Lo scudetto di Gigi Simoni – di Luca Carmignani

Per il 22 maggio, giornata storica per l’Inter, era in previsione il lancio del primo libro malpensante, The Legend One. Avevo in programma tutta una serie di attività di auto-promozione che mi era costata molto tempo. Alle 13:43 mi arriva la notizia della scomparsa di mister Simoni: non ce l’ho fatta ad andare oltre, mi sono limitato al minimo indispensabile. Qualcuno può pensare sia stato stupido, ma non posso farci molto, sono fatto così: ero triste, sconfortato, non me la sentivo. Il libro è andato online e tutto il programma al macero.

Gigi Simoni è stato ospite qui, su queste pagine. Quando ci penso mi fa ancora sorridere: pensa quanto grande doveva essere la sua passione per il calcio, per lo sport, e per l’Inter, da fargli cogliere con entusiasmo l’invito di partecipare a un sito (molto) di nicchia come il  mio. Eppure lo ha fatto, con grande entusiasmo, per quattro volte.

In un modo di superstar che vivono una realtà parallela, Simoni era tutt’altra cosa. Per questo il racconto di Luca non mi stupisce, non credo stupisca nessuno: perché tutti abbiamo chiaro che persona speciale fosse.

Un saluto non poteva mancare, ringrazio Luca (che è co-autore, assieme a Luca Tronchetti e l’amico Rudi Ghedini, della biografia di Simoni) per averlo fatto perché io non sarei riuscito. So, però, che il destino ha voluto che lui ci salutasse nel giorno sportivamente più bello per i colori nerazzurri, un giorno che è diventato improvvisamente più speciale e sarà ancora più caro di quanto non fosse prima.

Nel mio piccolo, per quel niente che vale (ma vale per me, tanto mi basta), visto che l’edizione cartacea è in dirittura di arrivo, faccio ancora in tempo per una dedica speciale… speciale perché è l’unica.

Poche cose sono davvero interiste come quella squadra, l’Inter di Gigi Simoni. Che orgoglio che tu sia stato dei nostri!

Lo scudetto di Gigi Simoni, di Luca Carmignani.

È il 7 gennaio 2017. Passo a prendere il mister la sera verso le 18 da casa sua, destinazione: Arezzo. Lì ci sarà il raduno regionale degli Inter club toscani, almeno 250 persone, in trepida attesa di conoscere dal vivo Gigi Simoni, uno dei mister più amati (se non il più amato) della Storia nerazzurra.

Il motivo: la presentazione della sua biografia, di cui sono uno dei tre autori. Cosa c’è di strano? Nulla, raccontata così. Ma Gigi, pochi giorni prima, aveva subìto una piccola operazione al cuore e capirete bene come, a quasi 78 anni, non sia semplice; oltretutto la giornata è molto fredda e Monica (sua moglie) piuttosto preoccupata. “Mi raccomando Luca, non tornate tardi, non lo far stancare”, mi sussurra, ben conoscendo l’indole di suo marito, combattente nato che non lesina certo le proprie energie in nessuna cosa che fa.

Gigi è, effettivamente, provato. Lo conosco ormai da due anni, abbastanza per poter capire con un solo sguardo che è particolarmente stanco e spossato. Tento di dissuaderlo, “Mister, telefoniamo e diciamo che non stai bene, lo sanno che ti sei operato, dispiace, ma la salute prima di tutto”. Inutilmente “Sto bene Luca, non ti preoccupare, andiamo che altrimenti facciamo tardi”.

La serata è molto bella, i tifosi lo accolgono come merita una vera leggenda vivente. Appalusi, cori, video appositamente preparati, con l’apoteosi della finale di Coppa Uefa a Parigi, vinta 3-0 dai nerazzurri guidati proprio dal tecnico gentiluomo.

A fine serata, sono ormai le 23 passate, ho ancora negli occhi questa scena: Gigi Simoni, seduto, chino sulla scrivania che firma un autografo dietro l’altro ed una fila interminabile di persone che si fanno apporre queste firme ovunque, sulle magliette, sui cappellini, sul libro. Ovunque. Fra questi tifosi numerosissimi bambini. Il cellulare mi suona spesso, per avvisarmi dei messaggi di Monica: “a che punto siete?”, “come sta Gigi?”, “Luca, venite a casa”. Il mister sta abbastanza bene, ma si vede che è stanchissimo. Mi avvicino, gli parlo a bassa voce “Gigi è tardi, andiamo”, la risposta è serena ma decisa “voglio finire, non posso deluderli”. Ed è rimasto fino a quando anche l’ultimo tifoso non è stato soddisfatto, l’ultima foto scattata, l’ultimo autografo firmato.

Questo era, anzi è, Gigi Simoni. Un gentiluomo, una persona che ha sempre rispettato tutti. Uno di noi, come gli hanno cantato un po’ dovunque, anche quella sera. “Uno di noi, Simoni uno di noi, uno di noooiii”. Come fossero alla stadio.

Un tributo iniziato ad ottobre 2016, con la prima presentazione fatta nel Palazzo del Comune di Pisa, in una della più belle sale della città, la Sala delle Baleari, alla presenza dell’allora sindaco Filippeschi, del tecnico del Pisa Rino Gattuso, di moltissimi suoi ex giocatori, ma soprattutto del suo pubblico, accorso in massa per salutarlo e terminato a maggio 2019, quasi tre anni dopo, a Catania.

Non ho bisogno di elencare tutti i successi di Gigi raggiunti nell’arco di una carriera lunga 62 anni, che lo ha visto calciatore, allenatore, dirigente e Presidente, non ne ho bisogno perché chiunque è in grado di controllare da solo.

Ho bisogno invece di narrare gli ultimi suoi tre anni di vita, quelli trascorsi fra la sua gente che gli ha tributato uno scudetto che non riuscirà di conquistare a nessuno: lo scudetto del cuore. Oltre 4.000 persone lo hanno applaudito da Falcade (nord) a Catania (sud), da Ancona (est) a Recco (ovest), in quasi 40 tappe. Nessuna di queste persone è venuta per chiedergli un favore (che del resto, non poteva certo dare) o per secondi fini; l’unico scopo della loro presenza era testimoniare l’affetto che avevano provato per lui, la stima, la riconoscenza.

Quanti aneddoti, quante risate, quante brave persone abbiamo conosciuto. Quante brave persone, Gigi, ha conosciuto. Per lui questa esperienza è stata bellissima, ce lo ha detto più volte. Ha avuto modo di rivivere tutta la sua vita, raccontandosi ed ha avuto modo di incontrare moltissime delle persone che aveva conosciuto durante i suoi 62 anni di calcio. Anche amici che non vedeva da moltissimo tempo, alcuni addirittura da decenni. Ha rivisto un suo compagno di squadra nelle giovanili della Fiorentina: non si erano più incontrati da allora. Finita un’avventura, non vedeva l’ora di ripartire per quella successiva. “Quando ripartiamo? Quando è la prossima? Dove?”, ci chiedeva sempre con l’entusiasmo di un ragazzino.

Me lo ha chiesto anche mercoledì 19 giugno 2019 alle 14 circa, l’ultima volta che l’ho sentito, per telefono. La domenica precedente gli avevo portato la sua copia, debitamente autografata e rigorosamente la numero 7 (il suo numero di maglia da giocatore), del libro “Kekko passa la PALLA!”: la biografia di Kekko Moriero, uno dei suoi pupilli, il cui titolo prende proprio spunto da una frase che Gigi disse a Moriero, durante il suo bellissimo gol al Piacenza: “Kekko, passa la palla, dai via questa palla!” si sgolava il mister gentiluomo mentre Moriero saltava gli avversari come fossero birilli, prima di segnare un gol strepitoso.

Purtroppo non ero riuscito a vederlo, avrebbe dovuto essere al bagno Maestrale di Tirrenia, quella domenica, ma tardava ad arrivare e dunque lasciai il libro a Monica. “Lo vedrò presto”, pensai fra me e me. Non so darmi pace: non lo avrei più rivisto, se non su quel letto, in sospeso fra la vita e la morte.

Mercoledì 19 giugno dicevo. Ti ho chiamato, mi hai risposto con la tua consueta gentilezza. “Ehilà, come stai?” mi apostrofi appena rispondi. “Bene mister tu?” “Bene, allora? Quando partiamo?” “Mister, adesso è estate, fa caldo, a settembre dai!” “Va bene” (lui non contraddiceva quasi mai). “Hai letto il libro?” gli chiedo, “Sì, non tutto, un po’, qualche pezzo. È ben organizzato, siete stati bravi” (e se Gigi fa un complimento, state pur certi che è sincero, altrimenti preferisce tacere o fare un commento generico).

“Sai dove stiamo andando Mister? In Sicilia, dove siamo stati proprio poche settimane fa con te” gli dico e lui di rimando: “Se me lo dicevate, venivo anche io!”. Si sente il leggero rammarico nella voce, sono certo che sarebbe venuto volentieri, del resto a lui faceva sempre piacere.

Poi la terribile notizia del suo ricovero: un ictus. Luca Tronchetti ed io, che eravamo a Marsala, lo apprendemmo da Monica subito la mattina appena svegli. Cercammo immediatamente un aereo per tornare, ma non ce ne erano. Avremmo anche abbandonato, a malincuore, la presentazione del libro di Moriero nei vari Inter club, ma del resto di fronte a questi eventi, cosa avremmo potuto fare?

Ma non c’era alternativa: nessun aereo, tutti pieni, l’unico ci avrebbe consentito di arrivare poche ore prima di quello già prenotato.

La situazione sembrava compromessa, le speranze ridotte al lumicino. L’ Ultimo Arbitro sembrava aver fischiato la fine. Si porta il fischietto alla bocca, un fischio, il secondo fischio …. ed ecco il gol inatteso che come sempre è il più bello. Si va ai supplementari, forse non tutto è perduto.

Caro Gigi, non è ancora il tuo momento, puoi “giocartela” ancora, almeno per altri 30 minuti, giusto il tempo dei supplementari, poi magari i rigori e poi chissà…

La famiglia si è stretta attorno a Lui, mantenendo il riserbo sulle Sue condizioni di salute. Riserbo che intendo rigorosamente rispettare anche adesso che Gigi non c’è più.

Ma un cosa mi è sicuramente concessa: da gran combattente quale era, si stava piano piano riprendendo.

Purtroppo i minuti dei tempi supplementari sono trascorsi, senza vinti né vincitori, ci sono voluti i calci di rigore, in bilico fino all’ultimo. Fino a quando l’ultimo maledetto pallone non ha sbattuto sul palo, decretando la fine. Giusto il tempo di un ultimo sorriso, un’ultima lacrima. Ti sei voltato, hai salutato tutti, con quel tuo sorriso gentile, tenendo in mano una sciarpa nerazzurra, ma portandoti nel cuore tutte le tue squadre, hai alzato le braccia al cielo come in un’ultima esultanza e sei volato su, dove sarai certamente adesso.

Sei stato un esempio di lealtà sportiva, di educazione, di professionalità. Hai attraversato 62 anni di calcio e sei passato accanto a personaggi pieni di melma e fango, indegni di rappresentare qualunque tipo di sport, rimanendo te stesso, puro e saggio; fulgido esempio di virtù in via di estinzione.

Le centinaia, le migliaia di persone vere, pulite che per fortuna ci sono sia nella vita che nel mondo del calcio, queste cose le sanno perfettamente e te le hanno riconosciute, rimanendoti affezionate e riconoscenti e dandoti lo scudetto più bello di tutti: quello della stima.

Mi rivolgo a tutta la parte vera e sana della società civile, non solo sportiva: fate attenzione quando leggete articoli (o ascoltate trasmissioni) in cui parlano di “contatto in area fra Iuliano e Ronaldo” o di “body check” (come se dirlo in inglese, li rendesse più obiettivi) e si chiedono se fosse rigore a meno. Questi signori, chiunque essi siano, non riportano con esattezza come si sono svolti realmente i fatti. Quell’episodio può essere affrontato solo chiamandolo per quello che è: rigore. Non in altri termini. Perché uno schiaffo, non può essere definito come “accosta il palmo della mano alla guancia dell’avversario”, dato che in quel modo si può fare anche una carezza. Dunque non è “contatto in area”, o “body check”, perché i contatti possono essere anche regolari. È rigore.

Chi per anni, (ed ancora oggi lo fa), descrive quel rigore sacrosanto in un altro modo, non fa un buon servizio all’informazione e, come si chiedeva Gigi, me lo chiedo anche io: perché?

“Come può un fallo in area, evidente, solare, chiaro, netto, essere definito –contatto-? È fallo, dunque rigore”. Questo diceva Gigi Simoni e questo ripeto io.

“Che male c’è se un arbitro sbaglia? Nessuno, basta dire –ho sbagliato-. In questo modo, si capisce, si accetta l’errore e tutto finisce. Ma ostinarsi ad affermare il falso, mi fa pensare che qualcosa, allora, non vada bene”. Questo il suo pensiero. Che coincide con il mio. Mi domando: perché?

Gigi Simoni era un uomo di sport. Vinceva e perdeva, come tutti del resto. Ma, a differenza di molti, Lui accettava sempre le sconfitte, anche le più atroci ed anche se derivanti da errori arbitrali. Non l’ho mai sentito parlare male di qualcuno eppure mi ha raccontato tutta la Sua vita. Ma in relazione al campionato 1997-98, che avrebbe potuto (e dovuto!) dare una svolta epocale ed inimmaginabile ad una carriera che comunque è stata bellissima e ricca di soddisfazioni anche successivamente a quell’anno, Gigi aveva un solo cruccio: quello che non venisse ammesso l’errore degli errori. Il “casus belli”. Un episodio storico, una macchia indelebile, uno schiaffo (non un palmo della mano appoggiato sulla guancia) sulla faccia di qualsiasi sportivo. Il rigore, indiscutibile, non assegnato a Ronaldo in quella ormai (non)partita del 26 aprile 1998. Invito chiunque ne abbia voglia a riguardarsela. Dal primo all’ultimo minuto. Valutare gli interventi di Davids e compagnia bella, farla giudicare da arbitri internazionali che, di fronte al mondo, spieghino mettendoci la faccia, ogni singola decisione e si prendano la responsabilità, di fronte a tutti, di dire: fallo, non fallo, ammonizione, espulsione, rigore ecc. su tutti gli episodi di quella partita. Perché altrimenti quella partita che determinò uno scudetto, segnò la carriera non solo di Gigi Simoni, ma di moltissimi giocatori e scrisse una delle pagine più brutte dei campionati di calcio, non finirà mai. E lasciamo stare tutte le partite precedenti di quel campionato, che altrimenti non terminiamo più.

Fatto è che, in due anni in cui ho girato l’Italia, insieme a Gigi, avendo il piacere di parlare con qualche centinaio di giocatori, decine di allenatori e migliaia di semplici tifosi, non ho trovato nessuno che avanzasse qualche dubbio sul rigore subìto da Ronaldo, su quella partita e su quel campionato. Nessuno. Nemmeno la parvenza di un dubbio, un’ombra, un “beh però”. Eppure parlavano con me, un perfetto sconosciuto, un tifosotto. In una situazione informale, senza taccuini, una situazione in cui potevano esprimersi liberamente, senza condizionamento alcuno, dunque potevano anche dirmi: “per me quello non era rigore”. Oppure “sì era rigore, ma non sarebbe cambiato nulla, avrebbe vinto la Juve” (in giro si sentono e si leggono anche queste cose qui…).

Ma volete sapere la persona che, più di tutte, era serena di fronte a quanto accaduto? Lui, Gigi Simoni. Ricordo una volta in macchina con Luca Tronchetti, di ritorno da una presentazione, in cui affrontammo l’argomento e mi vide particolarmente arrabbiato; sorrise e mi disse: “va beh Luca, dai! Non ti arrabbiare così”. Lui a me capite? Lui si dispiaceva che fossi arrabbiato per ciò che gli era successo. Vi è chiara l’immensità di questo Uomo?

Per la verità, mi redarguiva sempre quando alzavo i toni, quando mi infervoravo nei discorsi. “Calma, calma”. Mi diceva. Sempre sorridendo. Perché capiva.

Un Maestro di Vita, questo era, anzi È, Gigi Simoni.

Gli sarò eternamente grato, ed a tutti quelli che (stra)parlano di “contatto in area”, fra Iuliano e Ronaldo, a tutti i negazionisti, dico: “Si vergognino”! Le due parole che, come mi ha insegnato il “mio” Mister, si riservano nel momento di massimo sdegno. Senza trascendere nella maleducazione, nell’offesa. Modi di fare e reazioni (trascendere ed offendere) che lasciamo volentieri ad altri.

Addio Mister gentiluomo, addio Gigi mio carissimo amico, ti porterò per sempre nel mio cuore.

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