L’#Inter di #Sensi e #Barella

Terza parte

 

Come spesso succede a questo genere di calciatori, Sensi lavora, come ha fatto Lautaro, sul tempismo del suo primo controllo, provando a rubare un tempo di gioco all’avversario, tenendo in mente il principio fondamentale di tutti i registi che vanno dal “di buona qualità” al “fuoriclasse”: mai scoprire la palla al tackle avversario. Si “appoggia” sulle ginocchia abbassando il baricentro, si aiuta con le braccia e diventa un unico blocco di granito difficile da spostare o anticipare, anche perché ha sviluppato un’ottima capacità di cambiare direzione, lasciando il marcantonio di turno spiazzato.

 

Questo lo ha portato a sviluppare anche un ottimo piede sinistro, perché se ti giri dall’altro lato poi devi essere anche bravo a usarlo: insomma, vedremo spesso aperture sulla fascia o lanci semi-lunghi sia di destro che di sinistro, magari accompagnati da una finta, magari col corpo rivolto in diagonale da un’altra parte per ingannare l’avversario diretto.

Grande senso della posizione e movimento perpetuo, la cosa che mi ha colpito di più è la visione della profondità, che il suo piede e la sua testa da regista gli hanno consentito di sviluppare, d’aiuto è certamente stata la militanza in una squadra che della profondità ha dovuto fare la sua migliore qualità.

 

Dal punto di vista difensivo, non eccelso nei contrasti, anche se non malvagio in termini assoluti e può solo migliorare: va da sé che in parte dipende anche dalla posizione ricoperta in campo, ma è calciatore che ha una migliore capacità di intercettazione (che è eccellente) che di contrasto. Dipende anche da quella consapevolezza di cui parlavo prima.

Ovvero, lui lo sa.

«Mi trovo molto bene in mezzo al centrocampo, mi sento a mio agio; è una zona tatticamente particolare, perché bisogna capire prima i movimenti degli avversari e devo stare attento a non perdere palla» che è prospettiva diversa da quella che vi darebbero molti altri centrocampisti.

La stessa che gli consente di giocare con una calma che in campo rischia di diventare un problema anche mentale per l’avversario. Ok, l’avversario era Joao Mario, ma nella sfida di gennaio contro l’Inter, Sensi ha giocato quel tipico calcio poco appariscente di chi sa gestire i tempi della metà campo: il pressing dell’Inter non è mai stato efficace, Joao Mario non lo ha praticamente mai preso col tempo giusto, nessuno degli aiuti è stato efficace.

 

Il tutto con (relativi) pochi tocchi, attirando su di sé il pressing per poi far defluire l’azione, grazie a una visione periferica, d’anticipo, che è di ottima qualità: giusto un paio di palle perse durante tutto l’arco della partita.

Conte sembra avere capito la duplice natura del ragazzo: anche se il meglio lo dà se ha campo davanti, ha anche buone qualità da box-to-box. Al Sassuolo ha dovuto adattarsi spesso perché Magnanelli era il regista: non ve lo dirà mai nessuno, ma non è soltanto un fatto di tecnica o preferenze, ma anche fisico.

È bravo a trovare spazio tra le linee, nel trovare spesso la giocata giusta per sparigliare le carte, ma anche nel sapersi trovare al posto giusto quando c’è da portare il pressing in fase di transizione negativa. All’Inter abbiamo già apprezzato una delle sue qualità più interessanti, da approfondire senza indugi: l’ottimo tiro da fuori.

 

A chi somiglia? Dobbiamo per forza farlo somigliare a qualcuno? Eddai… una spruzzata di Pizarro, una di Emre Belozoglu (un altro talento massacrato dall’inettitudine di tanti allenatori pavidi…): shakerate bene e sperate che l’intruglio sia di qualità.

Perché, sì, la vera domanda da porsi è quale sia la… dimensione di Sensi, chiaramente non nel senso di fisico, ma la capacità di crescita e di miglioramento, la sua capacità di incidere nel medio e lungo termine di una stagione. Ovvero, capire se il giocatore arrivato all’Inter sia sostanzialmente fatto e finito, con pochi margini di upgrade, oppure se e quanto c’è di inespresso che dovrà essere tirato fuori. Per me di stoffa ce n’è ancora e Conte saprà cosa farne…

Nel primo caso parleremo di un ottimo comprimario che sarà comunque difficile da scalzare dalla titolarità proprio per le sue peculiarità; nel secondo, invece, l’Inter potrebbe ritrovarsi in squadra un piccolo gioiello, sottovalutato da tanti, soprattutto perché acquistato nell’anno del più appariscente Barella.

 

Quando ti bastano un paio di partite in nazionale per attrarre gli sguardi delle big d’Europa (e per lui si sono mosse squadre come Atletico Madrid e Manchester United), vuol dire che c’è della intrinseca qualità. Quando fanno di tutto per trovarti un paragone azzeccato, magari scomodando nomi altisonanti come quello di Marco Tardelli, vuol dire che quella qualità è anche abbondante.

Qualcuno, leggasi Gazzetta dello Sport, ha voluto persino esagerare parlando di Gerrard italiano: e insomma, ponetevelo un limite prima o poi…

A dimostrazione che gli allenatori possono fare un sacco di danni sia mandandoti in provincia che rivolgendoti troppe attenzioni e gravandoti di troppe responsabilità, la vicenda di Barella sempre opposta rispetto a quella di Sensi.

 

Due anni fa sembrava in netta rampa di lancio, con 6 gol all’attivo e tantissimi numeri uno più interessante dell’altro. Il passaggio a Maran è stato probabilmente il trauma maggiore, perché ad un certo punto, eccolo lì, il colpo del maestro di Coverciano: Barella va a fare il trequartista, quasi una pia speranza di riprodurre sul giovane italiano l’esperimento riuscito anni prima con Nainggolan. Ovvero, avanzare l’incursore sperando che la sua visione periferica con la palla sia efficace anche senza palla: gli hanno chiesto di passare da Gerrard a Lampard (che trequartista non era, precisiamo), o giù di lì.

Va detto, per amore di verità, che lo stesso Maran lo ha piazzato anche da regista, facendo comunque bene.

 

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