La difesa dell’#Inter va bene così com’è col 3-5-2?

Seconda parte

In linea puramente teorica non c’è un modulo “più giusto” e uno “più sbagliato”, né la difesa a 3 è il male assoluto. Possiamo dire, però, con estrema certezza che l’ultima grande squadra ad aver vinto una competizione internazionale usando la difesa a 3 come costante è il Brasile del 2002, ma ci si dovrebbe soffermare un attimo sul concetto di “difesa a 3” necessaria quando hai esterni Cafù e Roberto Carlos, nonché davanti Ronaldinho, Rivaldo e Ronaldo… qualcuno deve pur difendere, e quella nazionale probabilmente avrebbe vinto pure con la difesa a 2.

Questo fa della difesa a 3 un modulo “perdente”? Non in termini assoluti, ma se i numeri ci dicono che le difese a 3 “pure” falliscono, qualcosa deve pur significare in termini storici.

 

Altro elemento che si aggiunge alla riflessione.

Non c’è dubbio: da qualche anno a questa parte (e nel mio immaginario ho fissato un club e una stagione come l’inizio di questa piccola rivoluzione, ovvero Porto 2004, qualcun altro più avanti con Guardiola ma… ho ragione io) abbiamo assistito a una trasformazione dei ruoli in compiti, concetto che poi si scinde nei suoi elementi di funzione e posizione, che possono essere diversi tra fase di possesso e non possesso, transizione positiva e negativa.

Questo ha portato a un processo di ibridazione dei moduli che tendono anzitutto a variare a seconda della fase di gioco (le 4 viste poc’anzi), ma a essere anche modulabili all’interno della partita a seconda delle necessità: per un certo periodo abbiamo pure potuto apprezzare molti allenatori schierare un centrale di difesa largo a destra o sinistra (casi più noti a noi, Low con la Germania e Spalletti con la Roma) per creare quella che poi è passata come “difesa 3 e mezzo”: che diventa a 4 in fase di non possesso, a 5 in fase di consolidamento dell’attacco avversario, a 3 in fase di possesso.

 

La difesa a 3 è stata una tentazione per moltissimi, anche integralisti della 4, come lo erano Allegri o Mourinho. Indagare i perché renderebbe troppo lungo il discorso, perché ogni difesa a 3 andrebbe analizzata: quella della Juventus con Barzagli, Bonucci e Chiellini può mai essere la stessa 3 del Bayern di Guardiola che tra i 3 schierava un terzino, Alaba? O quella ibrida talvolta sperimentata dal Barcellona, in cui però uno dei 3 era Mascherano e l’altro era un terzino?

Chiaramente no.

Il suo fascino attrattivo, però, c’è ed è inevitabile, perché sembrava sulla via dell’estinzione e invece è tornata prepotentemente alla ribalta.

La difesa a 3 ha in sé 4 ragioni su tutte per essere una scelta così insistita da parte di qualche allenatore: tentare di migliorare il possesso di palla nella primissima fase; avere più copertura garantita; consentire agli esterni di alzarsi e aggregarsi a metà campo e attacco; il fatto di essere ancora un “modulo di nicchia” contro il quale altri moduli fanno fatica a trovare spazi, e al contempo garantirsi superiorità o comunque almeno una parità numerica contro gli avversari (nel caso siano 2 o 3, ma anche 4, con il rientro dei due esterni).

 

Per me, nel calcio di oggi, sono tutte motivazioni molto deboli, soprattutto quando di fronte hai squadre con una sola punta centrale… ovvero la gran parte degli avversari che trovi in giro per l’Europa.

Perché il possesso palla oggi lo migliori anzitutto con un portiere che sa usare i piedi; perché la copertura dovrebbe anzitutto garantirtela una migliore occupazione degli spazi e delle distanze, una squadra più corta e più alta; la parità/superiorità numerica diventa un fattore secondario se riesci a tenere la squadra più corta con almeno un CC più staccato.

Di più, l’Inter è abituata a far partecipare gli esterni alla costruzione già nelle sue prime fasi, facendo così mancare il possibile vantaggio numerico a metà campo e in avanti: è la principale differenza che abbiamo analizzato nella sfida contro la Lazio.

Si tratta di considerazioni personali che un amante della 3 potrebbe smentire in 2 secondi, io contro-smentire in altri 2 e così fino all’eternità.

 

Il problema di fondo non è ragionare in termini di “difesa a 3 ” o “difesa a 4” e basta, perché Atalanta e Lipsia hanno vinto e fatto benissimo con la 3 giocando un calcio offensivo, mentre l’Atletico è da anni che con la 4 crea un sandwich in mezzo al campo dentro il quale gli avversari non hanno tempo né spazio per ragionare.

Quindi, sì, è vero, verissimo, inconfutabile che l’atteggiamento è preponderante sul modulo, e che quest’ultimo serve per raggiungere lo scopo che ti prefiggi.

Ma è anche vero che non tutte le difese a 3 sono uguali, come detto prima, e che il 3-5-2 di Conte come fatto all’Inter ha un fine diverso del Bayern di Guardiola. Di più, il modulo può tendere a assecondare quei fini, ma anche a modellarli: l’Inter del 1° tempo contro il Ludogorets (andata, ndr: l’articolo era destinato come post sfida di EL) è diversa dall’Inter del 2° tempo, perché per cambiare finalità, Conte ha dovuto cambiare anche modulo. Vedremo più spesso la difesa a 4 “a causa” di Eriksen? Al momento ho più di un dubbio a riguardo, però non è un’ipotesi da scartare perché questa squadra ha potenzialità per esplorare altri moduli, anche ibridi se necessario.

Perché il problema per l’Inter nasce soprattutto dagli interpreti.

 

Quando è stato acquistato Godin a metà stagione scorsa ho scritto su queste pagine che la mossa era chiara: accontentare il prossimo allenatore, non Spalletti. Ma sottolineavo altresì che Godin, giocatore straordinario sotto molti punti di vista, è uno specialista della difesa a 4, con la 3 avrebbe potuto avere dei problemi.

 

Indice

Loading Disqus Comments ...