Che #Inter vuole Antonio #Conte?

Rewind. Stop. Play.

Quando arriva alla Juventus, Conte è sospinto (ma, va detto, lo è stato per tutta la sua carriera da allenatore) da un buon vento amico alle spalle da parte dei media: tanto che il suo 4-4-2, invero comunque piuttosto offensivo, viene decantato come un 4-2-4. Se, però, lo descrivono così è anche perché l’atteggiamento, soprattutto in fase di pressing, mostra i 4 davanti sempre molto… avanti.

 

Questo è il modulo che prova a utilizzare all’inizio, nessuno pensava che potesse cambiare, almeno non subito: Conte era dipinto come un vero e proprio integralista del 4-2-4, salvo accorgersi che il 4-3-3 è la naturale evoluzione, scommettendo sul facile cavallo da corsa, Vidal (preso senza l’entusiasmo dell’allenatore che, per sua stessa ammissione, non conosceva il cileno), che con Pirlo, Lichtsteiner, Vucinic, Barzagli aveva animato positivamente il calciomercato estivo.

La matematica del campo non è un’opinione: se devi fare l’integralista scegliendo due tra Pepe, Giaccherini, Elia e Krasic per far spazio a uno tra Pirlo, Marchisio e Vidal non c’è storia: gli ultimi tre vanno in campo, per tutti gli altri poi si vede.

Se vi interessa, è l’unica squadra di Conte che io abbia davvero ammirato 100%, perché è stata l’unica ad avere quell’atteggiamento necessario che tutte le squadre di oggi devono avere se vogliono competere anche in Europa: in tutte le altre c’è sempre stato qualcosa che mi ha convinto poco, e i risultati ce lo confermano, ma ci torniamo più avanti o nelle prossime puntate.

 

Il primo 4-3-3 dura relativamente poco, perché Conte scopre che si può abbandonare certo integralismo e a quel punto scopre anche che in Italia prendere meno gol è garanzia di vittoria: anche per lui è stata fatale Napoli, visto che per adattarsi al 3-4-3 mazzarriano, dovendo fare a meno di Marchisio, la Juventus si schiera a 3 dietro: è il 3-5-2. Esperimento che lascia in parte decantare per essere ripreso dopo metà stagione.

Va detto che con lo schieramento a 3 la Juventus si blinda dietro come non era mai riuscita a fare, benché buona parte del campionato si incanala anche per via di una delle fantomatiche sliding doors che il calcio sa proporre: il gol non dato a Muntari.

Le stagioni successive vanno sul 3-5-2, che non è solo modulo, visto che la Juventus cambia pelle, arretra il baricentro, cambia il suo pressing e pian piano si trasforma: meno tackle e intercetti a partita, meno possesso palla (almeno di quello votato all’attacco, aumenta quello a controllo del gioco), meno tiri, meno predominio territoriale, più lanci e verticalità sulle punte, più rapidità. Non è una trasformazione immediata ma avviene e si sente, soprattutto in Europa dove modulo e atteggiamento non pagano né pagheranno mai, né alla Juventus né al Chelsea.

 

In parte rendono in nazionale, ma sugli azzurri è difficile fare una narrazione equidistante e esaustiva: Conte arriva agli Europei con meno entusiasmo di quello che ormai si ricorda, viste le sconfitte con Germania e Belgio, le difficoltà (sia di gioco che di gol) durante le qualificazioni contro Croazia (e ci starebbe anche), Azerbaigian, Albania, Bulgaria, Malta: solo in due partite vince con più di 1 gol di scarto. Degli Europei un giorno (ri)faremo le analisi, se potrà servire a capire le direzioni di questa nuova Inter…

Tornando al cambiamento di modulo, con quella “virata”, Conte perde quella che era la caratteristica principale della sua primissima Juventus: la capacità di recuperare il pallone molto in alto, di portare un pressing organizzato sia in fase di transizione che non, soprattutto perché si trovava spesso già “ben disposta” in campo, già pronta, compatta. Atteggiamento rischioso, che probabilmente avrebbe richiesto più tempo per vincere, ma che alla lunga gli avrebbe dato probabilmente più risultati fuori dai confini.

La ricerca di una verticalità più aggressiva, infatti, è diventata un limite soprattutto in Europa, perché in Italia è bastato e avanzato: il divario tecnico e tattico con le smantellanti Inter, Milan e Roma era evidente, mentre al sorprendente Napoli dei 91 punti viene a mancare comunque qualcosa, così come l’anno successivo alla Roma e al Napoli stesso.

 

I motivi della scelta sono tanti, si può pensare soprattutto alla voglia di sfruttare meglio i propri uomini, alla capacità di chiudere la difesa a doppia mandata… per me è sempre stata una scelta “di campo”: quando acceleri la giocata, sposti la fase dell’errore decisamente più avanti, hai più chance di vincere seconde palle, hai più chance di subire meno pressing. E in quel modo si proteggeva molto di più Andrea Pirlo, sempre nelle attenzioni delle marcature italiche.

Al Chelsea si vedranno cose ancora un po’ diverse nonostante la stessa base, la difesa a 3.

In Inghilterra non sono subito rose e fiori, perché nella prima parte di stagione, tutto con la difesa a 4, non funziona. Ma non funziona soprattutto perché Conte non sembra essere digerito dallo spogliatoio. Mesi fa ne parlavo in questi termini:

L’inizio non è dei più esaltanti. Dopo 3 vittorie, inizia un altro ciclo di tre partite difficili con il pareggio contro lo Swansea e le sconfitte contro Liverpool e Arsenal, l’ultima delle quali davvero bruciante 3-0. Era la sesta giornata di campionato e il Chelsea era 8° in classifica: l’impressione era di una certa scollatura tra allenatore e spogliatoio.

 

Ma, a differenza di quanto successo in casa nerazzurra, Roman Abramovic decide di affiancare l’allenatore in tutto e per tutto. L’allenatore italiano aveva ereditato una squadra che aveva già “giocato” col tecnico precedente (Mourinho) riuscendo a scalzarlo dalla panchina, nonostante pochi mesi prima avessero vinto assieme una Premier League; aveva ereditato una squadra con troppa gente abituata ad autogestirsi, che Mourinho aveva provato a domare (vedi Diego Costa o Hazard) ma da solo, senza il pieno supporto della società, non era riuscito nell’operazione.

 

Indice

Loading Disqus Comments ...