#Lukaku ci dice che #Inter vuole #Conte

Seconda parte

Il secondo è quello che in questi giorni abbiamo visto più volte, almeno prima dell’interesse della Juventus, cosa che ha trasformato il brutto anatroccolo Romelu in un improvviso mix tra Van Basten e Batistuta, per poi tornare a essere quello che è, oltre che sovrappeso e poco professionale.

Ovvero che il primo tocco di Lukaku può, a volte, essere atroce. Letteralmente. Troppe volte, a dire la verità. Perché il suo fisico ha portato qualche suo allenatore (non Koeman, forse l’unico, con Martinez, a capirlo a fondo) a volerlo sfruttare come attaccante-boa, da riferimento centrale, portandolo a soffrire terribilmente: perché è qualcosa che non rientra nelle sue corde.

 

Per quel genere di gioco si deve essere anche portati, perché alcune astuzie, alcuni espedienti, diventano DNA nel corso degli anni. Lukaku è un giocatore molto più tecnico di quello che il suo corpo gli dovrebbe consentire, lui ha sempre sentito questa vocazione e questo lo ha portato a spaziare molto su tutto il fronte dell’attacco: volerlo sfruttare come riferimento centrale per proteggere la palla e far salire la squadra è una cosa che lo fa diventare goffo, probabilmente la cosa più sbagliata che si possa fare con lui, perché potrebbe fallire 95 volte su 100 o giù di lì.

Non ha quella sensibilità per capire dove sta il compagno prima di prendere il pallone, comprendere dove e come si possa fare la sponda migliore prima che la palla gli arrivi: quello che riesce a ottenere in quel genere di gioco lo ottiene solo perché è ingombrante, perché per l’avversario è un problema serio provare farsi valere nel corpo a corpo. Quasi impossibile.

È uno degli errori più grossolani che abbia commesso Mourinho in carriera, ovvero pensare di poter far diventare Lukaku quel genere di calciatore, impostando lo United su un tipo di gioco diverso dal suo DNA… suo nel senso di suo personale ma anche di Lukaku, anche se è stato anche (o forse soprattutto) costretto dai fallimenti dei suoi difensori centrali e dalle carenze mentali e tattiche dei giocatori più tecnici, leggasi Mkhitaryan e Mata, che ha portato i Red Devils a dipendere quasi esclusivamente dal gioco sulle fasce e dalle lune di Pogba.

 

Avete presente un pesce fuor d’acqua? Lukaku a Manchester per gran parte dei minuti giocati.

Se volete c’è del paradosso, dell’ironia: uno dei patrimoni più importanti del calciatore, il fisico, è stato al tempo stesso quello che ne ha determinato le più grandi incomprensioni. Nel raccontare i “fallimenti” di Lukaku allo United, però, la narrazione di chi dice una cosa del genere dovrebbe essere accompagnata anche dai motivi per cui ha “fallito”: virgolette d’obbligo, perché sono risultati dovuti a contingenze e cattiva gestione, societaria e dell’allenatore.

Virgolette d’obbligo perché poi entrano in gioco anche i numeri.

Per certi versi basterebbero i gol. In Premier League, è stato il più giovane straniero a raggiungere quota 100 gol (che se fosse andato al Chelsea di Conte avrebbe raggiunto prima…), mentre nella classifica assoluta è dietro gente come Owen, Fowler, Rooney e Kane. 42 gol in 96 partite con lo United, 87 su 166 all’Everton, considerando tutte le competizioni, comprese quelle coppe europee in cui sembra sentirsi più a suo agio. Certo, a guardare i numeri in Premier, degli ultimi due anni, non sembrano confortanti: 28 gol in 66 partite non sono tantissimi per un 9.

Ma, contenendo anche la sua peggiore stagione dal punto di vista del gioco e della resa, rimane una media di 0,42 gol a partita che è del tutto simile a quella, per fare un esempio, di 0,44 di Drogba al Chelsea.

 

Ma andiamoli a guardare questi gol, perché il numero delle partite a volte può dire poco poco: l’anno scorso ha giocato appena 2113 minuti. Con 1 gol ogni 176 giri di lancetta, la sua peggiore stagione (sempre in termini di gioco, resa etc…) è la sua seconda migliore stagione in termini di capacità realizzativa. Ha fatto meglio solo nel 2016-17, con 1 gol ogni 130 minuti, 25 gol in 37 partite e 3271 minuti.

Al tempo stesso è stata la più prolifica in termini di efficienza: in UK, escluso il 2018-19, ha una media di 3,1 tiri a partita, l’anno scorso si è fermato a 1,7 a partita. 3,1 rimangono anche se si “normalizza” la statistica parametrando tutto a 90 minuti di gioco (che sarebbe l’unico modo corretto di raccontare alcuni numeri), mentre per l’anno scorso diventano 2,34 tiri per 90 minuti.

Facciamola più semplice: in Premier League l’anno scorso ha tirato 55 volte in porta, l’anno precedente 86, all’Everton con una media di 111 tiri a campionato. Ergo, non ha mai tirato così poco in carriera, la sua efficienza è aumentata. Per inciso, questo ci dice anche molto di come era messo lo United l’anno scorso.

Chiamatela “stagione pessima”.

 

Andiamo ancora più a fondo. Più volte su queste pagine abbiamo parlato degli eXpected Goals, ovvero di una metrica che prova a misurare la potenzialità di gol per ogni situazione in cui sarebbe possibile fare gol (tiro, cross, passaggio etc…). Lukaku è sempre stato relativamente prolifico rispetto alle chance create:

  • 2018/2019 Manchester United 12 gol, 13.11 xG (+1.11)
  • 2017/2018 Manchester United 16 gol, 15.47 xG (-0.53)
  • 2016/2017 Everton 25 gol 16.67 xG (-8.33)
  • 2015/2016 Everton 18 gol 20.06 xG (+2.06)
  • 2014/2015 Everton 10 gol 12.43 xG (+2.43)

Totale 81 gol 77.73xG (-3.27). Il dato per la stagione 2013-14 non c’è.

 

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