabilmente renderebbero di più tutti. Nessuno di loro, però, è in grado di far cambiare passo a questa squadra, almeno non in maniera sostanziosa e continuativa.

 

E quindi si parte già col piede sbagliato, ingiusto nei confronti di Conte, perché costretto a competere sin da subito, probabilmente anche a dispetto della rosa: ha vinto al primo anno di Juventus, al primo anno di Chelsea, ha portato la nazionale a livelli da più parti apprezzato (a dispetto del fatto che si sia fermata ai quarti).

Questa squadra, così com’è, non (mi) pare assecondare i suoi dettami e la sua storia.

Facciamo un breve rewind.

 

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