Godo come un riccio… 10 anni dopo

Terza parte

Nel gennaio 2017 si gioca Tottenham-Chelsea, Pochettino contro Conte, e credo che all’allenatore interista sia rimasta impressa quella partita in cui sembravano esserci due danesi in campo, che il Tottenham giocasse in 12: nel 3-4-2-1 in fase di non possesso, Eriksen affiancava Alli  dietro Kane, ma nel ribaltamento di fronte diventava interno di metà campo, rendendo illeggibile la sua posizione e immarcabile il 3-5-2 di approdo.

Due gol di Alli, due assist di Eriksen.

Giusto precisare che proprio in queste stagioni c’è un netto miglioramento del danese in termini di pressing e palloni recuperati in questo specifico aspetto del gioco: non è da sottovalutare, soprattutto se l’Inter di Conte saprà restare più corta di quanto non sia stata finora.

Si tratta del primo dei tre anni in cui il danese va in doppia cifra stagionale, sia di gol che di assist, anche se secondo me sono i primi due (16/17 e 17/18) quelli in cui mostra il suo talento nel migliore dei modi: meno preciso nei passaggi ma più pericoloso nella creazione, più tiri da fuori, raggio d’azione ampliato, più verticalità, più passaggi lunghi, più nel vivo dell’azione.

Soprattutto, idee illuminanti là dove il 99,9% dei calciatori avrebbe visto un limite invalicabile.

 

Nonostante i tanti cambi di modulo di Pochettino (compreso l’approdo alla difesa a 3 e alcune variazioni vicine alla filosofia del suo maestro Bielsa), nonostante il tanto girovagare per il campo, Eriksen si adatta sempre con estrema facilità, “con semplicità”, emergendo come un centrocampista universale, ma che fa della “regia” la sua arma migliore.

Regista, inteso a tutto campo, moderno, in grado di muoversi con assoluta padronanza in ogni settore calpestato: di quelli che ti fanno giocare meglio tutti, che migliorano i compagni, che impongono scelte all’allenatore. Di quelli che sanno gestire tempi e ritmi, rinunciare e rischiare, far giocare meglio la squadra e far segnare… senza dimenticare come si segna, perché quella è dote innata vista la capacità balistica.

Un calciatore che ha avuto meno celebrazioni solo per questa sua natura che ama l’essenziale, solo perché in squadra ha avuto l’esplosione di Alli e Kane: nel mio personale modo di vedere il calcio, però, era lui a rubarmi l’attenzione, tutto il resto spariva, letteralmente. Il Tottenham senza Eriksen era, semplicemente (semplicemente), un Tottenham talmente diverso da essere… altro.

 

Eriksen e l’Inter… godiamo come ricci?

Sì, dannazione, sì: godiamo come ricci.

Ho voluto rimarcare questa evoluzione (fermandomi volutamente una stagione e mezzo prima: perché in molti si sono espressi sulla sua presunta incapacità (o scarsa capacità) di rendere bene in fase difensiva.

Perché per me ci sono pochissimi dubbi: Eriksen dove lo metti sta, non importa in che ruolo lo fai giocare, se davanti alla difesa o trequartista, se lo fai partire largo o basso, alto o defilato. Nonostante ciò, per come gioca l’Inter di Conte, è una mezz’ala perfetta, soprattutto se accanto ha un calciatore come Brozovic, ovvero uno che ha bisogno di un’alternativa credibile in fase di costruzione, ma al tempo stesso di uno sfogo sui corridoi verticali alle spalle dei centrocampisti avversari.

Solo l’idiota giornalismo nostrano può farsi una domanda del tipo “e ora dove lo fai giocare?”. In campo, cretino!

Quando Mourinho ha firmato per il Tottenham, per me non c’erano dubbi: Alli trequartista, Eriksen alla Thiago Motta. O, nel 4-3-3, sarebbe stato il suo Deco.

Quindi, se ve lo state chiedendo la risposta è “no”: non ne parlo in questi termini solo perché è arrivato all’Inter.

 

Eriksen è l’uomo perfetto per accelerare i ritmi della partita, ma anche (finalmente) per poterla gestire con più raziocinio; uno che si prende il rischio della giocata rapida, ma che sappia anche dare ritmo e tempo alla squadra, liberandola dalle “lune” di Marcelo, che potrebbe definitivamente imporsi come uno dei migliori mediani/registi d’Europa.

Conte dovrà resistere alla tentazione di schierarlo trequartista, alle spalle di una o due punte, non solo per la qualità del danese di cercarsi lo spazio a prescindere dall’avversario, ma anche perché in Italia le squadre giocano nettamente più corte e strette, tendendo a intasare quello spazio che Eriksen dovrebbe occupare da trequartista.

Conte deve avere, insomma, il coraggio di rischiare anche un percorso più lungo ma nettamente più redditizio: Eriksen è uno che tira molto in porta ma, questo sì, sa farlo di più e meglio se ha tempo e campo davanti, quindi ha bisogno di quei 10 metri davanti per potere essere efficace: quei 10 metri che darebbe all’Inter un secondo regista e, al tempo stesso, uno in grado di trovare corridoi per Lautaro e Lukaku che nessun altro in squadra vedrebbe… e, a dir la verità, neanche noi osservatori esterni, che li vedremo solo a tentativo fatto.

 

Se Conte e l’Inter sapranno cucirsi *loro* addosso a Eriksen, il danese (sempre “semplicemente”) diventerà *la* squadra, vedremo un altro calcio, vedremo ancora più gol di Lukaku e Lautaro, che avranno anche gol da Eriksen e anche dallo stesso Brozovic che potrà prendersi qualche licenza in più, vista anche l’impennata pazzesca nell’evoluzione di Barella.

Se ci si fermasse a gennaio e alle necessità di questa squadra, soprattutto in ottica di breve termine, probabilmente uno come Vidal, uno alla Vidal, avrebbe dato di più nell’immediato; uno come Eriksen, invece, è una scommessa che nel breve termine potrebbe non pagare i giusti dividendi, e molto dipenderà dalle condizioni fisiche del danese.

Nel medio e lungo termine, invece, non può esserci dubbio: è il centrocampista perfetto per alzare i tassi di qualità, leadership, carattere e esperienza in questa squadra: solo De Bruyne sarebbe stato alternativa dello stesso peso. Con il vantaggio che il danese ha, in nuce, un percorso tattico in grado di farlo rendere a alti livelli per un lustro e mezzo abbondante arretrandone, più avanti, il ruolo in campo. E lasciate perdere le perplessità che potete avere sulla questione: lo si pensava di Pirlo e Modric, lo si pensa di Eriksen che condivide con i due senso della verticalità, capacità di usare entrambi i piedi, capacità di lanciare lungo con precisione millimetrica.

“Oh, ti immagini Lukaku e Eriksen, assieme a Lautaro Martinez?”

 

Dopo anni di Jonathan, Nagatomo, Campagnaro, Mvila, Kondogbia, Medel… quasi non ci si crede neanche. Eppure sono mattoni di una grande Inter a cui non manca molto per esserci tutta, perché le grandi squadre nascono da una spina dorsale fortissima: da Skriniar a De Vrij, da Brozovic a Lautaro, da due piccoli gioiellini come Barella e Sensi al gigante Lukaku.

E ora Eriksen.

Godo come un riccio.

sostieni ilmalpensante.com
Seguici su Facebook

Indice

Loading Disqus Comments ...