Godo come un riccio… 10 anni dopo

Parte 2

Sbarca in UK nella sessione di mercato in cui il Tottenham cede Gareth Bale e potete solo immaginare la reazione di molti tifosi… tipo quelli che, venduto Ibrahimovic, inventarono “Pacco’o” per Eto’o (giuro, vero: fa riderissimo ma è tutto vero). Avrebbero dovuto ascoltare le parole dell’ex portiere Erik Thorstvedt: “Abbiamo venduto Elvis per comprare i Beatles!”. Essenziale ma efficace.

Villas Boas, lungimirante, lo schiera mezz’ala con libertà di avanzare sulla trequarti e, eurkea!, non si può che apprezzarne anche il coraggio di svezzare la sua inesperienza anche a costo di patire qualcosa, benché per un piccolo m aimportante pezzo di quella parte di stagione Eriksen si ferma per un infortunio. Poi AVB patisce talmente tanto che viene licenziato e al suo posto arriva quello scellerato Tim Sherwood, senza esperienza, seguace del calcio vecchio stampo inglese: attaccate, passatevela bene e fate gol (aneddoto del tutto reale).

Con Sherwood, Eriksen gioca quasi sempre ala sinistra, così come Modric con quel rubicondo di Harry Redknapp per parte della sua carriera, che è roba peggiore degli sberleffi di Marca al Real Madrid dopo l’acquisto di Modric stesso: per inciso, va detto che la trasformazione del croato comincia proprio con Redknapp…

Dicevamo di Eriksen “largo” (almeno in partenza) a sinistra, posizione che gli serve soprattutto di partenza perché la sua tendenza è quella di giocare al centro: senza rigore tattico, senza troppi compiti, è talmente bravo che fa bene anche lì, fa benissimo considerando tutto quello che accade in stagione, l’improvvisazione tattica, ma soprattutto le aspettative al ribasso perché in estate Bale si trasferisce al Real.

Con Pochettino c’è un altro Eriksen, anzitutto più impegnato dal punto di vista atletico, mentre in campo è spostato più avanti e centrale, libero di muoversi tra le linee: trequartista, come succede spesso ai calciatori della sua qualità.

 

Va detto, a parziale “discolpa” di Pochettino, che il danese ha, tra le tante straordinarie, alcune doti peculiari: un concetto dello spazio-tempo in campo che è roba di pochissimi al mondo… negli ultimi 20 anni. La destrezza, la sicurezza, la maestria dei suoi movimenti tra le linee (orizzontali e verticali) avversarie sono a livelli di fuoriclasse assoluto; i suoi movimenti non sembrano mai rapidi, ma gioca con quel tempo, o anche due, di anticipo che gli fa prevedere le giocate e essere lì dove serve prima ancora che gli altri possano immaginarlo, con una precisione quasi irreale: Eriksen è quel classico giocatore che se gli lasci uno o due metri per giocare fronte alla porta può diventare devastante, e lui ha istinto puro per lo spazio (e il tempo) della giocata. E lo fa “più semplicemente” possibile, proprio perché in anticipo rispetto a tutti.

Con più libertà, ma più vicino alla porta, Eriksen segna ma perde una parte della sua maggiore qualità, l’assist. Non è solo una mia impressione o un mio giudizio, perché i numeri lo testimoniano, tanto che ne completa solo un paio in stagione.

 

Pochettino lo mette lì anche per sfruttarne le doti al tiro, va anche capito, benché soltanto più avanti negli anni ne comprende la natura più profonda e le potenzialità più estese: e infatti in quel periodo non è insolito, tra l’altro, vederlo ancora “errabondare” sulle fasce, soprattutto la sinistra. In futuro gli darà un ruolo più “centrale”, dal punto di vista del gioco, pur muovendolo in campo come una (insostituibile) pedina.

Questa sarebbe la stagione in cui, in teoria, un calciatore del genere dovrebbe consacrarsi al mondo intero… eppure non succede, se non parzialmente, un po’ oscurato dall’emergere di Kane, un po’ perché, come detto prima, in campo non è appariscente, non è funambolico: è un calciatore moderno, che ama il rischio (e ci torniamo) ma al tempo stesso l’essenziale, l’efficacia nella semplicità. E in più, non è tipo che ama lustrini e pailettes, riflettori e attenzioni, né in campo né fuori… e, per inciso, va dato atto a Inter Media House di un lavoro superbo con la sua presentazione: elegante, sobrio, essenziale. Se c’è qualcuno che ha capito chi è Eriksen, sono proprio quelli di IMH! Una sorta di antidivo che non attira su di sé troppi riflettori.

 

Uno si aspetta che la successiva sia la stagione della definitiva incoronazione, ma tra la rigidità di Pochettino, il continuo piazzarlo un po’ ovunque in campo, il chiedergli di più in termini di corsa, impegno, rigore tattico, Eriksen fa più fatica nel secondo anno. Soprattutto, comincia a chiedergli di giocare la palla un po’ più da dietro: in fase di non possesso è un trequartista, in fase di possesso comincia a diventare un regista a tuttocampo, poco alla volta.

Sempre guardando lustrini e pailettes, gli appena 8 gol sembrano una miseria: poi guardi il dato degli assist (i servizi di statistica variano da 14 a 16) e si comincia a ragionare. Ma qualunque osservatore, mediamente dotato di intelletto, non può che rimanere abbagliato dalla chirurgica essenzialità, dalla abbagliante efficacia del danese, dal suo brillare dopo i primi due/tre mesi di fatica.

In questa stagione emerge quello che è, a mio avviso, l’aspetto che più interessa a Antonio Conte, ed è una di quelle occasioni in cui sposo integralmente l’idea dell’allenatore.

 

Non ve l’ho ancora scritto per esteso, e vi anticipo un pezzo dell’articolo restante, ma per me l’evoluzione di Eriksen potrebbe (e dovrebbe) ricalcare quella di Pirlo e Modric: ovvero, ci sono grandi probabilità che in un paio di anni, tre al massimo, arretri definitivamente il suo raggio d’azione. Questo perché, fronte alla porta, il danese è uno dei più letali che io abbia mai visto, nonostante sia, come spiegato, uno di quelli che “vede calcio prima”, quindi in teoria sa cosa fare anche spalle alla porta. Solo che, con campo in fronte, sa essere devastante, oltre a saper gestire la palla con straordinaria abilità.

Da questo assunto ci si potrebbe aspettare anche una *estesa* qualità nella gestione della palla, anche con il cosiddetto “passaggio semplice”. Non proprio, perché nei numeri ci sono non solo i difetti, ma anche i pregi.

Per fare un paragone, Eriksen in UK non è mai andato sopra l’85% di precisione nei passaggi, Modric, in carriera, mai sotto. Come lo spieghi? Al netto delle esigenze di squadra e dei modi di giocare diametralmente opposti, dal numero di palloni gestiti (sensibilmente meno quelli del danese), Eriksen è uno che ama il rischio della giocata, è quello che si prende la responsabilità di osare, cosa che si estrinseca in una ricerca intensa della verticalità.

Un po’ per caratteristiche sue, un po’ per il gioco di Pochettino… ma è caratteristica che ha e che Conte apprezza sicuramente, e io con lui, e tutti noi lo faremo con lui.

 

Ci è voluto un po’, perché l’inizio stagione è stato complicato da apprendere: ma, superato anche un problema fisico, Eriksen non ha quasi più smesso di incantare, con una trasformazione sia nel concetto che nei numeri: un buon numero di passaggi in avanti in più, una diminuzione della distanza media degli stessi, una maggior precisione… soprattutto, più corsa, più partecipazione difensiva, tanto che fa quasi il 50% in più dei tackle con un tasso di riuscita da medianaccio. E, da questo punto di vista, c’è ancora tanta stoffa da tirare fuori.

Il raggio d’azione più ampio, verso il basso, consente a tutta la squadra di muoversi meglio: è lui il metronomo, è lui a controllare tempi e ritmi di gioco, è lui la mente e soprattutto la ragione dietro l’esplosione definitiva di Kane prima e Alli poi (che diventerà trequartista, a sua volta, ma anche seconda punta).

Roba che, a vederlo in certe partite, diresti che è una mezz’ala naturale.

 

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