Estratti da The Legend One (al momento 1° su Amazon, sezione calcio)

Da ieri sera, il libro sta letteralmente volando, al punto da avere scalato subito la classifica dei libri che parlano di Inter e, fatto per me davvero sorprendente, piazzandosi al primo posto per più di 24 ore tra i libri che parlano di calcio. Se cliccate sull’immagine, andrete direttamente sul sito di Amazon per l’eventuale acquisto.

Se mi consentite, è una gran bella soddisfazione! So che non è una cosa che potrà durare a lungo, però è veramente al di là di ogni mia più rosea aspettativa! Questo mi ha dato uno stimolo in più per il libro cartaceo, che mi avete chiesto in molti… in realtà non avevo neanche intenzione di farlo inizialmente, mi ha convinto Stefano Massaron a partire direttamente con il libro di carta, adattando l’ebook a questo e non viceversa.

Solo che l’ebook è di gestione nettamente più semplice, alle 00:01 manderò l’ultima versione e voi non vi accorgerete di nulla: sul libro di carta non si può sbagliare.

Ho già ordinato la copia autore che arriverà a metà della prossima settimana, pertanto tra giorno 30 maggio e giorno 2 giugno dovrei essere in grado di pubblicare il testo definitivo.

Adesso vi lascio con alcuni pezzetti di libro, mentre domani pubblico tutto l’elenco dei contenuti e il 22 altri estratti nel giorno dell’uscita! Se vuoi aiutare ilMalpensante, anche se non compri il libro, anche la condivisione del link Amazon è un ottimo strumento.

E poi, vuoi mettere? Vedere un libro interista, di un oscuro sito malpensante, star davanti al nasone di Chiellini…

[da “il ‘mio’ Mourinho]

Li studia, i calciatori, fino in fondo, sia come professionisti che come uomini: sa che genere di persone ha di fronte, le loro debolezze, le loro potenzialità. Da giovane, durante il periodo universitario, ha avuto esperienze con ragazzi con disabilità motorie e psichiche: quell’atmosfera in cui ogni singolo sforzo è un passo verso la felicità è diventato il suo orizzonte. Interiorizza la necessità di cuore e empatia nei rapporti personali e professionali, e anche che dietro a ogni professionista c’è comunque un uomo, dietro ogni uomo c’è sofferenza, leggerezza, desiderio, difetti, ambizione; che vincere è un mezzo verso la felicità, non l’obiettivo della felicità stessa.

È metodico nel perseguire gli obiettivi, nel focalizzare quelli comuni. È comprensivo, parla, discute, coinvolge, studia e fa studiare, spiega e al tempo stesso chiede spiegazioni, chiede anche consigli. Ma ha bisogno di gente stretta al fortino, gente che sposi la causa, persone che comprendano l’importanza di essere gruppo.

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[da “si può morire anche di pragmatiscmo”, post Inter-Barcellona 0-0]

Ma non basta e, appunto, forse servirà rinunciare a qualcosa per avere più chance di ferire l’avversario. Ma è una strada che possiamo percorrere, pur con tutte le correzioni necessarie, perché è proprio guardando il Barcellona che dobbiamo comprendere che trattasi di strada giusta. Perché Ibrahimovic è stato un peso inimmaginabile per il calcio del 2015, lo ha rallentato mostruosamente, spesso è diventato lo strumento migliore per noi per riorganizzare la difesa e fermare le loro offensive.

Il talento non è tutto, non può essere tutto in uno sport del genere: ecco la lezione che ci viene data e che dobbiamo mandare a memoria prima possibile. Se non faremo quei due/tre step necessari per andare oltre, per diventare squadra vera, più compatta e corta, senza aspettarsi troppo dai singoli, dalle invenzioni di Sneijder o dalle sortite di Eto’o, non potremo coltivare sogni di gloria, quali che siano gli orizzonti che ciascuno di noi vuole fissare sul proprio cammino.

Non è contro il Barcellona nei gironi che dobbiamo dimostrare qualcosa. Probabile che sarà necessario farlo, presto o tardi, nelle fasi a eliminazione diretta perché chiunque arriverà in finale dovrà fare i conti con loro: ma sarà passato febbraio, magari anche marzo o aprile, dipende da quanto saremo fortunati a incontrarli più tardi nel cammino. E ci sarà stato tempo per crescere, migliorare, cementarsi, evolversi.

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[da “Barcellona-Inter e l’altezza Real…e”]

Non si torna ridimensionati neanche se i media stanno pestando durissimo su un’Inter massacrata, un allenatore strapagato, così come tutti i calciatori, che poi fanno figure così barbine. Segnatevi i nomi e i cognomi, a partire da Sorrentino, perché tra Bordeaux e Bayern Monaco la Juventus se la vedrà peggio e non leggeremo gli stessi toni apocalittici, nonostante non siano il Barcellona, pur contro un Bayern che sarà credibile “contender” da qui fino alla fine come già detto a inizio anno. E aspettiamo di vedere la squadra dell’ammore, con la quale ci hanno frantumato gli zebedei dopo la vittoria contro il Real, come se la giocherà con Marsiglia e Zurigo adesso che tutti i campionati sono a regime.

Già, regime. Mi pare quello che viviamo ogni volta che leggiamo di Inter, con toni che diventano inaccettabili. Kiev forse ci aveva illusi di una svolta repentina, mentale, ma il cambiamento più profondo deve essere ancora digerito da questa squadra, sempre che sia possibile cambiare al punto da potersi confrontare col calcio del 2015 sin da subito.

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[da “grazie di non essere esistiti”]

Grazie davvero per esservi esentati ieri, cari non-amici giornalisti della carta stampata, dalla conferenza stampa di José. Sono commosso. Perché, a parte qualche fastidio “molare”, non ne abbiamo sentito la mancanza. Anzi, avremmo fatto a meno anche del resto: tanto il livello di interesse che generate con le vostre idiotissime conferenze stampa è talmente basso da farci preferire le telecronache di Al Jazeera con in sottofondo i proclami di guerra di Bin Laden. Sembrano persino celestiali.

Grazie di non essere esistiti, per un giorno. Anche se sappiamo che è bastato poco per farvi ritornare proseliti del vostro personalissimo credo. Come giustificare titoli come «nessuna pubblica scusa»? O il fantastico roseo «Non chiedo scuse, chiedo una punta», summa straordinaria di tutte le più parziali letture possibili.

Intanto ci accontentiamo di questo piccolo vuoto, di questo spazio in cui abbiamo respirato aria pura, un’aria che avete reso malsana col vostro corporativismo da quattro soldi con cui vi difendete l’orticello a vicenda, consci della piccolezza del vostro mondo, della scarsità dei contenuti, magari con linea guida/editoriale che presto o tardi dovreste spiegarci, o alla quale c’è chi s’accoda perché “tiene famiglia”.

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[da “la sofferenza dei numeri 10”]

Eccole, quindi, le due filosofie: i fuoriclasse che si adattano, mutano forma, ruolo, scoprendo predisposizioni quasi inattese, da una parte; mentre dall’altra c’è la squadra che si adegua alle necessità del campione di turno.

Quando si parla di “numero 10”, questa necessità di adattamento è diventata fisiologica, perché il ruolo deve essere interpretato diversamente, abbandonando di fatto quell’aura magica, di — quasi unico in squadra — inventore dell’ultimo passaggio ma al tempo stesso di regista avanzato. Il “10”, se interpretato in maniera classica, è rimasto probabilmente il ruolo più rigido che c’è su un campo di calcio. Nel calcio di oggi non è più possibile, anche Zidane sarebbe costretto a interpretare il suo ruolo in maniera diversa e calciatori come Rui Costa dovrebbero fare altrettanto. Uno come Veron, per esempio, non farebbe mai il trequartista, come invece lo abbiamo visto schierato in passato.

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[da “non sanno cosa si perdono”]

È quasi passato un anno da quando in questo blog si è cominciato a parlare di intensità di gioco e di conduzione della partita come discriminante importante tra una bella ed una brutta partita. A ruota ne hanno parlato Mourinho e tanti altri, compreso l’Ancelotti tanto appassionato dei blues. Chievo-Inter dimostra la verità dell’assunto: nonostante l’arbitro sia stato clamorosamente indolente nel sanzionare i clivensi — bastava quantomeno fischiare, talvolta —, la partita si è conclusa con 44 falli fischiati. In Inghilterra si inserirebbe indecentemente tra le partite più fallose: da noi siamo appena appena sopra la media. Ritmo zero, troppi falli non fischiati e troppi fischi inutili a fronte di altre situazioni — vedi Milito nel finale con Yepes — in cui il fischio diventa persino componente essenziale dello spettacolo. Aggiungiamo a questo l’ennesimo vergognoso abuso della stupidità fatto tra gli spalti dello stadio, con la solita marmaglia che, varcati i cancelli, subisce una involuzione da umana a subumana: i cori razzisti, reiterati e precisi, nei confronti di Balotelli non sono una novità, ma questo non impedisce a niente e nessuno di dire le cose come stanno.

E cioè che di schifo trattasi. Di schifo razzista. Finalmente Mario Balotelli tira fuori la questione, dicendo quello che un pubblico del genere merita (appena detto una riga sopra). Ma noi che siamo ancora creduloni e che, targhe alterne, come ha detto un sagace componente del blog, crediamo ancora a Babbo Natale quando ci conviene, pensiamo che la condanna doveva essere unanime.

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